Se devi esordire, fallo col botto. Non giocare sul sicuro, osa, prendi allo stomaco ai lettori e privali delle loro sicurezze, confondili. Deve essere stata questa la vocina al limite della coscienza di Patrick Horvath, l’ispirazione che lo ha spinto a concepire l’idilliaco microcosmo di Woodbrook, per poi sporcarlo con la brutale violenza di eventi sanguinosi. Un ossimoro emotivo che permea ogni pagina di Tra gli alberi dove nessuno ti vede.
Una sensazione disturbante che traspare sin dalla copertina. Un’immaginario legato alla delicatezza che potremmo associare a Richard Scarry graffiato da una scia di sangue, centrale in una scena che sembra uscita da una puntata di Dexter. Tra gli alberi dove nessuno ti vede non deve però esser considerato semplicemente un gioco di sovrapposizioni, una forzosa illusione per il lettore, quanto una inquietante, intrigante sintesi narrativa basata sul contrasto.
Woobrook, il paradiso infranto

Samatha Strong è un pilastro della piccola cittadina di Woodbrook, il classico quiet place di provincia dove la vita sembra non cambiare mai. Proprietaria di una ferramenta, Sam adora questa sua tranquilla vita di provincia, la placida routine che sa di serenità, interrotta solamente dalle sue visite alla grande città poco vicina.
Un appuntamento fisso che non condivide con nessuno, perché nessuno deve scoprire cosa si nasconde realmente dietro queste fughe: i suoi omicidi. Lontano dall’idillio bucolico di Woodbrook, Sam è una spietata assassina, una serial killer con anni di brutali uccisioni all’attivo, che ha come unica regola quella di non uccidere a Woodbrook, ma di farlo solo nell’affollata, disumanizzante metropoli perché
“Se una persona scomparisse a Woodbrook, la gente non parlerebbe d’altro per un anno. Ma in una città, decine di persone spariscono di continuo e nessuno batte ciglio”
Un perfetto terreno di caccia per Sam, che vive questa doppia vita con rigide regole, ma in un equilibrio che sembra eterno. Almeno, sino a quando durante la sfilata per i duecento anni di Woodbrook non accade l’impensabile: al culmine dell’evento, i cittadini sono testimoni di un’orribile morte.
Un pugno allo stomaco per i cittadini, una minaccia per Sam. Un pericolo sempre più evidente, quando le morti si susseguono e le indagini sembrano condurre lo sceriffo sempre più vicino a lei, a meno che Sam non scovi l’assassino prima di esser scoperta.
Assassini a confronto

Tra gli alberi dove nessuno ti vede è un thriller che segue un canovaccio abbastanza classico, in cui un assassino si sostituisce agli investigatori per trovare un altro killer. Tutti i dogmi del genere sono abilmente intrecciati da Horvath, che centellina le rivelazioni e i colpi di scena con i giusti tempi, senza fretta e sempre pensando a come rendere Sam quanto più possibile affascinante.
Una costruzione emotiva che passa da un uso attento delle didascalie, specie nelle prime pagine dove viene abilmente costruito il tessuto sociale, trasmettendo al lettore una sensazione di sicurezza e tenerezza, per poi stravolgerla con un altrettanto solido racconto della seconda vita di Sam. Questo dualismo, preservato per tutto il volume grazie alla dolcezza dissonante del tratto di Horvath, è il motore della vicenda.
La mancanza di originalità nel concept viene ampiamente compensato da questa duplicità, nel modo in cui Sam si ritrova improvvisamente priva delle sue sicurezze, nello scoprire attraverso la sua disperata indagine come dietro l’apparente perfezione di questo angolo di mondo si nascondano ombre inattese.
Intreccio di contrasti
Nuovamente, la dissonanza. Horvath ci mostra persone, o meglio animali, che simulano una personalità felice nonostante le proprie ferite curate in modi tutt’altro che sani, personaggi che sembrano godere nell’esser odiati per nascondere le proprie fragilità o creature che subiscono il loro ruolo, stancamente. Viene meno presto quel senso di grande famiglia felice, quasi che Sam stia sezionando la sua stessa città.
Il lettore non rimane insensibile a questi momenti, percepisce anche inconsciamente le ruvide asperità di questo racconto, fosse anche nell’accettare passivamente il fatto che una delicata siamese sia la macellaia da cui tutti gli animali si riforniscono. Normale che ci sia la macelleria di paese, ovvio, ma che degli animali vadano a chiedere tagli pregiati di loro simili?
Nell’immaginazione di Horvath è nomale e lo diventa anche per noi, che ne viviamo la contraddizione solo inconsciamente. Siamo talmente assorbiti dalla lotta di Sam per non essere catturata che assimiliamo questa informazione e la lasciamo sedimentare, prendendola come un dato di fatto, troppo intenti a seguire le vite di chi circonda Sam, specialmente quelle che si spezzano.
Il lato tenero dell’oscurità

Horvath riesce a tenere il lettore avvinto alle pagine non solamente grazie a un’ottima narrazione, fatta di dialoghi puntuali e di tempi ben scanditi, ma con il contrappunto visivo. Da un lato la delicata ricostruzione di questo mondo animale tenero e quasi fiabesco, dall’altro la presenza di una inconciliabile violenza, in cui l’efferata crudeltà degli omicidi viene resa ancora più vivida da questo tratto morbio, dalle cromie tenui.
Tra gli alberi dove nessuno ti vede è ingannevole proprio per questa natura grafica da libro per bambini. Horvath padroneggia benissimo le antropomorfie dei personaggi, con un linguaggio verbale che valorizza le diverse specie, inserendo il tutto in tavole in cui si muove agilmente tra dettagli e visione d’insieme, sempre per creare il giusto crescendo emotivo.
E ci riesce da subito, passando dal descrivere Woodbrook come un idillio per poi mostrare Sam alle prese con la sua secondo vita in città, ritratta nelle sue contraddizioni, a ribadire l’inconciliabilità di questi due contesti. Un dettaglio evidente nel cambio di espressione con cui Sam reagisce all’uscita dei confini di Woodbrook, un cambio di personalità che lascia spazio alla sua voce interiore più ferina.
Esordio promettente

Tra gli alberi dove nessuno ti vede è un ottimo biglietto da visita per Horvath. Non solo sul piano del disegno o della costruzione narrativa, ma anche del felice utilizzo di pagine di giornali costruiti ad hoc per raccontare l’impatto degli eventi sulla cittadinanza. Un dettaglio minimo, ma che contribuisce a rendere ancora più concreto il tutto.
Con questo esordio, Horvath ha mostrato di sapersi muovere nel gioco dei contrasti, ma dopo averci colpiti con questa storia thriller deve muoversi oltre. Attualmente al lavoro su una serie spin-off che racconta la vicenda da un’altra prospettiva, Patrick Horvath non deve rimanere legato a questo meccanismo di contrapposti, ma mostrare che la sua graffiante fantasia può spingersi anche oltre.



