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Pronti a un viaggio ai confini del mondo?

Sin dai tempi antichi, l’Occidente ha guardato alle donne come a creature ambigue: incantatrici, streghe senza cuore e senza anima, colpevoli di possedere un intelletto talvolta superiore alle aspettative maschili. Nate e cresciute in sistemi patriarcali profondamente interiorizzati, le donne hanno imparato a difendersi con le unghie e con i denti e, quando necessario, attraverso malefici, anche solo per proteggere la propria esistenza quotidiana. Dopotutto, siamo o non siamo maestre di veleni?

Questa paura ha modellato nel tempo il significato stesso della parola “strega”, che assume connotazioni diverse a seconda dei luoghi. In Europa, la strega diventa una figura mostruosa: avida, deforme, divoratrice di bambini, nemica dell’ordine sociale e divino. Una donna è un demone da temere e da distruggere. In Oriente, tuttavia, lo stesso termine si trasforma: qui viene usato jaadugar per indicare un mago, uno stregone, un incantatore. Generalizzando, jaadugar designa una persona capace di ammaliare grazie all’astuzia, all’ingegno e all’intelletto. “Una creatura così straordinaria da riuscire a cambiare il proprio destino con la sola forza della mente”.

È proprio questo seme – il seme del jaadugar – che nasce nel cuore della nostra Sitara. Un seme che si autoalimenta, nutrendosi di nozioni e insegnamenti, pronto a sbocciare nella casa della signora Fatima, padrona di una bambina sorridente e graziosa, ancora troppo piccola per comprendere le brutture del mondo al di fuori delle mura di Tus.

Sono tutti miei nemici

jaadugar, a witch in mongolia, © amazon x j-pop manga
jaadugar, a witch in mongolia, © amazon x j-pop manga

Sitara ha un solo obiettivo: recuperare il libro Elementi di Euclide, frutto del male e causa di molte disgrazie. Un’opera capace di aprire infinite porte alla conoscenza, ma le cui pagine sono intrise del sangue di molti. Prima fra tutti, quello della sua padrona, Fatima.

Quando i soldati mongoli irrompono a Tus e saccheggiano la loro casa, la giovane schiava tenta disperatamente di recuperare il libro, senza pensare alle conseguenze di un gesto tanto sconsiderato. I soldati stanno per ucciderla, ma Fatima si frappone tra lei e le lame, facendosi scudo con il proprio corpo. Muore in un mare di sangue, mentre la serena vita di Sitara si sgretola davanti ai suoi occhi.

Da quel momento, Sitara non è più soltanto una schiava: è una creatura a metà, costretta a perdere tutto, ma determinata a sopravvivere e riprendersi gli Elementi di Euclide. Davanti a lei si apre un unico escamotage: può ancora recuperare il libro tanto caro alla sua padrona, ma dovrà fingere di servire la famiglia reale, le cui mani sono macchiate dal sangue di migliaia di innocenti. Per riuscirci, userà ciò che ha sempre avuto “in potenza”: astuzia, ingegno, intelletto, sviluppati grazie alle cure di una famiglia che le ha impartito una lezione importante.

Ricercare la conoscenza rappresenta un dovere per ogni buon musulmano.

Dovrà fingere di apprezzare persino uomini come Sira, se necessario. Persino donne come Toregene. Quella stessa arguzia che tanto invidiava al principe, suo giovane padrone. Quelle capacità degne di un’incantatrice. Degne di una jaadugar.

Tutte le persone che la circondano sono sue nemiche, e lei le combatterà fino all’ultimo respiro. Come schiava fedele della sua padrona, ma soprattutto come donna che ha trasformato il dolore in potere, la paura in conoscenza, e la sottomissione in “incanto”, riuscendo persino a influenzare fortemente Toregene Khatun, moglie di Ogodei Khan. Dopotutto, l’autrice, Tomato Soup, ha ammesso di essersi ispirata liberamente alla storia di Fatima, una schiava araba che avrebbe manovrato le fila del potere grazie al suo “fascino” e alle sue conoscenze. Vi lasciamo un estratto della storia di Fatima di seguito:

Secondo le fonti, Fatima era originaria della città di Tus, ed era di fede sciita e di origine persiana. Durante l’invasione mongola dell’Impero corasmio fu catturata e ridotta in schiavitù, venendo condotta fino alla capitale dell’Impero Mongolo, Karakorum. In un momento imprecisato entrò al servizio di Töregene Khatun, nuora di Gengis Khan e moglie di Ögödei Khan, riuscendo progressivamente a conquistare la sua fiducia.

Dopo la morte di Ögödei Khan nel 1241, Töregene assunse il potere come reggente nel 1242, sostituendo i ministri precedenti con persone di sua fiducia. Tra queste vi fu Fatima, che divenne la sua consigliera più influente, raggiungendo una posizione di grande potere nella corte mongola.

Nel 1246 salì al trono Güyük Khan, figlio di Töregene. I rapporti tra madre e figlio erano tesi e Fatima fu accusata di stregoneria dal fratello di Güyük. Dopo la morte di quest’ultimo, Güyük ordinò l’arresto e l’esecuzione di Fatima per annegamento.

Sitara ieri

Tus (o Tūs), oggi situata nella provincia di Razavi Khorasan, è un’antica città dell’area del Grande Khorasan, un crocevia di commerci, saperi e – soprattutto – culture, oltre che un importante centro politico e religioso della Persia islamica. Difatti, storicamente, Tus era uno dei poli culturali più prestigiosi del Medioevo islamico, dando i natali a grandi figure della cultura persiana, tra cui il poeta Ferdowsi, autore dello Shahnameh (il “Libro dei Re”), e il filosofo e teologo al-Ghazālī. Oggi, invece, Tus non è più un grande centro urbano, molte delle sue strutture sono in rovina e sopravvive soprattutto quale “sito archeologico”, visitabile per la tomba di Ferdowsi e per i resti delle antiche mura.

Ed è in questo scenario che nasce la nostra storia con protagonista Sitara, non un’eroina né una donna libera, bensì una piccola schiava. Nel mondo islamico medievale la schiavitù era una pratica diffusa come in occidente. Alle donne prigioniere, tuttavia, era consentito diventare concubine di sovrani o aristocratici, persino crescere i loro figli, oppure servire come ancelle nelle case nobili. Dopotutto, il diritto islamico prevedeva una specifica regolamentazione: una schiava che partoriva un figlio del padrone acquisiva lo status di umm al-walad, che le impediva di essere venduta e le garantiva una protezione giuridica maggiore. Il figlio era considerato addirittura legittimo e la madre, pur restando formalmente una schiava, poteva ottenere ricchezze e una posizione di rilievo all’interno dell’harem. In alcuni casi, come nelle grandi corti imperiali, le madri dei futuri sovrani arrivavano a gestire interi patrimoni e tirare le fila del potere, come la regina madre khwarezmiana che esercitava un’influenza politica concreta.

Dunque, la condizione delle “schiave islamiche” non era arbitraria, ma regolata da norme giuridiche e religiose che cercavano di incanalare il potere maschile entro limiti codificati. Nonostante ciò, ahimè, anche in oriente la società rimaneva fortemente patriarcale, tant’è che la maggior parte delle donne viveva sotto la tutela degli uomini.

Fatima oggi

Ad oggi, Sitara probabilmente si comporterebbe allo stesso modo. Parteciperebbe senza esitazione alle rivolte degli ultimi anni, degli ultimi mesi, settimane, rischiando la vita. Nell’odierna Repubblica islamica, sebbene la schiavitù sia stata abolita ufficialmente nel 1929 e la tratta di esseri umani considerata reato – solo – dal 2004, la condizione delle donne rimane una questione controversa. Dopo la Rivoluzione del 1979, lo Stato iraniano ha imposto una legislazione fondata su interpretazioni restrittive della sharia: obbligo dell’hijab, segregazione di genere in molti ambiti, limitazioni nei diritti di matrimonio, divorzio, eredità, custodia dei figli e mobilità personale. Tutto, ovviamente, a discapito solo ed esclusivamente delle donne.

Se dovessimo elaborare un confronto tra le donne iraniane del 1200 e le donne iraniane oggi, probabilmente la schiavitù di Sitara e delle sue compagna potrebbe sembrare addirittura “accettabile” (passateci il termine). Malgrado le cittadine iraniane siano tra le più istruite, vivono sotto una sorveglianza costante, perpetrata anche grazie a tecnologie digitali e segnalazioni da parte dei cittadini. Il tutto usato per monitorare il rispetto delle norme religiose, tant’è che l’Amnesty International e l’ONU hanno denunciato arresti arbitrari, frustate, processi ingiusti e, in alcuni casi, condanne a morte contro attiviste e donne che si oppongono alle discriminazioni.

Ed è proprio in questo contesto che esplodono le rivolte del 2025-2026, riaccese da una combinazione di crisi economica, repressione politica e frustrazione sociale intollerabili. Le potenti immagini di donne che manifestano senza hijab o bruciano simboli del potere religioso hanno fatto il giro del mondo, nonostante i blackout di Internet imposti dal governo. Ma, proprio come accade a Sitara, la risposta delle autorità è stata durissima: arresti di massa, presenza militare nelle città e uso della forza letale, il tutto accompagnato da un’intimidazione costante e un aumento significativo delle esecuzioni. “Sparare a vista, sotto gli occhi di tutti, ma nascosti al mondo al di fuori delle mura“.

Guardando al 1200, emerge dunque un paradosso. Ad oggi le donne non sono più considerate proprietà o schiave di un padrone, ma restano soggette a forme diverse di subordinazione legale e sociale. Dalla schiavitù regolata del Medioevo si è passati a una libertà formale, ma ancora limitata da norme religiose e politiche.

Stile grafico e tematiche

Il primo elemento che colpisce è il forte contrasto tra lo stile grafico gioviale, quasi cartoonesco e vicino all’estetica kodomo, e la profondità dei temi affrontati, maturi e dolorosi. Questa distanza tra forma e contenuto spiazza il lettore e lo costringe a riconsiderare ciò che sta osservando: dietro immagini apparentemente leggere si nasconde una storia di violenza, perdita e sopravvivenza. Un inno al Medioevo e alle sue affascinanti contraddizioni, come desiderato dalla stessa autrice, Tomato Soup.

Sitara incarna perfettamente questa tensione. È una bambina, ma possiede già l’attitudine di chi è disposto a tutto pur di riconquistare ciò che le è stato sottratto: il sapere. Usa l’astuzia, sfrutta le persone che la circondano e trasforma la propria fragilità in uno strumento di resistenza. Fin dall’antichità, la donna è stata vista come una figura ambigua e pericolosa, capace di sovvertire l’ordine grazie all’intelletto. E lei lo fa, usa l’ingegno per mutare il proprio destino.

È questo seme che germoglia in Sitara, e lo dimostra cambiando immediatamente il suo nome una volta a contatto con i soldati mongoli: lei ora è Fatima, Fatima l’incantatrice, pronta ad ammaliare J-POP manga e i suoi lettori.

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Napoletana, classe 92, nerd before it was cool: da sempre, da prima che fosse socialmente accettato. Dopo il diploma al Liceo Classico, una breve ma significativa tappa all'Accademia di Belle Arti mi ha aperto gli occhi sul futuro: letteratura, arte e manga, compagni di una vita ed elementi salvifici. Iscritta a Lettere Moderne, ho studiato e lavorato per poi approdare su CPOP.IT e scoprire il dietro-le-quinte del mondo dell'editoria. Dal 2025 scrivo per LaTestata e mi sono unita al team di ScreenWorld in qualità di Capo Redattrice Anime e Manga: la chiusura di un cerchio e il coronamento di un sogno.