X

Delle mille sfumature dell’horror, una in particolare graffia la sensibilità comune, la ferisce profondamente mettendola davanti a un interrogativo spiazzante, senza vie di scampo. Facile uccidere vampiri e non morti, non ci si inquieta assistendo a licantropi che si aggirano famelici nelle notti di luna piena, ma se al centro della storia ci fossero dei bambini? O meglio, se fossero proprio i bambini a essere il motore di una storia horror, come reagiremmo? Un interrogativo che ci viene proposto dalla lettura del nuovo volume della DC Horror Compact: The Dollhouse Family/ Daphne Byrne.

La collana edita da Panini condensa nel formato tascabile alcune delle storie horror più inquietanti e disturbanti di casa DC Comics. Dopo averci guidato in un’orrorifica sopravvivenza a un’invasione aliena con The Nice House on the Lake – di cui a breve leggeremo anche il seguito – e essersi calata nelle atmosfere più splatter di Basketful of Heads/ Refrigerator Full of Heads, il terzo volume della collana rompe gli indugi e ci mette davanti a due storie che non si fanno remore nel metterci profondamente a disagio.

The Dollhouse Family/Daphne Byrne, horror e infanzia

The Dollhouse Family
The Dollhouse Family – © Panini Comics

Il rapporto tra orrore e infanzia non è certo una novità, basti pensare a come un pezzo grosso del calibro di Stephen King la abbia corteggiata spesso – da Carrie a I figli del grano – non dimenticando un cult cinematografico come Il villaggio dei dannati. Per antonomasia, i bambini sono la purezza e l’innocenza, renderli invece i cardini di racconti sanguinosi e di incubi, non rendendoli gli eroi ma anzi i carnefici, è un azzardo che mette a dura prova il rapporto con il lettore.

Per qualcuno, queste scelte potrebbero essere azzardate, quasi una violazione di quell’ingenua purezza che si associa all’infanzia. L’horror, però, può essere usato anche come allegoria di ombre e oscurità sin troppo concrete, come ci hanno insegnato i grandi maestri del genere, dando vita a storie che non si limitino a scardinare convinzioni emotive dei lettori con toni accesi, ma trovando una perfetta sinergia tra il dogma sociale da infrangere e le possibilità offerte dal genere.

E in questo meccanismo, l’infanzia e la sua percezione di età dell’innocenza sono una tentazione troppo forte.

The Dollhouse Family, maledizioni di famiglia

The Dollhouse Family
The Dollhouse Family – © Panini Comics

Dei due racconti presenti in questo volume, sicuramente più riuscita The Dollhouse Family. Come lascia presagire il titolo, tutto ruota a una casa delle bambole, eredità che viene tramandate nella famiglia Kent da generazioni. Un cimelio di famiglia, apparentemente intonso nonostante i vari decenni di utilizzo, che arriva puntualmente alla nascita di un nuovo membro della famiglia. Un lascito, se vogliamo, considerato che questa casa delle bambole sembra lasciarsi alle spalle una serie di morti tutt’altro che chiare.

Quando la casa delle bambole arriva nelle mani di Alice, la bambina ne rimane affascinata, la elegge a suo luogo felice per sfuggire alla vita domestica infelice, viziata da un padre violento abusa della madre. Una sofferenza che spinge Alice a richiudersi in sé, sino a quando non scopre che tramite una magia può entrare nella casa in miniatura e trovare nei suoi abitanti dei compagni di gioco.

Ma all’interno della casa, c’è un luogo oscuro, in cui alberga un’entità che tenta Alice con poteri incredibili, promettendole di risolvere i suoi problemi a patto che lei rimanga a vivere in questo mondo in miniatura. Una tentazione a cui Alice pare cedere, sino a quando, spinta dalla casa stessa, non decide di risolvere la situazione domestica in modo drastico.

Una scelta che proietta Alice in una vita fatta di dolore e perdita, una condanna che scoprirà essere legata alla sua famiglia. Mike Carrey vede nell’ambiente domestico – altro illusorio paradiso spesso infranto – la chiave per la sua storia, mettendo una bambina davanti a una scelta facile, per quanto oscura, e condannandola nella sua crescita a convivere con le sue scelte.

Lo stampo da orrore cosmico che viene lentamente rivelato rende la vicenda umana di Alice ancora più appassionante, con un orrore che non vuole essere gore o splatter, ma si basa su una contrapposizione emotiva, con intelligenti punte di dark humor che rendono la storia dinamica e vivace.

Daphne Byrne, incubi a New York

Daphne Byrne - © Panini Comics
Daphne Byrne – © Panini Comics

Un tono profondamente diverso da quello di Daphne Byrne, dove Laura Marks costruisce attorno alla figura di questa fanciulla di una ricca famiglia newyorkese dell’800 una storia più marcatamente orrorifica, seguendo un’impostazione lovecraftiana in cui culti segreti si nascondono sotto mentite spoglie.

Più interessante sul piano grafico, con un lavoro certosino di Kelley Jones, che evoca atmosfere cupe e oniriche, sostenendo una trama dalle buone premesse che pecca nella resa complessiva della storia. Dialoghi poco ispirati e una serie di colpi di scena che sembrano più dei deus ex machina  indeboliscono le traversie di Daphne, arrivando a un finale scontato, privo di  mordente

Incubi tascabili

The Dollhouse Family
The Dollhouse Family – © Panini Comics

The Dollhouse Family/Daphne Byrne conferma come questa collana sia un’ottima soluzione di compromesso tra la voglia di leggere comics horror e la necessità di contenere la spesa. Il formato, rodato anche in altre collane di Panini Comics, è pratico e le ridotte dimensioni non penalizzano la qualità delle tavole.

Dimostrazione di come l’accessibilità del fumetto passi anche da scelte editoriali di questa natura, capaci di uscire dal solito discorso supereroico e di rivolgersi a un pubblico più ampio.

 

Condividi.

Classe '81, da sempre appassionato di pop culture, con particolare passione per il mondo dei comics e la fantascienza. Dal 2015 condivide queste sue passioni collaborando con diverse testate, online e cartacee. Entra nella squadra di ScreenWorld come responsabile dell'area editoria con una precisa idea: raccontare il mondo del fumetto da una nuova prospettiva