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Code Vein 2 è un gioco decisamente particolare che sin dalle sue prime ore di gioco mi ha fatto respirare un’aria decisamente sinistra. Ho ancora bene in mente il precedente capitolo: l’ho approfondito fino al minimo DLC durante il lockdown, ma oltre questi ricordi geolocalizzati del tutto personali, Code Vein aveva un’estetica decisamente particolare: uno stile fortemente anime a cui si avviluppava una sperimentazione tra il gotico, con contesto da post apocalittico. Però le armi, i costumi brillanti e attillati, le maschere dei revenant, insomma, se nella meccanica era qualcosa di già visto, con il classico soulslike costruito per corridoi, almeno nell’estetica era un bel piacere.

Poi è arrivato, sicuramente con sorpresa di molti, Code Vein 2 e porta diverse promesse particolari: uno stile sobrio, un open world – l’ennesimo dopo anche Nioh 3 – e un approccio molto più GDR del precedente. Il risultato è un mostro decisamente difettoso, eppure affascinante.

Code Vein 2 e la perdita dell’innocenza

Scontro con un boss in Code Vein 2
Scontro con un boss in Code Vein 2 – ©Bandai Namco

Ora, scendendo velocemente a patti con l’effettivo risultato finale del gioco, appare palese sin da subito che gli sviluppatori hanno siglato un certo accordo con il diavolo, rivoluzionando la formula, come gli ingredienti, con cui si è formato il precedente capitolo.

È un po’ come andare in una festa in maschera dove ognuno ha addosso lo stesso costume di altre dieci persone. Una situazione del genere la risolvi in un paio di modi: eviti di mascherarti, e tiri a lucido il vestito migliore, cercando comunque di essere simpatico, oppure mantieni la maschera dozzinale e dopo dieci minuti ti ritrovano ubriaco sul divano. Code Vein 2 sceglie la prima strada, tradendo parte degli elementi che lo componevano per riorganizzarsi sul piano delle meccaniche come dell’organizzazione della mappa.

L’open world in tal senso è solo un’aggiunta marginale a quella storia che prende una strada decisamente diversa, quasi più sobria, abbandonando in parte tutte quelle esagerazioni che facevano la felicità di chi cercava una personalizzazione totale nei personaggi, quasi a creare una controparte stile anime, tanto fedele quanto stilosa. Ovviamente questa c’è sempre, ma tutto diventa decisamente marginale, con una riorganizzazione totale tanto dell’equipaggiamento come dell’approccio alla progressione del gioco.

C’è dunque un effetto novità che si traduce come un tradimento di quello che era Code Vein e non nego infatti che, almeno nelle prime ore di gioco, complice anche il sistema open world che non trasudava certo una chiara brillantezza di intenzioni, l’alienazione è stata molta. La sensazione di star giocando qualcosa di diverso da Code Vein era presente, pensando a tratti di essermi ritrovato davanti una sorda rebranding parziale, un po’ come il passaggio tra Far Cry e Far Cry 2 o il franchise di Lords of the Fallen. Dov’è, dunque, la verità?

Difettoso, ma appassionante

Esplorando la mappa in Code Vein 2
Esplorando la mappa in Code Vein 2 – ©Bandai Namco

Come spesso capita, la soluzione a questo mistero di intenzioni e sensazioni è nel mezzo, e quella zona grigia è piena di titoli, di videogiochi potenzialmente interessanti, che per un motivo o l’altro, finiscono per essere etichettati come difettosi, dal potenziale inespresso, vittime di un processo creativo come di sviluppo, che li ha colpiti in pieno viso.

Code Vein 2 rientra in questo caso, con un gioco estremamente divertente nel suo essere l’outsider della festa, con i suoi difetti che sono dati dall’aver attinto a delle meccaniche ludiche e creazioni di gioco non pienamente comprese. Magari si è un po’ peccato di ambizione, con l’unico inciampo di non aver avuto abbastanza esperienza sulle spalle per poter mettere a punto quanto pensato.

Proprio l’open world risulta essere l’elemento divisivo di Code Vein 2, in quanto maschera quella che a conti fatti è solo una grande mappa, collegata da diversi corridoi a cui si aggiungono distese pianeggianti di erba, edifici diroccati come non, mentre vengono attraversati solo per raccogliere risorse e poco altro.

I dungeon sono il vero cuore divertente del gioco, che si costruiscono pieni di nemici, e di approcci che fanno la felicità di una storia che corre all’impazzata tra il passato e il presente, mescolando sapientemente questo cavillo con il sistema di gioco e dei compagni da portare in viaggio con noi.

In conclusione

Una sequenza di gioco di Code Vein 2
Una sequenza di gioco di Code Vein 2 – ©Bandai Namco

Messi sulla stessa bilancia però, appare chiaro come tutte queste meccaniche di espansione non sono state ben studiate, eppure sul contraltare sono state inserite una serie di ottimizzazioni proprio per riempire questi buchi consapevoli, e almeno sul fronte dell’approccio ai combattimenti, Code Vein 2 si porta a casa il premio del divertimento, della sperimentazione. Poi certo, bisogna chiudere un occhio su tutto quello che non funziona, ottimizzazione artistica come tecnica dell’open world (sono inciampato su alcuni bug che rendevano fermi i boss alla fine del dungeon o di tracce sonore che improvvisamente si mettevano sul muto), ma questo tradimento delle origini lascia un sapore misto nel palato, parte piacevole e parte amaro.

Vince però la dimensione più dolce, perché in qualche modo ci vuole coraggio per stravolgere le carte e rendersi riconoscibili alla vista di tutti. Magari non perfetti, ma sono quei tipi di progetti che proprio nei loro difetti dimostrano di essere umani, perfezionabili, ricchi di talento che necessita di essere esplorato, e questo tradimento, almeno ai miei occhi, non può che essere premiato.

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Classe 1989. Gabriele Barducci scrive di Cinema e serie tv. Dal 2022 è responsabile dell'area videogiochi di ScreenWorld. Comincia a scrivere di Cinema e serie tv nel 2012 accompagnando gli studi in Scienze della Comunicazione presso l'università di Roma La Sapienza. Nel 2016 entra nella redazione di The Games Machine occupandosi anche di videogiochi, mentre dal 2017 è nello staff della rivista di cinema Nocturno.