X

Il nuovo anno di Netflix inizia all’insegna del giallo, e lo fa ripescando proprio dall’archivio della Regina del Giallo. Lo fa soprattutto con una scelta tutt’altro che banale e scontata: non uno dei suoi personaggi più iconici (Poirot o Miss Marple), né uno dei suoi classici più conosciuti e celebrati, bensì con I sette quadranti. Un modo originale per percorrere una strada meno battuta e, al tempo stesso, celebrare il cinquantesimo anniversario della morte di Agata Christie, ricorso proprio lo scorso 12 gennaio.

Chimneys, 1925. Una festa in maschera immersa in “una cornice sfolgorante”, fatta di balli, luci e leggerezza. È questo il primo volto della miniserie I sette quadranti, un volto che sembra promettere intrattenimento e gioco, più che pericolo. Ma sotto le maschere scintillanti serpeggia fin da subito una tensione sottile, un ticchettio che accompagna le scene come un avvertimento silenzioso. Il clima di festa in maschera sembra voler mascherare (scusate il gioco di parole) antipatie ed interessi economici. Il delitto non è ancora avvenuto, ma l’enigma è già davanti a noi.

Otto sveglie, sette quadranti

La scena con le sette sveglie riunite sul camino © Netflix
La scena con le sette sveglie riunite sul camino © Netflix

La penna di Chris Chibnall e la macchina da presa di Chris Sweeney pescano a piene mani dallo stile della Regina del giallo, creando da subito l’atmosfera in cui il mistero sembra precedere il delitto. Nell’aria giocosa della festa viene inscenata una burla ai danni di Gerald Wade: otto sveglie disseminate nella sua stanza. L’indomani mattina scattano in simultanea, creando “un putiferio infernale”: è l’attimo di rottura, l’equilibrio già precario si spezza. Il gioco fa spazio alla scoperta più scioccante: la vittima dello scherzo è morta. Le sveglie, non più nascoste ma riunite sopra al camino, sono sette. L’ottava sembra scomparsa, e quel suo ticchettio mancante, paradossalmente, continua a farsi sentire, come se volesse condurci al centro dell’anomalia: il mistero è iniziato.

Con il procedere dei minuti e degli episodi la portata dell’enigma cresce esponenzialmente. Direttamente proporzionale al mistero vediamo l’intraprendenza di Lady Eileen (Mia McKenna-Bruce, sorprendente per come sostiene la scena). Indipendente e lucida, si inserisce nel cuore dell’enigma conducendo le proprie indagini, parallele a quelle del Sovrintendente (Martin Freeman). Al tempo stesso il nome I sette quadranti diviene sempre più concreto e inquietante: dal semplice riferimento allo scherzo finito in tragedia, trova significati anche nei luoghi più in ombra dei sobborghi londinesi.

Geometrie del mistero

Una scena de I sette quadranti di Agata Christie © Netflix
Una scena de I sette quadranti di Agata Christie © Netflix

Un mistero sempre più fitto, i contorni dell’enigma sempre più grandi e sfumati. La vicenda diventa sempre più intricata e confusionaria, ma sembra trovare un fragile ordine nella messa in scena: nelle geometrie delle inquadrature e in una regia che cerca di dare forma ad un complotto dai contorni sempre più ambigui e in espansione. Un equilibrio che si ritrova metodico nella forma e sempre più traballante nel contenuto. Un giusto dosaggio che conferisce forza e solidità alla serie. La serie mantiene per l’intera durata la solidità narrativa, agevolata da un cast affiatato e di livello. Le indagini e le interpretazioni vengono ispirate tanto dai dialoghi quanto dalla regia, per come guida il nostro sguardo: la camera ci accompagna in un continuo esercizio del sospetto, per come fa strada o svia i vari presentimenti. 

La risoluzione dell’enigma non arriva del tutto come frutto dell’ingegno investigativo. Qualche forzatura narrativa, forse per l’intenzione di battere nuove strade, allontana la serie dalle famose Regole per scrivere romanzi polizieschi, ripetute da vari scrittori nel corso del ‘900, ma si rivela anche un’esperienza da vivere. La tensione, il sospetto e l’atmosfera che regia, scenografia e sceneggiatura hanno modellato ne sono testimoni. Non è forse un caso che l’apertura finale lasci pensare a un capitolo successivo, ribadendo una cosa: I sette quadranti si conferma un racconto a cui non basta soltanto essere risolto. Vuole essere soprattutto raccontato.

Condividi.

Classe 1995, Luca ha conseguito un diploma in Ragioneria e una Laurea Triennale in Scienze Politiche, ma fin dall’adolescenza ha sentito crescere in lui una forte passione per il cinema. La svolta arriva con l’ingresso in una compagnia teatrale amatoriale e con la Laurea Magistrale in Scienze dello Spettacolo presso l’Università di Firenze. Partito da un iniziale e intenso legame con la coppia De Niro–Scorsese e i loro gangster movies, il suo percorso lo ha portato a innamorarsi della Settima Arte in tutte le sue sfumature.