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Il colosso cinese del fast fashion Shein torna al centro di un’inchiesta internazionale che solleva interrogativi inquietanti sulla sicurezza dei suoi prodotti. Secondo il nuovo report Shame on you, Shein! pubblicato da Greenpeace Germania nel novembre 2025, un terzo dei capi analizzati contiene sostanze chimiche tossiche in concentrazioni che superano i limiti previsti dalla normativa europea. Non si tratta di semplici irregolarità tecniche: parliamo di sostanze illegali, alcune delle quali rilevate in quantità fino a 3.300 volte superiori ai valori consentiti. L’indagine ha preso in esame 56 prodotti tra vestiti, scarpe e accessori acquistati in otto paesi europei tra maggio e giugno 2025. I risultati hanno rivelato che 18 articoli, pari al 32% del campione, violano il regolamento REACH dell’Unione europea sulle sostanze chimiche. Tra questi figurano anche capi destinati ai bambini, una circostanza che amplifica ulteriormente la gravità della situazione.

Ma cosa rende questi risultati ancora più allarmanti è che si tratta di una replica. Nel 2022, una precedente inchiesta di Greenpeace aveva già identificato sostanze pericolose in 7 dei 47 prodotti Shein testati. All’epoca, l’azienda aveva ritirato gli articoli contestati e si era impegnata pubblicamente a migliorare la gestione delle sostanze chimiche nei propri processi produttivi. Le nuove analisi dimostrano però che quell’impegno è rimasto lettera morta: gli stessi problemi si ripresentano, spesso con le medesime sostanze tossiche. Il laboratorio indipendente incaricato delle analisi ha individuato undici diverse sostanze pericolose. Tra le più preoccupanti figurano i PFAS, i cosiddetti inquinanti eterni utilizzati per rendere i tessuti idrorepellenti e antimacchia. Sette giacche testate hanno superato i limiti per i PFAS fino a 3.300 volte. Questi composti chimici sono noti per la loro capacità di persistere nell’ambiente e nell’organismo umano, con effetti documentati su fertilità, sviluppo infantile, sistema immunitario e funzionalità di fegato e reni. L’esposizione ai PFAS è inoltre associata a un aumento del rischio di disturbi della tiroide e del metabolismo.

Gli ftalati rappresentano un’altra categoria di sostanze rilevate con frequenza: 14 prodotti hanno superato i limiti previsti, 6 dei quali di oltre 100 volte. Un paio di sandali da donna conteneva ftalati vietati in concentrazione 15 volte superiore alla soglia Reach. Questi plastificanti sono particolarmente insidiosi perché interferiscono con il sistema endocrino, compromettendo la fertilità e danneggiando potenzialmente il feto durante la gravidanza. La loro classificazione europea è inequivocabile: agiscono come ormoni artificiali e possono causare danni agli organi riproduttivi. Le analisi hanno inoltre individuato metalli pesanti come piombo e cadmio in due prodotti. Il piombo è particolarmente dannoso per i bambini, influenzando lo sviluppo cerebrale, il quoziente intellettivo, l’apprendimento e il comportamento. Può inoltre danneggiare il sistema nervoso, i reni e gli organi riproduttivi, oltre a interferire con l’equilibrio ormonale. Il cadmio, classificato come potenziale cancerogeno, può provocare danni a reni, polmoni, fegato, sistema cardiovascolare e nervoso, con ripercussioni negative su fertilità e peso alla nascita.

Ma come avviene l’esposizione a queste sostanze? Il meccanismo principale è il contatto cutaneo. Durante la normale attività quotidiana, il sudore favorisce il rilascio delle sostanze tossiche dai tessuti, permettendone l’assorbimento attraverso la pelle. Un abito per neonati analizzato nel test rilasciava antimonio in una soluzione che simulava la sudorazione: questa sostanza, altamente tossica se entra nel circolo sanguigno, rappresenta un pericolo concreto soprattutto per i più piccoli. Nei neonati e nei bambini, anche la suzione dei tessuti può costituire una via di esposizione. L’inalazione di microfibre rappresenta un altro canale di contaminazione, mentre il lavaggio dei capi disperde le sostanze chimiche nell’ambiente, contaminando suolo, fiumi e falde acquifere. Una volta entrate nella catena alimentare, queste sostanze possono accumularsi negli organismi viventi, risalendo fino ai pesci e agli altri alimenti che consumiamo quotidianamente.

Un test condotto dalla rivista tedesca Oko-test ha confermato e ampliato questi risultati, analizzando 21 capi di abbigliamento per diverse fasce d’età. Anche in questo caso, la maggior parte dei prodotti Shein non ha superato il test, risultando contaminata da antimonio, dimetilformammide, piombo, cadmio, ftalati vietati, naftalene e idrocarburi policiclici aromatici. In un capo per adolescenti è stato rilevato il dimetilformammide, sostanza classificata nell’Unione europea come potenzialmente pericolosa per la fertilità. Due paia di scarpe sono risultate particolarmente problematiche, contenendo sostanze chimiche che si pensava fossero state eliminate dalla produzione tessile. In un modello, i livelli di piombo e cadmio misurati superavano ampiamente i valori soglia stabiliti dal regolamento Reach. In un altro paio sono stati identificati idrocarburi policiclici aromatici in concentrazioni fino a 22 volte superiori ai limiti consentiti: si tratta di sostanze cancerogene il cui utilizzo è vietato dalle normative europee.

La dimensione del fenomeno Shein rende questi dati ancora più preoccupanti. Con 363 milioni di visite mensili, il sito dell’azienda cinese è il più frequentato al mondo nel settore moda, superando il traffico combinato di Nike, H&M e altre piattaforme concorrenti. Il catalogo offre oltre mezzo milione di modelli, venti volte l’assortimento di H&M. Il fatturato è passato da 23 miliardi di dollari nel 2022 a 38 miliardi nel 2024, mentre le emissioni dell’azienda sono quadruplicate negli ultimi tre anni. Il modello di business di Shein si basa su marketing aggressivo, presenza capillare sui social network come TikTok e Instagram, e prezzi estremamente competitivi che incoraggiano l’acquisto compulsivo, soprattutto tra i consumatori più giovani. Il poliestere, una fibra plastica derivata dai combustibili fossili, rappresenta l’82% dei materiali utilizzati dall’azienda. Questo approccio genera enormi quantità di rifiuti tessili e contribuisce in modo significativo all’inquinamento ambientale.

Questa decisione, che anticipa al 2026 l’abolizione della soglia di esenzione doganale, mira a proteggere le imprese europee,
Anticipo dei dazi sulle spedizioni low cost dalla Cina (screenworld.it)

Nonostante ripetute multe da milioni di euro, Shein continua a sfruttare scappatoie doganali e a violare le norme per la tutela dei consumatori e dell’ambiente. L’azienda riesce spesso a eludere i controlli sulle sostanze chimiche, facendo leva su un sistema di vendita online che complica le verifiche preventive sugli articoli commercializzati. Di fronte all’evidenza dei dati, Shein ha risposto attraverso una nota ufficiale dichiarando di attribuire “la massima importanza alla sicurezza dei prodotti” e di impegnarsi “a offrire articoli sicuri e affidabili per i propri clienti“. L’azienda ha sostenuto di non aver ancora potuto verificare i rilievi delle analisi condotte da Greenpeace, aggiungendo di aver comunque attivato “in via precauzionale” i protocolli standard di sicurezza, rimuovendo i prodotti segnalati dal marketplace globale in attesa di ulteriori verifiche.

La società ha inoltre precisato di lavorare “a stretto contatto con agenzie di analisi internazionali di terze parti” come Intertek, SGS, BV e TUV, conducendo nell’ultimo anno oltre 400.000 test di sicurezza chimica. I fornitori sarebbero tenuti a rispettare controlli e standard interni, oltre alle leggi e ai regolamenti sulla sicurezza dei prodotti nei paesi in cui l’azienda opera. Tuttavia, gli esperti di Greenpeace ritengono insufficienti queste dichiarazioni. Moritz Jäger-Roschko, responsabile dell’economia circolare per l’organizzazione ambientalista, ha commentato senza mezzi termini: “Shein rappresenta un sistema guasto di sovrapproduzione, avidità e inquinamento. L’azienda sembra disposta ad accettare danni alle persone e all’ambiente: i prodotti segnalati nei test precedenti riappaiono in forma quasi identica, con le stesse sostanze pericolose“.

App di Shein
App di Shein

Secondo Jäger-Roschko, i risultati dimostrano chiaramente che l’autoregolamentazione volontaria è inefficace. Per responsabilizzare davvero i produttori servirebbero leggi anti-fast fashion vincolanti, sul modello della normativa recentemente entrata in vigore in Francia. Il governo francese ha introdotto una tassa sul fast fashion, promosso l’economia tessile circolare e vietato la pubblicità della moda ultraveloce, compresa quella sui social network. Anche il commissario europeo per la Giustizia Michael McGrath si è detto “scioccato dalla pericolosità di alcuni prodotti Shein“, sottolineando la necessità di “regole più severe“. Il commento era arrivato dopo la pubblicazione dei risultati di un’operazione di “acquisti in incognito” condotta a livello europeo per verificare come i rivenditori cinesi stiano aggirando le leggi di Bruxelles. I primi dati erano stati giudicati “preoccupanti” e il nuovo rapporto di Greenpeace conferma e aggrava quel giudizio.

Greenpeace chiede ora l’applicazione rigorosa della legislazione europea sulle sostanze chimiche a tutti i prodotti venduti nell’Unione, compresi quelli commercializzati online. L’organizzazione propone inoltre di rendere le piattaforme di e-commerce legalmente responsabili della conformità dei prodotti venduti attraverso i loro marketplace, eliminando così la possibilità di scaricare la responsabilità sui singoli fornitori. I lavoratori coinvolti nella produzione di questi capi rappresentano la categoria più esposta alle sostanze tossiche, ma anche i consumatori corrono rischi concreti. L’assorbimento cutaneo attraverso il sudore, l’inalazione delle fibre e, nei bambini piccoli, la suzione dei tessuti costituiscono vie di esposizione quotidiana a composti che possono accumularsi nell’organismo nel tempo. Una volta lavati o smaltiti, questi indumenti continuano inoltre a rappresentare una fonte di contaminazione ambientale, rilasciando sostanze persistenti che entrano nella catena alimentare.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.