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Il genere medical appartiene a una tradizione particolare, solo in apparenza contraddittoria: si fonda su codici narrativi e linguistici ben definiti, intrinsecamente televisivi e impossibili da replicare sul grande schermo, eppure nel tempo ha offerto a produttori, registi e sceneggiatori terreno fertile per sperimentare e reinventarsi. Negli anni ’90 E.R., forse la serie più importante dell’epoca, ha saputo amalgamare medical e action per affrontare le voragini sociali degli Stati Uniti, le storture del sistema sanitario e le sfumature dell’etica ospedaliera. È dalla sua eredità che nasce The Pitt, una serie folgorante che vede Noah Wyle e John Wells, figure chiave di E.R., di nuovo al timone del progetto.

Ambientata nel pronto soccorso di Pittsburgh, The Pitt racconta le vicende del dottor Michael “Robby” Robinavitch e del suo team durante un turno di 15 ore, raccontate in tempo reale, con ogni episodio corrispondente a un’ora di vita ospedaliera. In bilico tra televisione tradizionale e innovazione, il prodotto di HBO Max si affida alle strette maglie del genere per forzarle e proporre qualcosa di nuovo, rappresentando così una piccola rivoluzione che verrà storicizzata, probabilmente, come un importante momento di passaggio da un prima a un dopo.

La coralità del bagaglio umano

La dottoressa King
La dottoressa King in The Pitt – ©HBO

È tutto di livello altissimo: dal lavoro sul sonoro alla qualità dei dialoghi, fino al trucco – prostetico e non. Ma, soprattutto, è raro assistere a un cast corale così talentuoso e a un gruppo di personaggi così interessanti, ognuno dei quali svolge una duplice funzione: narrativa e socioculturale. Le parabole umane di ogni dottore, infermiere e paziente si incastrano alla perfezione con i percorsi altrui, così come le numerosissime storyline che essi generano o da cui vengono influenzati, sia sul piano orizzontale che verticale. Dal punto di vista narrativo e del montaggio The Pitt è una macchina a ingranaggi oliata e definita in ogni dettaglio – in contrasto a un pronto soccorso sull’orlo del collasso che, tra orari massacranti e tagli al personale, rende la vita dei protagonisti quasi impossibile.

Tra le figure più interessanti spicca la dottoressa Mel King, personaggio nello spettro della neuro-divergenza, la quale proietta in alcuni pazienti la sua esperienza e quella della sorella autistica. La specializzanda Trinity Santos, competitiva e poco avvezza alle regole, è invece costretta a confrontarsi con un passato di abuso e a imparare il gioco di squadra; lo specializzando Whitaker porta in scena una semplicità che richiama la cultura rurale americana, senza però rinunciare all’ambizione. The Pitt dà spazio inoltre a diversi dottori e infermieri immigrati o statunitensi di seconda generazione.

Il pronto soccorso diventa ideale per indagare i fragili equilibri e i delicati rapporti di potere che attraversano qualsiasi gruppo umano, dove le gerarchie non vanno lette in senso verticale, ma in modo orizzontale e intercambiabile. Ogni personaggio porta con sé un frammento significativo degli Stati Uniti: un bagaglio storico, sociale e personale costretto a convivere con ciò che gli sta accanto. Una convivenza che si consuma in un contesto claustrofobico, che azzera gli spazi personali, e diventa luogo perfetto per parlare dell’oggi. Un oggi affannato, fragile, in cui l’obiettivo è imparare a sopravvivere come singolo facendosi comunità.

Una maschilità in continua ridefinizione

Noah Wyle è il dottor Robby
Noah Wyle è il dottor Robby in The Pitt – ©HBO

The Pitt affronta anche il tema del trauma e della salute mentale. Attraverso un uso moderato e non invasivo del flashback, emerge il passato del dottor Robby, scosso dalla perdita di un paziente avvenuta qualche anno prima, nel periodo del Covid. Robby si pone in continuità con la ridefinizione del maschile che i media stanno proponendo da qualche anno a questa parte: sono scomparsi gli antieroi, dominanti negli ultimi decenni, per lasciare spazio a uomini che tentano di imparare a comunicare con le proprie emozioni e sanare le proprie ferite per poi predisporsi in maniera più sana con l’ambiente circostante. The Pitt riesce a evitare il rischio che il binario del trauma su cui si muove il personaggio lo appiattisca, rendendolo bidimensionale o irrilevante rispetto al trauma stesso – come ad esempio accade in The Bear.

A tratti, Robby incarna un ennesimo caso di maschilità ingombrante, appesantita dal proprio bagaglio, eppure rimane un uomo predisposto al lavoro di cura e parte integrante di un ambiente variegato nei confronti del quale si mette a disposizione in maniera quasi mai autoritaria – similmente, per spostarci nel genere comedy, al protagonista della ottima Ted Lasso. La presa in carico maschile passa anche dal sostegno reciproco tra lui e il dottor Abbott, sensazionale guest star interpretata da Shawn Hatosy. La serie, tuttavia, non pretende che le donne rimangano ai margini in attesa che gli uomini completino i propri processi di decostruzione: al contrario, The Pitt mette in scena alcuni dei personaggi femminili più interessanti degli ultimi anni. Tra loro spiccano la dottoressa Samira Mohan, veicolo di competenza e empatia, la dottoressa McKay, ex detenuta e alcolista, e la capoinfermiera Dana Evans.

La miglior serie dell’anno (e forse del decennio)

Una scena da The Pitt
Una scena di The Pitt – ©HBO

The Pitt si pone in totale rottura con la serialità degli ultimi anni: dalla prestige television, dal formato del “film televisivo da dieci ore”, fino al contenuto-algoritmo tipico delle piattaforme. Questa frattura emerge non solo dall’impianto narrativo, ma anche dalla messa in scena: dinamica, ritmata, stilisticamente coerente, priva di qualsiasi fronzolo. A sostegno di questa fermezza e incisività c’è la totale assenza di musica: la colonna sonora è composta dai rumori d’ambiente dell’ospedale, ricostruiti in maniera magistrale. Ma The Pitt interrompe anche la tradizione delle serie medical del passato: qui sangue, stress, adrenalina, ansia da prestazione, carenza di attrezzature e corse da un’emergenza all’altra sono da intendersi in senso strettamente letterale. Dimenticate la genialità di House, l’ospedale come metafora esistenziale di Scrubs o la patina glamour di Grey’s Anatomy.

La serie, come E.R. a suo tempo, ribadisce la centralità della medicina come punto di accesso per indagare l’umanità in ogni sua sfaccettatura. Di fronte all’emergenza, alla necessità vitale di aiutarsi, emerge ciò che siamo. L’umanità che dottori, infermieri, personale e le centinaia di pazienti che abitano corsie e stanze mettono a disposizione è travolgente, inevitabile, spesso spaventosa, ma anche arricchente e persino catartica. Tutto ciò potrebbe scivolare banalmente nella retorica più spicciola, ma è proprio qui che emerge il punto di forza di The Pitt: la sua prospettiva non indulge in un umanitarismo fine a se stesso, non è moralistica né giudicante. Al contrario, afferma con chiarezza l’importanza politica di mettere in campo il bagaglio di ciascuno con empatia e onestà a tratti brutale. Da qui la scelta di affrontare temi come i crimini d’odio, l’epidemia da Fentanyl, il crollo emotivo, la radicalizzazione misogina dei ragazzi della generazione Z e molto altro: tutti aspetti fondamentali dell’oggi.

Viviamo in un periodo storico in cui le serie televisive di maggior successo tendono a urlare ciò che hanno da dire o a esporlo in maniera derivativa e didascalica. The Pitt non fa nulla di tutto questo: non ha la presunzione di comunicare qualcosa di urgente e importantissimo, eppure riesce a raccontare il presente come nessun altro prodotto televisivo contemporaneo. Si affida alle sfumature e alla capacità interpretativa di spettatrici e spettatori.

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