Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che rappresenta un significativo passo indietro rispetto alla sua aggressiva politica protezionistica. Il presidente degli Stati Uniti ha deciso di esentare dai dazi reciproci una lunga lista di prodotti agricoli, tra cui caffè, banane, carne bovina, pomodori e frutta esotica. Una mossa che arriva in un momento di pressione crescente, sia politica che sociale, con gli elettori americani alle prese con un costo della vita sempre più insostenibile. L’ordine, retroattivo al 13 novembre, prevede una serie di esenzioni su merci che gli Stati Uniti non possono produrre in quantità sufficienti per soddisfare la domanda interna. Nel lungo elenco compaiono anche noci, avocado, ananas, tè e persino pinoli. Ma la vera notizia è l’inclusione di tagli di carne bovina, proprio mentre il prezzo di questa carne ha raggiunto livelli record nel Paese, pesando drammaticamente sui bilanci familiari.

La decisione segna un cambio di rotta rispetto ad aprile, quando Trump aveva imposto dazi cosiddetti reciproci di almeno il 10 per cento sulla maggior parte dei prodotti importati negli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato era ridurre il deficit commerciale del Paese e sostenere la produzione interna, una promessa elettorale centrale della sua campagna. Eppure, quei dazi si applicavano persino ai prodotti alimentari che non possono essere coltivati negli Stati Uniti, una scelta che già allora aveva sollevato perplessità tra gli economisti. Cosa ha spinto Trump a questa inversione di rotta? La risposta si trova in una serie di fattori convergenti. Prima di tutto, una pesante sconfitta alle elezioni locali che ha costretto la maggioranza repubblicana a rimettere il costo della vita in cima alle sue priorità. Trump era stato rieletto con la promessa di migliorare il potere d’acquisto degli americani, ma i dazi avevano prodotto l’effetto opposto, facendo lievitare i prezzi al supermercato e alimentando il malcontento popolare.

Questa settimana la Casa Bianca ha cercato di riposizionarsi come paladina dei consumatori, mettendo in avanti le misure adottate per abbassare i prezzi di beni essenziali come benzina e uova. Ha anche annunciato un accordo per ridurre i prezzi di alcuni farmaci per la perdita di peso, un tema particolarmente sentito negli Stati Uniti. La rimozione dei dazi su prodotti agricoli strategici si inserisce in questa più ampia strategia di damage control. Ma c’è anche una ragione più pragmatica dietro questa scelta. L’amministrazione Trump ha dovuto ammettere una verità scomoda: gli Stati Uniti non sono autosufficienti nemmeno per prodotti di base. Il caffè, le banane, gli ananas e molti altri frutti tropicali semplicemente non crescono sul suolo americano, o non in quantità tali da soddisfare il consumo interno. Mantenere i dazi su questi prodotti significava solo far pagare di più i cittadini americani, senza alcun beneficio per i produttori locali.

La decisione non è passata inosservata, e ha immediatamente scatenato una valanga di commenti sui social media. Molti utenti sono tornati a parlare dei cosiddetti Taco Trump, un acronimo sarcastico che sta per “Trump always chickens out”, ovvero Trump si tira sempre indietro. L’espressione, diventata virale, sintetizza la percezione di un presidente che fa grandi annunci ma poi fa marcia indietro quando le conseguenze diventano politicamente insostenibili. Per i produttori e gli importatori americani, questa esenzione rappresenta una boccata d’ossigeno. I dazi avevano creato distorsioni lungo tutta la filiera alimentare, aumentando i costi per i distributori e, inevitabilmente, per i consumatori finali. Tuttavia, gli altri dazi attualmente in vigore continueranno ad essere applicati, il che significa che la guerra commerciale di Trump è tutt’altro che conclusa.

Donald Trump e i Funko Pop
Donald Trump e i Funko Pop

Resta da vedere se questa mossa sarà sufficiente a riconquistare la fiducia degli elettori americani. Nel frattempo, l’amministrazione continua a navigare tra le pressioni contrastanti di una base elettorale che vuole prezzi più bassi e un’agenda protezionistica che, almeno sulla carta, dovrebbe rilanciare la manifattura americana. Il caso dei dazi agricoli dimostra quanto sia difficile conciliare questi due obiettivi, specialmente quando la realtà economica si scontra con la retorica politica. Dal punto di vista internazionale, la vicenda offre uno spaccato interessante sulla vulnerabilità delle economie moderne, anche di quelle più grandi. Nemmeno gli Stati Uniti, con la loro vastità territoriale e diversità climatica, possono permettersi di chiudersi completamente al commercio internazionale. La globalizzazione, tanto criticata da Trump durante la campagna elettorale, si rivela in definitiva una necessità più che una scelta.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.