L’Eurovision Song Contest cambia pelle e lo fa con una decisione che segna uno spartiacque nella storia della competizione musicale più seguita d’Europa: dal 2027, i Paesi coinvolti in conflitti armati non potranno più ospitare la manifestazione. Una svolta che arriva dopo anni di polemiche, boicottaggi e tensioni geopolitiche che hanno trasformato il palco della kermesse in un ring diplomatico.
La nuova norma, inserita nel regolamento ufficiale dell’Unione Europea di Radiodiffusione, è chiara e inequivocabile: l’emittente vincitrice sarà automaticamente esclusa dall’organizzazione qualora un conflitto armato, una situazione geopolitica delicata o qualsiasi altra circostanza influisca in modo sostanziale sulla sicurezza, sull’incolumità o sulla stabilità del proprio Stato o della regione circostante. Insomma, vincere non basterà più e bisognerà anche garantire che attorno alla festa della musica europea non aleggi l’ombra della guerra.
Ma cosa ha spinto l’EBU a questa decisione così drastica? Le radici affondano nelle polemiche che hanno attraversato le ultime edizioni del contest. Nel 2026, l’Eurovision di Vienna è stato al centro di un caso internazionale quando cinque Paesi – Spagna, Irlanda, Slovenia, Paesi Bassi e Islanda – hanno deciso di boicottare la manifestazione per protesta contro la partecipazione di Israele per tutto quello che sta accadendo in Palestina.

Non è la prima volta che l’Eurovision si trova a fare i conti con la guerra. Nel 2017, l’Ucraina aveva ospitato il festival a Kiev nonostante il conflitto nel Sud del Paese con i separatisti filorussi andasse avanti dal 2014. Una situazione già controversa all’epoca, che aveva sollevato interrogativi sulla sicurezza di artisti, delegazioni e pubblico. Ma l’escalation vera è arrivata nel 2022, quando la Kalush Orchestra ucraina ha trionfato a Torino con “Stefania”, una vittoria carica di significato politico nel pieno dell’invasione russa. Nonostante il successo, l’edizione 2023 non si è svolta a Kiev, ma è stata dirottata a Liverpool per evidenti ragioni di sicurezza. Un precedente che ha fatto scuola e portato alla regola attuale.
Il meccanismo operativo prevede che l’EBU possa commissionare valutazioni indipendenti sulla sicurezza della regione ospitante. Successivamente, il Reference Group – il comitato esecutivo della manifestazione – si riunirà per decidere se il Paese vincitore sia effettivamente in grado di garantire condizioni adeguate. In caso di parere negativo, verrà individuata un’emittente alternativa che si assumerà tutti gli obblighi organizzativi: dalla gestione alla produzione, dalla messa in scena alla logistica dell’intero evento. Un piano B che diventa ufficiale.
C’è un’altra novità che accompagna questa riforma: l’innalzamento dell’età minima di partecipazione. Dal 2027, gli artisti in gara dovranno aver compiuto 18 anni alla data della prima prova generale. Una misura di tutela che risponde alle crescenti preoccupazioni sulla pressione mediatica e psicologica che grava sui giovanissimi talenti catapultati sotto i riflettori internazionali. La decisione dell’EBU rappresenta un tentativo di depoliticizzare l’Eurovision, o almeno di proteggerlo dalle conseguenze più gravi delle crisi internazionali. Ma può davvero un evento seguito da oltre 160 milioni di spettatori rimanere neutrale quando la geopolitica bussa alla porta? La storia recente dimostra di no. Le canzoni, i costumi, persino i gesti degli artisti sul palco sono diventati messaggi cifrati, dichiarazioni implicite, prese di posizione.
Quello che è certo è che dal 2027 l’Eurovision dovrà trovare un nuovo equilibrio, facendo i conti con regole più rigide e con la necessità di garantire la sicurezza di artisti, delegazioni e pubblico. Una svolta che potrebbe avere conseguenze importanti anche sulle future edizioni, soprattutto nel caso in cui a vincere fosse un Paese coinvolto in un conflitto. Intanto, però, la macchina organizzativa dell’Eurovision 2027 è già partita. Nelle ultime ore è stata infatti scelta la città che ospiterà la prossima edizione del grande evento, lasciando sorprendentemente fuori dalla corsa la capitale Sofia.
