È tornato il cult del romance contemporaneo, il nuovissimo comfort show che corteggia i millennials seducendoli con una una manovra di riscrittura artistica, estetica e strategica dalle sensibilissime leve affettive. Nobody Wants This non è una semplice operazione nostalgia (pur essendo intrinsecamente nostalgica): è il ritorno rassicurante ad ambienti familiari, la riappropriazione generazionale di personaggi dai connotati rimaneggiati. È il riscatto di un romanticismo declinato al presente e a una sensibilità nuova che trova il modo di dialogare con le preferenze del suo pubblico.
Seth e Veronica, Noah e Joanne, sono variazioni sul tema di un medesimo sentimentalismo edificante e ottimista, autentico perché radicato nel reale e nella sua contraddittoria attualizzazione. Caratteri classici e trend argomentativi moderni, purezza romantica e storytelling sdrammatizzato da malfunzionamenti e incomprensioni fanno della serie un prodotto ibrido da iniettare nella percettività esule delle rom-com anni 2000.
Nobody Wants This è emulazione e innovazione in dosi giuste ad agganciare il passato con l’intuizione di validarlo al presente. Ma funziona ancora come un anno fa?
Nobody Wants This 2: squadra che vince non si cambia?

La risposta è snì. Quello che la ingabbia in una formula eccessivamente replicata (ma vincente) è anche ciò che la qualifica nel suo tentativo di normalizzazione, nella sua ricerca di stabilità e maturazione. Nobody Wants This 2 riprende esattamente da dove si era interrotta, e lì di fatto si arresta un altro po’. Noah (Adam Brody) e Joanne (Kristen Bell) sono ancora innamoratissimi, incerti sul proprio futuro e incagliati nelle vicendevoli polarità – prima fra tutte, la questione della spiritualità.
Il percorso verso la conversione di Joanne, indispensabile per progettare una vita insieme, persevera accidentato e carico di esitazioni. Così la serie si incarta a sua volta dentro un dubbio espressivo e introspettivo che rigira su se stesso, assediando i protagonisti nella reiterazione di schemi relazionali sintomatici di una coppia ancora impreparata alla reciproca responsabilità affettiva. Nel frattempo la collettività si muove, evolve, cambia e consente allo show di orientare il suo sguardo sulla tridimensionalità di un eccentrico e (più) evolutivo ensemble di personaggi secondari.
Ma avanziamo con calma: sopita l’euforia dell’innamoramento, Joanne e Noah devono affrontare la vita vera. Quella fase del legame dove l’amore è chiamato a sopravvivere e a scegliere di esistere mettendo in trattativa futuro e individualità. Si addensano le sfide da affrontare, mutano volto e complessità: Nobody Wants This 2 sgambetta fra compromessi personali e differenze culturali, di tradizioni in interferenze familiari, barattando identità mistificate con quelle impreziosite da formative connessioni sociali.
Ma quanto è lecito cambiare per chi si ama? Il sentimento è sufficiente a preservare una relazione?
Approdo alla scomodità del quotidiano

La serie di Erin Foster prova a rispondere battendo ancora una volta la strada dell’intelligenza emotiva, prediligendo il tocco morbido di un racconto che affonda le sue esigenze comunicative nell’esposizione del reale – anche a costo di pregiudicarne la vivacità audiovisiva. È il rischio da correre quando ci si prodiga per la naturalizzazione dei sentimenti (si pensi all’esperimento Heartstopper), scommettendo sulla riproposizione narrativa di situazioni compassate e quotidiane. L’amore cambia faccia, diventa ordinario, insicuro, talvolta meno sfavillante. E di pari passo avanza il ritmo di chi quell’amore sceglie di raccontarlo esattamente per com’è: monotono, forse, ma mai banale.
Se nella prima stagione l’esuberanza del tono inscenava bene la profondità dei temi, spalleggiando la nascita di un amore fondato su comunicazione, ascolto e reciproco rispetto, in questo secondo capitolo la serie custodisce ancora la vulnerabilità di un sentimento coltivato con consapevolezza e centratura emotiva. Solo che lo fa con voce adulta, meno cangiante e un po’ malinconica. Nobody Wants This 2 resta fedele ai suoi codici emotivi, alla promessa di schivare derive struggenti e sotterfugi espressivi: il linguaggio sentimentale dello show è un lento costruirsi di una scomoda e sincera confessione di sé, di aspettativa duale in inadeguatezza personale.
Pertanto l’elettività di Joanne e Noah patteggia il suo futuro sul terreno di una quotidianità dal ritmo ondivago: le loro biografie dialogano, a volte si saldano per crescere, spesso stanano contrasti apparentemente ingovernabili. Fragilità e perplessità subordinano la realtà evocando la densità complessa dell’amore contemporaneo, le sfide degli egoismi individuali, il sacrificio da addebitare a un’evoluzione piena e trasformativa.
Da una relazione a molte

Se Nobody Wants This aveva fatto incontrare i protagonisti in uno scenario specifico della loro vita, ossia nell’impronta di percezioni pre-acquisite di sé e dei propri modi di abitare l’intimità, ora la seconda stagione cerca di mettere in discussione quella solidità. Così il Noah ponderato che avevamo conosciuto rompe l’idillio adorabile della sua sicurezza: appare frangibile, performativo e più arrendevole. Dall’altra parte, Joanne impenna forte sulle sue ruvidità, esibendo narcisismi e sabotaggi nel tentativo di infrangere l’incertezza delle proprie tensioni affettive.
Quell’incertezza è volutamente ribadita, isolata e rimandata nel corso di quasi tutta la stagione, tanto da radicare l’imperfezione del rapporto nel disordine del quotidiano – ma anche da sovrastare la spensieratezza del genere di cui si avvale. Posticipando il nodo narrativo più essenziale (quello dello scarto religioso), la leggerezza della commedia romantica allenta la presa su un cadenzare ritmico che inciampa in alcuni passaggi esasperandone degli altri, preferendo sovraesporre anziché idealizzare.
Nondimeno lo show ha il merito di rimpolpare la propria sensibilità narrativa, interfacciandosi con una moltitudine di nevrosi relazionali – familiari, genitoriali o coniugali che siano. Quello di Nobody Wants This 2 non è più il singolo racconto di un amore, ma una mappatura variopinta delle sfumature psicologiche che sparigliano i rapporti e i loro conflitti interpersonali: ognuno a un proprio stadio di conoscenza, maturazione o crisi conclusiva.
Nobody Wants This 2: riscattiamo la monotonia?

Necessità di appartenenza e conservazione personale saturano le pose di tutti i personaggi in gioco, distinguendosi per carisma e complicità nella particolare cornice narrativa che delimita l’agire dei fratelli dei protagonisti: Morgan (Justine Lupe) e Sasha (Timothy Simons). Il loro legame sfugge alle convenzioni romantiche, si svincola dalle aspettative del pubblico (alla Syd e Carmy di The Bear, per intenderci) rendendosi libero di scollinare in territori non etichettati ma raccordati dalla reciproca confidenzialità, sintonia e impareggiabile sarcasmo.
Sofisticata, deliziosa e divertente, questa seconda stagione di Nobody Wants This fidelizza di nuovo l’emotività di chi guarda, assecondandone i gusti con ulteriori stratificazioni e un immaginario gentile verso un tempo della vita complicato. Gli episodi inframmezzano leggerezza e riflessione, conservando un’indole tagliente e l’intensità interpretativa di un cast sopra le righe e sempre brillante – vero fiore all’occhiello della serie.
Al netto di una ripetitività che alla lunga rischia di stancare, Nobody Wants This continua ad affacciarsi all’età adulta con entusiasmo e contraddizione, parlandoci di un amore scevro di colpi di scena ma ben ancorato alle sfide della vita quotidiana: quelle che ci parlano di realtà e ci convincono della bellezza di poter essere, ancora, inguaribilmente e teneramente monotoni.



