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Quando un inno alla speranza diventa la colonna sonora della distruzione, qualcosa si rompe. E Katy Perry non ha intenzione di restare in silenzio. La popstar americana è esplosa in una dura protesta pubblica dopo che il profilo TikTok ufficiale della Casa Bianca ha utilizzato la sua celebre hitFirework” del 2010 per accompagnare un video di propaganda militare contenente immagini di attacchi missilistici contro infrastrutture iraniane.

Il filmato pubblicato dall’amministrazione Trump giovedì scorso ha fatto coincidere le esplosioni reali con il celeberrimo ritornello “boom, boom, boom” della canzone, creando un montaggio disturbante che ha raggiunto in poco più di 24 ore 6,6 milioni di visualizzazioni e oltre 600.000 like. La didascalia che accompagnava il video era lapidaria e minacciosa: “”L’Iran è stato avvertito””.

La reazione di Katy Perry non si è fatta attendere. Attraverso un post pubblicato sulla piattaforma X, l’artista di “Teenage Dream” ha espresso tutto il suo sdegno per quello che considera un tradimento profondo del significato originale della sua musica. Le sue parole sono state nette, senza filtri diplomatici. “Sono profondamente sconvolta e arrabbiata nel vedere ‘Firework’ utilizzata sul profilo TikTok della Casa Bianca come colonna sonora per immagini di attacchi militari. Non ho approvato questo, non mi è stato chiesto, e assolutamente non lo approvo”, ha scritto la cantante, sottolineando l’assenza totale di autorizzazioni per questo utilizzo.

Perry ha poi rivendicato con forza l’intento originario del brano, spiegando come “Firework” sia nato per essere un inno di speranza, guarigione e forza interiore per le persone che attraversano i loro momenti personali più bui. La canzone è un invito all’accettazione di sé, un messaggio che esorta ognuno a non sentirsi mai fuori posto o sbagliato e a mostrarsi al mondo per ciò che si è realmente.

Vedere un messaggio di autostima e incoraggiamento trasformato in una colonna sonora di distruzione e violenza è una completa violazione di tutto ciò che rappresenta la mia canzone. La mia musica serve a unire le persone, non a celebrare la guerra”, ha concluso nella sua dichiarazione pubblica. La polemica ha immediatamente acceso il dibattito sui social network. Sotto al post di Katy Perry e al video della Casa Bianca si sono moltiplicati commenti di condanna.

“Il nostro paese è una barzelletta. Questo profilo è una vergogna. La guerra non è qualcosa da celebrare“, ha scritto un utente. Altri hanno definito il contenutovergognoso” e privo di qualsiasi limite di decenza. Ma c’è anche chi ha sollevato un’obiezione apparentemente tecnica e significativa. Alcuni utenti hanno ricordato alla Perry che nel 2023 ha venduto i diritti del suo catalogo musicale per 225 milioni di dollari, suggerendo che non avrebbe più voce in capitolo sull’utilizzo delle sue canzoni. “Non puoi lamentarti, non hai più i diritti sulla tua musica“, hanno commentato in molti. “Nessuno ti chiederà il permesso“, hanno rincarato altri.

In realtà la questione legale è più complessa di quanto possa sembrare. Katy Perry ha diversi strumenti a disposizione per contestare l’utilizzo inappropriato dei suoi brani. Se l’uso delle sue canzoni danneggia il suo onore e la sua reputazione, l’artista può agire legalmente. Analogamente, se montaggi o alterazioni delle canzoni ne modificano il senso originario, stravolgendo il significato in maniera negativa o fuorviante, esistono tutele specifiche che proteggono l’integrità artistica dell’opera e del suo autore.

Questo caso si inserisce in un filone ormai consolidato di artisti che si oppongono all’utilizzo della loro musica da parte dell’amministrazione Trump. In passato, altre popstar come Ariana Grande hanno sollevato obiezioni simili quando le loro canzoni sono state utilizzate senza autorizzazione o in contesti ritenuti inappropriati rispetto ai valori che rappresentano.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.