Il rock italiano ha sempre avuto un’anima ribelle, ma Piero Pelù ha deciso di alzare l’asticella della provocazione durante il tour celebrativo dei Litfiba “Quarant’anni di 17 Re”. Sul palco di Villafranca di Verona, il 9 luglio 2026, il frontman fiorentino ha trasformato il concerto in un manifesto politico esplosivo, utilizzando una finta testa di Donald Trump come simbolo della sua contestazione.
La scena è stata tanto surreale quanto potente: Pelù ha fatto roteare una testa in silicone con i capelli arancioni, legata a una catena come in un rodeo, mentre dal palco lanciava parole durissime contro il presidente degli Stati Uniti. “Eccolo lo scalpo, eccolo qua. Sembra facile ma vallo a prendere tu lo scalpo di quella testa di cavolo (censurato, ndr) di Trump, vai. Vallo a prendere.”, ha dichiarato il rocker davanti al pubblico accorso per celebrare uno degli album più iconici della storia del rock italiano.
Ma Trump non è stato l’unico bersaglio della serata e con la stessa veemenza, Pelù ha rivolto la sua critica anche al premier israeliano Benjamin Netanyahu, definito “quel grandissimo pezzo di sterco (censurato, ndr) di Netanyahu”, chiedendo di fermare i “sionisti” nella loro offensiva contro i palestinesi. Il tutto mentre suonava “Tex”, brano storico dei Litfiba che ben si prestava alla messa in scena western dello “scalpo”.
At his latest concert, Italian rock singer Piero Pelù swung a silicone model of Donald Trump's head on stage.
“Here's the scalp of that asshole Trump. And don't forget that of Netanyahu.”
July 11, 2026
pic.twitter.com/yXoeJTVOhD— Crazy Ass Moments in Italian Politics (@CrazyItalianPol) July 12, 2026
Il concerto di Villafranca si inserisce in un tour che ha già fatto tappa a Pescara e Milano, e che in ogni data ha visto Pelù utilizzare il palco non solo per celebrare i quarant’anni di “17 Re”, l’album che ha contribuito a cambiare il rock italiano, ma anche per lanciare messaggi politici diretti e senza filtri. A 66 anni, il cantante continua a saltare e a cantare con l’energia degli inizi, indossando le cuffie protettive per l’acufene di cui soffre, ma senza perdere un grammo della carica polemica che lo ha sempre contraddistinto.
Tra un brano e l’altro, Pelù ha rifilato una sequenza di attacchi al potere globale, criticando i politici italiani e Vladimir Putin, trasformando “Il mio nome è mai più” in un inno contro le guerre del mondo. “Apapaia”, con il suo coro “Rispetta le mie idee”, originariamente dedicato all’obiezione di coscienza nel servizio militare, è diventata un manifesto contro i conflitti contemporanei. “Oro Nero”, invece, si è trasformata in una denuncia contro il patriarcato, di cui, ha sottolineato Pelù dal palco, “noi italiani siamo i maestri”.
Per i bis, il frontman dei Litfiba si è presentato sul palco sventolando il tricolore, specificando di non “averlo mai fatto” prima e di dedicare il gesto al “no ai sovranismi e ai populismi”. Un tributo, ha affermato, a un’Italia “libera e antifascista”, condito da un provocatorio “ci dispiace Salvini e Vannacci”. E un modo per ricordare che “questa è la nostra storia. Non vi offendete: è semplicemente la nostra storia”.

Comunque senza troppe sorprese, la presa di posizione non è piaciuta alla destra italiana, con Fratelli d’Italia che ha protestato contro le dichiarazioni del rocker, con alcuni esponenti del partito che hanno ironicamente commentato: “Ha ragione De Gregori”, riferendosi al cantautore Francesco De Gregori, che recentemente aveva espresso dubbi sull’opportunità per gli artisti di schierarsi politicamente durante i concerti.
Ma Pelù, sul fatto che gli artisti debbano schierarsi o meno, sembra avere una posizione netta e consolidata negli anni, visto che il dire la propria è un credo che porta avanti da sempre, intrecciando le canzoni con un suo sguardo, critico, sulla società e l’attualità. La musica come protesta, il palco come amplificatore di messaggi politici: è questa la cifra stilistica che ha reso i Litfiba una delle band più influenti del panorama rock italiano. Ad ogni modo, il tour “Quarant’anni di 17 Re” continua a portare in giro per l’Italia non soltanto la storia di uno degli album più importanti del rock italiano, ma anche un Piero Pelù che non ha alcuna intenzione di rinunciare alle proprie battaglie.
Se poche settimane fa il cantante era finito al centro dei social per una polemica decisamente più leggera, nata attorno a una presunta macchia sui jeans durante le prove del Concertone del Primo Maggio, questa volta a far discutere sono state le sue parole e il gesto simbolico della finta testa di Donald Trump. Ancora una volta Pelù ha dimostrato che, nel bene e nel male, il suo modo di stare sul palco va ben oltre la musica: ogni concerto diventa un’occasione per prendere posizione, alimentare il dibattito e ribadire quella visione del rock come forma di ribellione e impegno civile che accompagna i Litfiba fin dagli esordi.
