Il Garante della Privacy ha preso una posizione netta sulla docuserie Il caso Yara – oltre ogni ragionevole dubbio, uscita su Netflix nel luglio 2024. La società di produzione Quarantadue srl dovrà pagare una sanzione di 40mila euro e rimuovere immediatamente 46 file audio dalla serie. Si tratta di messaggi vocali e conversazioni telefoniche dei genitori di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa nel novembre 2010 e ritrovata assassinata tre mesi dopo in un campo a Chignolo d’Isola, in provincia di Bergamo La decisione arriva dopo il reclamo presentato il 24 settembre 2024 da Fulvio Gambirasio e Maura Panarese, i genitori della vittima, attraverso i loro legali Enrico Pelillo e Andrea Pezzotta. I coniugi non avevano mai collaborato alla realizzazione della docuserie e si sono trovati a sentire le loro voci, le loro parole più intime e disperate, diffuse in streaming a milioni di spettatori in tutto il mondo.

Tra le registrazioni trasmesse nei primi tre episodi della serie, 24 file audio nel primo, 19 nel secondo e 3 nel terzo, c’è anche un messaggio vocale straziante che Maura Panarese aveva lasciato nella segreteria telefonica della figlia. Era uno di quei giorni concitati dopo la scomparsa, quando ancora nessuno immaginava che Yara non sarebbe più tornata a casa. Una traccia audio dell’angoscia di una madre che cerca disperatamente sua figlia, convinta che da qualche parte possa ancora ascoltare la sua voce. Secondo i genitori di Yara, si trattava di materiale “intercettato durante le indagini e mai utilizzato nel corso del processo” a carico di Massimo Giuseppe Bossetti, l’ex muratore di Mapello condannato all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio. Conversazioni private, non destinate alla diffusione pubblica, che improvvisamente sono finite in una produzione audiovisiva distribuita globalmente.

Il Garante della Privacy ha sposato questa tesi senza mezzi termini. Nel provvedimento pubblicato, l’Autorità sottolinea che “detti file audio non hanno alcuna attinenza con le indagini e sono stati inseriti nella trasmissione all’unico, evidente scopo di sollecitare l’attenzione morbosa degli spettatori“. Una frase che non lascia spazio a interpretazioni e che evidenzia come il confine tra cronaca e spettacolarizzazione del dolore sia stato oltrepassato. La decisione del Garante si basa sulla violazione di principi fondamentali del trattamento dei dati personali: liceità, correttezza e minimizzazione. In pratica, secondo l’Autorità, quei messaggi e quelle conversazioni telefoniche, “comprensive delle intime e sofferte esternazioni della madre“, hanno travalicato i confini del lecito e corretto esercizio del diritto di cronaca. Il diritto alla privacy dei coniugi Gambirasio, di tenere riservate quelle affermazioni cariche di dolore, è stato considerato prevalente rispetto alle esigenze narrative della docuserie.

Ma la società Quarantadue non ci sta. La casa di produzione, sentita durante l’istruttoria, si è difesa sostenendo che “le conversazioni inserite all’interno del documentario sono un estratto di qualche secondo di alcune intercettazioni telefoniche e/o ambientali autorizzate dall’autorità giudiziaria e confluite, quantomeno, nel fascicolo del pubblico ministero, ovvero semmai audio delle deposizioni rilasciate in tribunale nel corso del processo a carico di Massimo Bossetti acquisite agli atti“. Secondo i produttori, insomma, si tratterebbe di materiale già presente negli atti processuali e quindi utilizzabile in quanto coperto dal diritto di cronaca. L’azienda ha inoltre precisato di aver invitato i coniugi Gambirasio a collaborare alla realizzazione del documentario, invito che la coppia aveva declinato, e ha rivendicato la scelta di utilizzare le voci reali dei genitori invece di quelle di attori. Una scelta motivata dalla “necessità di rappresentare fedelmente e nella piena autenticità il lato umano di quei due personaggi“.

Il Garante, però, non ha ritenuto convincente questa giustificazione. La presenza di materiale negli atti processuali non equivale automaticamente al diritto di diffonderlo pubblicamente, soprattutto quando si tratta di contenuti che non hanno rilevanza probatoria diretta e che riguardano la sfera più intima delle persone coinvolte in una tragedia. La linea tracciata dall’Autorità è chiara: il diritto di cronaca non può diventare un lasciapassare per violare la dignità e la privacy delle vittime e delle loro famiglie. Quarantadue srl potrà impugnare il provvedimento presentando ricorso entro un mese dalla notifica. Nel frattempo, però, la società dovrà procedere alla rimozione degli audio contestati dalla docuserie e pagare la sanzione amministrativa. La vicenda solleva interrogativi più ampi sul rapporto tra true crime entertainment e rispetto delle persone coinvolte in tragedie reali. Dove finisce il diritto di informare e raccontare, e dove inizia lo sfruttamento commerciale del dolore altrui? È una domanda che il boom delle docuserie su Netflix e altre piattaforme rende sempre più attuale e urgente.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.