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C’è un’icona di Hollywood che non le manda a dire. E quando Meryl Streep parla di cinema, il mondo ascolta. Questa volta, però, le sue parole hanno il sapore pungente di una critica senza appello, diretta contro uno dei fenomeni più pervasivi dell’industria cinematografica contemporanea: i cinecomic Marvel e la loro influenza sul modo di raccontare storie sullo schermo.

Durante un’intervista al programma radiofonico britannico Hits Radio Breakfast Show, condotto da Fleur East, l’attrice tre volte premio Oscar si è lasciata andare a una riflessione che suona come un j’accuse. Insieme alle colleghe Anne Hathaway ed Emily Blunt, Streep era impegnata nella promozione del tanto atteso Il diavolo veste Prada 2, sequel del film cult del 2006 che ha segnato un’intera generazione di spettatori.

La conduttrice ha chiesto all’attrice di commentare il lato più umano di Miranda Priestly, la temibile direttrice di Runway che Streep ha interpretato con maestria nel primo capitolo. Una figura complessa, sfaccettata, capace di essere spietata e vulnerabile allo stesso tempo. Ed è proprio partendo da questa complessità che l’attrice ha sferrato il suo attacco con i film con i super eroi.

Meryl Streep indossa un maglione familiare durante l'intervista al The Late Show with Stephen Colbert fonte: YouTube
Meryl Streep indossa un maglione familiare durante l’intervista al The Late Show with Stephen Colbert fonte: YouTube

Credo che si ottenga una visione realistica. Penso che ora tendiamo a Marvel-izzare i film“, ha dichiarato senza mezzi termini. “Abbiamo i cattivi e abbiamo i buoni, ed è così noioso“. Il neologismo “Marvel-izzare” non è casuale: descrive perfettamente un processo di semplificazione narrativa che, secondo Streep, sta impoverendo il cinema contemporaneo.

La critica dell’attrice va dritta al cuore di una questione che divide il mondo cinematografico da anni. Da un lato ci sono i blockbuster dei supereroi, macchine da guerra del botteghino capaci di incassare miliardi in tutto il mondo. Dall’altro, c’è una corrente di pensiero che rimpiange la complessità psicologica, le zone grigie morali, quei personaggi che non sono né completamente buoni né totalmente cattivi.

Miranda Priestly è l’esempio perfetto di questa ambiguità, visto che nel film del 2006 Streep ha dato vita a un personaggio che sulla carta potrebbe sembrare semplicemente antagonista, ma che in realtà è molto più complesso e contraddistinto anche da aspetti positivi. Questa stratificazione, secondo Streep, è esattamente ciò che manca ai film di supereroi. I villain Marvel, per quanto carismatici possano essere, restano spesso ancorati al loro ruolo di antagonisti. Gli eroi, dall’altro lato, incarnano valori positivi in modo a volte schematico. Certo, ci sono state eccezioni: Thanos in Avengers: Infinity War viene presentato come un villain con motivazioni comprensibili, seppur distorte. Ma si tratta appunto di eccezioni in un panorama dominato da una narrazione più lineare.

Anne Hatwhay come Andrea Sachs e Maryl Streep come Miranda Priestly in una scena di Il Diavolo veste Prada 2, fonte: 20th Century Studios
Anne Hatwhay come Andrea Sachs e Maryl Streep come Miranda Priestly in una scena di Il Diavolo veste Prada 2, fonte: 20th Century Studios

Ovviamente la questione sollevata da Streep non riguarda solo la qualità artistica dei singoli film, ma l’influenza che questo tipo di prodotto ha sull’intera industria. Quando i cinecomic dominano il box office e dettano le logiche produttive, anche altri film tendono ad adattarsi a quegli standard. Il risultato è un cinema che privilegia l’azione spettacolare, gli effetti visivi mozzafiato e le trame relativamente semplici, a scapito della profondità psicologica e della complessità narrativa.

La domanda che resta aperta è se questa tendenza alla semplificazione sia reversibile. I dati del box office degli ultimi anni mostrano segnali contrastanti: alcuni cinecomic hanno deluso le aspettative, mentre film più complessi e d’autore hanno trovato il loro pubblico. Forse il pendolo sta iniziando a oscillare nella direzione opposta. O forse, semplicemente, c’è spazio per entrambi i tipi di cinema.

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