Negli ultimi giorni, il mondo dell’editoria nipponica sta affrontando una tempesta senza fine: la casa editrice giapponese Shogakukan è sotto accusa dopo una tramenda rivelazione. In base alle fonti, pare che l’autore del manga Daten Sakusen, Ichiro Hajime (il cui vero nome è Kazuaki Kurita) avesse adescato e abusato sessualmente di una studentessa all’epoca minorenne.
La vicenda è venuta alla luce in seguito alle indagini su un processo civile concluso a febbraio 2026, e ha sollevato gravi interrogativi sul ruolo della redazione di Manga ONE (la piattaforma digitale di Shogakukan). Kurita, che dal 2015 serializzava il fumetto Daten Sakusen come “Shoichi Yamamoto”, avrebbe iniziato a molestare la ragazza quindicenne mentre ricopriva il ruolo di insegnante di belle arti in una scuola superiore nell’Hokkaido.
A causa di questa terribile esperienza, la vittima ha sviluppato un disturbo dissociativo e PTSD, tant’è che il 20 febbraio 2026 il tribunale ha ordinato a Kurita di risarcirla con 11 milioni di yen, rigettando la sua versione di un “rapporto consensuale” con la giovane. Ma a quanto pare il nostro Kurita non è affatto “nuovo” a queste oscenità: già nel 2020 il mangaka era stato multato per produzione e possesso di materiale pedopornografico, circostanza che aveva portato Shogakukan a sospendere il manga Daten Sakusen nel 2022 per «motivi personali» dell’autore.
Mostri che coprono mostri

Ma la situazione si è aggravata ulteriormente quando è emerso che un editor di Manga ONE – ritenuto essere Takuya Narita – avrebbe cercato di insabbiare l’intero scandalo. Nel maggio 2021 Narita si sarebbe inserito in una chat di gruppo su LINE con Kurita e la vittima, proponendo un accordo notarile: 1,5 milioni di yen in cambio del silenzio dell’ex-studentessa e del ritiro della controversia giudiziaria, ma – come sappiamo – l’offerta fu rifiutata e la giovane presentò regolare querela. In seguito, le indagini hanno dimostrato che Narita ha continuato a lavorare con Kurita anche dopo la condanna del 2020, arrivando persino a promuovere pubblicamente il suo nuovo manga Jojin Kamen (in corso dal 2022 fino al 2025) sotto lo pseudonimo Ichiro Hajime. Cene di lavoro, condivisione dei momenti post lavorativi palesano un legame tra i due, il che ha sollevato dubbi su quanto la redazione sapesse della storia e del processo in corso.
Non si può dire che la redazione fosse pienamente a conoscenza del caso o che disponesse di informazioni sufficienti su quanto accaduto, e abbiamo operato in modo improprio.
In risposta allo scandalo, Shogakukan ha annunciato l’apertura di una commissione interna indipendente. Con un primo comunicato del 26 febbraio l’editore ha spiegato che l’editor Narita era intervenuto “su richiesta di entrambe le parti” e che la redazione non era stata coinvolta come organizzazione, procedendo poi a scusarsi per non aver compreso la gravità della situazione. Un secondo comunicato più formale ha dato notizia circa la nascita di un comitato d’inchiesta (con avvocati) per chiarire tempi e responsabilità delle negoziazioni, promettendo sanzioni disciplinari e misure di prevenzione.
Lo scandalo ha scosso l’intero settore: la pubblicazione di Jojin Kamen è stata sospesa, ledendo anche la persona dell’illustratrice Eri Tsuruyoshi, che ha chiarito di aver appreso del caso attraverso i social. Ma quel che ha davvero stravolto l’editoria è stata la presa di coscienza di molti mangaka (tra cui Sumi Eno, Rumiko Takahashi, Tsukasa Abe e Yamada, e Ikka Matsuki) che hanno richiesto che le loro opere vengano rimosse da Manga ONE in segno di protesta. Molti altri hanno commentato l’accaduto, come Izumi Tomoki (Mieruko-chan), che ha manifestato vicinanza nei confronti della vittima e della famiglia, aggiungendo quanto fosse grave che Yamamoto sia potuto tornare a lavorare.
Molti altri autori hanno dichiarato di voler interrompere qualsiasi rapporto con Shogakukan.
Ken Akamatsu, membro della Camera dei Consiglieri, ha espresso solidarietà alla vittima e alla sua famiglia, criticando duramente sia Shoichi Yamamoto sia la gestione dell’intera vicenda da parte dell’editore. Allo stesso tempo, ha difeso la scelta di chi ha deciso di prendere le distanze da Manga ONE, invitando però a non trasformare lo scandalo in una caccia alle streghe contro chi ha preferito restare: una deriva che rischierebbe di diventare una forma di giustizia sommaria incontrollata.
Shogakukan ha annunciato una commissione d’inchiesta con consulenti legali, promettendo sanzioni e misure preventive, ammettendo di non aver mostrato la dovuta empatia verso le persone coinvolte. Consapevoli della gravità della situazione, la cerimonia del 71° Shogakukan Manga Award, prevista per il 3 marzo, è stata rinviata a data da destinarsi.
Ma il caso Shogakukan non è solo la storia di un autore che ha tradito in modo irreparabile la fiducia di una giovane vittima, è – bensì – il sintomo di un sistema squisitamente nipponico che per troppo tempo ha preferito la prudenza aziendale alla tutela delle persone. Da un lato un’industria che continua a difendere la propria immagine, dall’altro una comunità che chiede trasparenza, responsabilità e cambiamento reale.
Proteggere le vittime, ascoltarle e riparare il danno non può essere un gesto tardivo dettato dallo scandalo, ma una pratica strutturale. E questo episodio segna un punto di non ritorno: non basta più “gestire” le crisi, occorre ripensare le relazioni di potere e il ruolo degli editori come garanti, non solo della qualità delle opere, ma della dignità delle persone, dei lettori, dei fan del medium.



