C’è un momento nella serie Heated Rivalry in cui Ilya Rozanov, il giocatore di hockey russo interpretato da Connor Storrie, confessa con amarezza una verità scomoda: nel suo paese non potrebbe mai vivere apertamente la propria omosessualità. Quelle parole, scritte per una storia di finzione, oggi risuonano con una precisione inquietante. Perché in Russia, e ora anche in Bielorussia, non solo non puoi guardare quella serie, ma rischi conseguenze legali anche solo per parlarne. Il caso che ha acceso i riflettori su questa deriva autoritaria riguarda Saratov Business Consulting, un’agenzia di stampa russa che lo scorso febbraio aveva pubblicato un articolo dal titolo innocuo: “Perché Heated Rivalry è così popolare“.
Una recensione come tante, che raccontava ai lettori il successo inaspettato della serie canadese targata HBO, diventata un fenomeno di massa capace di conquistare milioni di spettatori in tutto il mondo. Niente opinioni politiche, nessun manifesto ideologico. Solo cronaca culturale. Eppure, per un tribunale locale russo, quell’articolo rappresentava qualcosa di ben più grave: propaganda LGBT. La sentenza è arrivata come un pugno nello stomaco: il sito è stato multato per circa seimila euro, una cifra che in rubli corrisponde a cinquecentomila. L’articolo è stato rimosso immediatamente, cancellato come se non fosse mai esistito. Il messaggio è chiaro: anche solo descrivere il successo di una serie con protagonisti gay equivale a promuovere l’omosessualità.
E questo, nella Russia di Putin, è reato. Ma la Russia non è più sola in questa crociata contro la comunità LGBT. Mercoledì 15 aprile 2025, il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha firmato una legge che introduce pene durissime per quella che definisce “propaganda di relazioni omosessuali“. Il provvedimento, approvato dalla Camera dei Rappresentanti a marzo e poi dal Consiglio della Repubblica il 2 aprile, prevede multe salate, lavori socialmente utili e fino a quindici giorni di carcere per chi viene ritenuto colpevole di diffondere contenuti LGBT.
Il testo della legge è ancora più allarmante se letto nella sua interezza. La normativa bielorussa mette sullo stesso piano “propaganda di relazioni omosessuali, cambiamento di genere, rifiuto di avere figli e pedofilia“. Avete letto bene: l’omosessualità e l’identità transgender sono ora classificate nella stessa categoria giuridica della pedofilia, un crimine che coinvolge lo sfruttamento di minori. Un accostamento aberrante che non ha alcun fondamento scientifico o giuridico, ma che serve a costruire una narrazione tossica in cui le persone LGBT vengono presentate come una minaccia per la società. L’organizzazione non profit Trans Europe and Central Asia, guidata da persone transgender, ha condannato duramente la mossa di Lukashenko attraverso i propri canali social. “Condanniamo la sistematica repressione e persecuzione del regime Lukashenko nei confronti delle persone LGBT e di altri gruppi presi di mira, che riflette un quadro più ampio di consolidamento del potere autoritario e dell’erosione dei diritti fondamentali“, hanno dichiarato.
L’appello dell’organizzazione si rivolge agli stati democratici, alle istituzioni internazionali e agli attori impegnati nella difesa dei diritti umani: “Chiediamo di rafforzare la resistenza coordinata contro questa escalation di repressione e di garantire protezione per le persone colpite“. La nuova legislazione bielorussa non nasce nel vuoto, ma segue pedissequamente il modello russo. Vladimir Putin ha fatto della lotta alla cosiddetta propaganda LGBT uno dei pilastri della sua agenda politica, presentandola come difesa dei valori tradizionali contro la corruzione occidentale. Negli ultimi anni, la Russia ha approvato una serie di norme sempre più restrittive che vietano qualsiasi rappresentazione positiva o neutra dell’omosessualità nei media, nei libri, nei film, nelle serie tv e persino online.
Il risultato è una società in cui le persone LGBT vivono nella paura costante, costrette a nascondere la propria identità per evitare conseguenze legali, sociali e talvolta fisiche. Vale la pena ricordare che in Bielorussia le relazioni tra persone dello stesso sesso sono tecnicamente legali dal 1994. Ma questa legalità formale è solo una facciata. Il paese non ha mai introdotto leggi anti-discriminazione che proteggano la comunità LGBT, il che significa che l’omofobia e la transfobia non sono criminalizzate. Anzi, con questa nuova normativa, lo stato stesso diventa attore della discriminazione, armando il sistema giudiziario contro chi semplicemente vuole vivere la propria identità o esprimersi liberamente.
Il caso di Heated Rivalry in Russia e la nuova legge in Bielorussia sono due facce della stessa medaglia: la costruzione di un regime in cui il controllo dell’informazione e la repressione delle minoranze diventano strumenti per consolidare il potere. Non si tratta solo di limitare i diritti di una comunità specifica, ma di erodere lo spazio di libertà per tutti. Oggi sono le persone LGBT, domani potrebbe toccare a chiunque osi dissentire, raccontare storie diverse, recensire una serie tv che non piace al potere. Mentre in molti paesi del mondo si discute di come garantire maggiore inclusione e protezione alle persone LGBT, in questa fetta di Europa orientale il tempo sembra scorrere all’indietro. Le lancette dell’orologio tornano indietro, verso epoche in cui l’identità e l’amore potevano essere criminalizzati con un tratto di penna. E in questo ritorno al passato, persino una semplice recensione diventa un atto di resistenza. O un reato.
