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Una nuova specie si aggira tra i parchi, i caffè e i feed di TikTok e Tinder. Lo riconosci subito: jeans larghi, tote bag con un Labubu appeso come ciondolo portafortuna, cuffie cablate che pendono dal collo, un libro di Joan Didion in mano le cui pagine sembrano stranamente intatte. Benvenuti nell’era del maschio performativo, l’archetipo maschile del 2025 che ha trasformato il progressismo in un accessorio estetico, brillando un’epoca dove conta più l’apparenza che la sostanza.

Non si tratta di uomini che credono davvero nella parità di genere. Sono uomini che hanno capito cosa vogliono sentirsi dire le donne femministe e hanno costruito un personaggio su misura. Come ha spiegato Guinevere Unterbrink, co-conduttrice di un concorso dedicato proprio a questa figura, “sono gli uomini che cercano di rispondere a ciò che pensano vogliano le donne femministe“. Una definizione che dice tutto: non è questione di convinzioni, ma di calcolo estetico, una messa in scena calibrata per sedurre.

Il fenomeno è esploso negli Stati Uniti, dove a Seattle si è tenuto il famoso Performative Male Contest che ha attirato centinaia di spettatori. I concorrenti hanno sfilato esibendo magliette con slogan femministi, recitando versi a favore dell’emancipazione femminile, talvolta persino al contrario, e brandendo con orgoglio i loro dischi in vinile di Clairo. Il vincitore si è aggiudicato un trofeo dal valore altamente simbolico: La volontà di cambiare dell’attivista Bell Hooks. Un premio perfetto per chi la performance la fa di mestiere.

@hannahxjian SEATTLE COMPETITION WENT CRAZY 🫨 #seattle #seattleevents #performative #performativemale #matcha #labubu #clairo #competition ♬ Juna – Clairo


Il termine “performativo” ha una storia filosofica precisa. Reso celebre da Judith Butler nel suo saggio rivoluzionario Trouble dans le genre del 1990, descriveva il genere come una performance continua, una “messa in scena della legittimità“. Ma da allora il concetto è scivolato verso un uso ironico e critico e dopo l’attivismo performativo individuato durante il movimento Black Lives Matter, ora abbiamo l’uomo performativo, la cui decostruzione della mascolinità è ridotta a un’apparizione instagrammabile.

Come abbiamo accennato ad inizio articolo, sui social network l’identikit è diventato un meme riconoscibilissimo: taglio mullet, smalto sulle unghie, tè matcha, baffi curati, jeans oversize e letture di Mona Chollet sventolate come totem culturali. Una sorta di moodboard dell’uomo eterosessuale destrutturato che abbraccia una finta femminilità per risultare più appetibile. Persino celebrità come Jacob Elordi, con la sua collezione di borse che fa tremare le fashioniste, Timothée Chalamet con i suoi libri infilati nelle tasche dei cargo e Pedro Pascal sono stati associati a questa categoria.

Dal punto di vista sociologico, il maschio performativo illustra una mutazione delle mascolinità sotto l’occhio implacabile dei social network. Dove alcuni uomini si rifugiano nei discorsi virilisti di Andrew Tate, altri investono nella panoplia opposta. Mostrano vulnerabilità, estetizzano comportamenti considerati “femminili”, leggono ostentatamente testi femministi. In entrambi i casi si tratta di performance di genere: solo che uno esibisce il dominio, l’altro lo decostruisce per convenienza.

@lyrefox

Allora, lascia che ti spieghi…

♬ Pleasant Jungle Expedition/Wild Animals/Savannah(1290806) – Ney


Il gioco, spesso, si tinge di autoironia. Come spiega Tony Wang, fondatore della società di consulenza Office of Applied Strategy, “c’è qualcosa di meta-ironico in tutto ciò, come un’armatura“. Esagerando il proprio ruolo, il maschio performativo si protegge. Se criticato, può sempre rispondere che stava scherzando. Ma dietro l’ironia si nasconde un paradosso profondo: questi uomini non cercano di essere migliori, ma di apparire migliori. La loro vulnerabilità è un’arma di seduzione, la loro crescita personale una vetrina ottimizzata per Instagram. Non si beve matcha perché piace davvero, ma perché si vuole essere visti mentre lo si beve.

Se il fenomeno è così affascinante è perché tocca una questione centrale nell’era digitale: che cos’è la sincerità quando tutto è mediato da uno schermo. La generazione Z, ossessionata dall’autenticità, è rapidissima nel riconoscere la falsità. Da qui le prese in giro virali su TikTok e le gare parodistiche che si moltiplicano in tutto il mondo. Ma rimane un’ambiguità di fondo: e se la critica fosse essa stessa performativa. Il termine viene raramente applicato agli uomini maschilisti, anche se sono altrettanto in mostra, ed è l’estetica progressista a finire sotto il microscopio, e agli uomini non viene perdonato di giocare al femminismo senza praticarlo davvero.

La prova del nove è arrivata proprio al concorso di Seattle. Alla fine della competizione, gli organizzatori hanno sottoposto i candidati a un semplice test: alcune domande basilari sui diritti delle donne. Il risultato è stato impietoso: la maggior parte ha fallito. Uno non sapeva dell’esistenza delle coppette mestruali, un altro ignorava in quale anno le donne avevano ottenuto il diritto di voto. Scegliere il travestimento giusto, evidentemente, non basta.

@thomasasueni

Se ti va c’è questa mostra sul surrealismo maya😌

♬ original sound – Thomas Asueni


È proprio da questa consapevolezza che nasce The Anti-Performative Male Guide, la nuova guida di Tinder co-creata con Paul Brunson, esperto globale di relazioni dell’app. L’iniziativa vuole aiutare gli uomini a liberarsi dai miti della mascolinità performativa e vivere le connessioni in modo più vero, semplice e umano. L’obiettivo è promuovere un dating più consapevole, emotivamente intelligente e rispettoso, dove non è necessario recitare ma semplicemente essere se stessi.

La cultura del dating contemporaneo ha spesso spinto gli uomini a “fare colpo” più che a creare connessione: battute studiate, sicurezza ostentata, ruoli rigidi. Questo approccio genera distanza emotiva, ansia da prestazione e relazioni poco autentiche. Secondo il report Tinder Year in Swipe 2025, i giovani single stanno andando nella direzione opposta: più chiarezza, più onestà emotiva, meno ambiguità. Il 64% dei giovani afferma che l’onestità emotiva è ciò di cui il dating ha più bisogno, mentre il 73% dichiara di capire se gli piace davvero qualcuno quando può essere se stesso.

Onestà, rispetto e apertura emotiva sono diventati centrali per le nuove generazioni. La Gen Z attribuisce sempre più importanza a qualità basate sui valori: fedeltà (79%), rispetto (78%) e apertura mentale (61%) superano l’aspetto fisico, considerato rilevante solo dal 56%. Secondo Paul Brunson, questo approccio si traduce in una mentalità chiara, tutto o niente. Mostrarsi senza filtri, prendere o lasciare. “La vera attrazione non nasce dalla perfezione o dal controllo, ma dalla disponibilità emotiva. Quando smettiamo di performare, iniziamo davvero a connetterci“, commenta l’esperto.

@lamodadiinternet il maschio perfomativo era nella mente di noi 16enni 10 anni fa e ora è sugli schermi di tutti (ma è diventato un meme) #performativemale #performativeman #moda #fashion #style ♬ suono originale – lamodadiinternet


La guida si basa su alcuni pilastri fondamentali. Prima di tutto: conoscere se stessi e mostrarsi per ciò che si è davvero. Non cosa si “dovrebbe” volere o cosa funziona meglio sugli altri, ma cosa è giusto per sé. Essere chiari sui propri bisogni, desideri e limiti è il primo passo per creare connessioni autentiche. Poi c’è l’ascolto empatico: ascoltare per capire, non per impressionare. Molti uomini parlano per dimostrare qualcosa, mentre l’ascolto vero crea connessione.

Il maschio performativo, alla fine, potrebbe essere solo l’avatar 2025 di una storia antica: l’uomo che cerca di sedurre confondendosi con un’immagine. Un pavone che esegue una sorta di corteggiamento 2.0 per attirare l’attenzione delle femmine e affermare il proprio dominio sugli altri maschi. Invece di sventolare le lunghe piume della coda, usa una garza femminista.

Dobbiamo preoccuparci per questa nuova specie? Non proprio. Tra un amante di podcast ossessionato dal bodycount e un ragazzo che legge Just Kids di Patti Smith mentre ascolta Mitski, la scelta sembra piuttosto scontata. In sostanza, il vero problema del maschio performativo non è che esiste, ma che non va oltre l’accessorio, visto che andare in giro con un saggio femminista è sì una buona cosa… ma bisogna ricordarsi di sfogliare davvero le pagine.

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