Cos’è il petricore?
E perché rumore e odore della pioggia hanno il potere di evocare antiche memorie, anche solo per un secondo?
Kafka è l’anziano proprietario del Petrichore Café, un piccolo rifugio nel cuore piovoso di MokMok. Vive immerso nei suoi silenzi e nelle sue passioni: gli ombrelli colorati, il caffè e l’ornitologia. In un giorno di pioggia, però, la sua routine serena e solitaria viene sconvolta dall’arrivo di una ragazzina vagabonda, Tsuyu.
Senza pensarci due volte, Kafka decide di offrirle un riparo: avrà modo di riposare per la notte e di asciugare i panni zuppi di pioggia. Dimentica, tuttavia, di lasciarle le chiavi del locale!
Il mattino seguente, l’uomo si presenta al locale come niente fosse, mentre Tsuyu – arresasi all’idea di essere stata “tenuta in ostaggio” – lo osserva attonita procedere nella sua quotidianità. Ed è lì che la giovane si rende conto delle peculiarità caratteriali dell’anziano signore, “strano proprio come lei“. Pertanto, accetta un lavoro da cameriera tuttofare.
Da qui in poi, l’ordinario si tramuta in straordinario. Kafka e Tsuyu imparano a conoscersi, scoprendo molti tratti in comune persino nel dolore. Ma la ragazzina nasconde un segreto, una condanna, un marchio su di sé che rischia di distruggere MokMok…
In occasione dell’uscita di Per la pioggia e tutto il resto (titolo Astra per Star Comics), abbiamo avuto l’onore di intervistare al Lucca Comics & Games gli autori Alessandro Atzei, Manuele Morlacco e Federica Pustizzi (disegnatrice), a nostro parere tre giovani promesse del fumetto italiano (e non). Siete pronti a immergervi nell’atmosfera nostalgica di una MokMok fradicia di pioggia?
Un tripudio di acquerelli

Devo confessarvi una cosa: io vi seguo già e sono una grande fan del vostro lavoro, di MokMok_studio e di Awarè. Lo scorso anno ho fortemente lottato per intervistarvi, e non vedevo l’ora di farlo nuovamente in merito a questa nuova opera. In merito a stile e disegno, Per la pioggia e tutto il resto ha ricordato – piuttosto che il manga orientale – un qualcosa di disneyano, la Disney fumettistica dei colori pastello e acquerelli, dunque la prima domanda è per Federica: c’è qualche autore che ti ha ispirato nel tuo lavoro?
“Non ero pronta a questa domanda. Oddio. Io mi sono approcciata principalmente al mondo del fumetto inizialmente dal manga, quindi molti autori sono stati d’ispirazione, ad esempio l’autore di Pandora Hearts, Jun Mochizuki, che ha questo stile molto watercolour. Ad oggi apprezzo molto, come autore occidentale Guillaume Singelin, l’autore di PTSD, è un autore francese, anche lui usa colori molto leggeri, disegni cartooneschi. E ancora Agnes Innocente, molto, sempre perché ha un tratto molto delicato, leggero.
A me piace molto questo stile cartoonesco con volti stilizzati, un po’ alla Steven Universe: un mix tra manga orientale e Cartoon Network se posso.”
In effetti, anche nella costruzione delle tavole lo trovo molto più in stile “manga”… alcuni panel sono praticamente muti, bellissimi ed evocativi, come quello in cui Kafka prepara il caffè. Quali sono invece i vostri autori preferiti?
“Allora, noi arriviamo da un amore sconfinato per Inio Asano, e secondo me sia sul precedente lavoro che su questo ci sono certi silenzi, certe costruzioni che rimandano molto al sensei. Un altro autore che adoriamo è Urasawa, non tanto per il genere di storie, però trovo che condividiamo un certo tipo di sensibilità forse.
Forse è una cosa di Asano che si può intravedere nonostante le nostre storie siano – secondo me – diametralmente opposte come atmosfera, è il tipo di gestione del layout della pagina, a forma delle vignette, come vengono disposte.
In questo caso abbiamo cercato anche di adattarci allo stile di Fede: avendo lei uno stile molto più acquerelloso, la maggior parte delle vignette sono molto larghe, lo spazio bianco è poco. Questa cosa ci ha fatto andare un po’ in crisi perché quando riduci lo spazio bianco nel fumetto, accelera la pagina, però in realtà siamo contenti del risultato perché lo troviamo è molto riflessivo comunque.”
Annoiarsi è un privilegio.

Esatto, è molto riflessivo e l’ho trovato lento, ma un lento buono. Ne parlavo anche ieri con i miei colleghi. Spesso diciamo “questa cosa mi ha annoiata semplicemente perché è un qualcosa di lento”, ma a mio parere la noia è intrisa di magia. Al giorno d’oggi sembra quasi che annoiarsi sia qualcosa di sbagliato. Perché siamo sempre di corsa…
“A: Io dico sempre che l’annoiarsi è un privilegio.
M: Forse è un po’ l’emblema di Kafka, come persona che vive facendo sempre le stesse cose, sempre nel suo mondo, non si sposta da lì, è impassibile anche quando arriva Tsuyu.
A: Ma, anche sembra una frase fatta, è incredibile come Kafka, nel momento in cui noi l’abbiamo pensato all’interno del fumetto, il suo vivere da solo, fare le cose in solitudine: era lui a dirci cosa fare!
M: Pensa che in una scena in cui si parla di un viaggio di cigni, il dialogo in cui lui inizia a parlare del lago si è scritto praticamente da solo, ma probabilmente perché il personaggio era già fatto e finito.
A: Sì, ma soprattutto la parte in cui arriva Tsuyu e lui la rinchiude nel negozio, beh non deve stupire, perché noi ci siamo chiesti proprio: Cosa farebbe Kafka? Allora, Kafka accenderebbe la luce, andrebbe a fare il caffè, tranquillo, proprio…”
Una storia nata dai personaggi

Tutte queste emozioni di cui abbiamo parlato finora, i dialoghi tra un passivo e sempre sorridente Kafka e la giovane Tsuyu, possono essere racchiusi in una sola parola: espressività. E tu Federica sei veramente super espressiva, poiché non è necessario che i personaggi parlino, non sono necessarie troppe didascalie. Ma com’è nata la storia?
“M: La storia è nata partendo dai personaggi, in particolare credo partendo da Kafka, nel senso che è un personaggio che noi avevamo inizialmente pensato per un’altra storia e poi abbiamo detto: mmm, forse ha troppa personalità!
A: Lui aveva pensato all’idea di Kafka insistendo per metterlo in quest’altra storia come comprimario, e io gli ho detto: No, secondo me è un’idea troppo bella, dobbiamo lavorarci su perché è un personaggio troppo memorabile.
Poi Manu è arrivato con questa storia dello spirito della pioggia e quindi abbiamo unito un po’ i puntini…”
In effetti, Kafka è davvero memorabile! A primo acchito, appena l’ho visto e sono stata catapultata nella sua routine, mi sono detta: “wow, ma è mio nonno!”. Con la sua flemma si fa il caffè, mentre il mondo gli casca attorno…
“A: A parte che rispetto al precedente libro, che è comunque un pochino più pesante per i temi, questo per noi è stato divertentissimo da scrivere, perché Kafka è… È buffo! È perfetto, e anche lei, quella sinergia che si è creata non sappiamo nemmeno noi come.
M: Io rido perché a me fa morire il fatto che c’è Tsuyu che palesemente è la ragazzina carina, molto catchy anche visivamente…però stiamo parlando solo di Kafka, è incredibile questa cosa!
A: Una cosa cui teniamo tanto dei nostri personaggi è che traspaia che Tsuyu rispetti tantissimo Kafka. Anche nelle sue stranezze quotidiane, lei in primis lo guarda un attimo interdetta, poi ad un certo punto dice “Ok, ascolta, sono strana io, sei strano te. Siamo strani entrambi”, si completano.”
Doveva essere un fan degli ombrelli in spiaggia…

Ti dà proprio l’idea del rapporto nipote-nonno, che è una cosa che non tutti hanno, quindi lo possiamo rivivere attraverso una storia del genere. Come mai, però, proprio lo Spirito della Pioggia?
“M: Anche qua, insomma, c’è del Giappone a livello di tematica, ma per rispondere alla domanda “come mai siamo arrivati lì?”, credo dipenda di nuovo da Kafka. Nella prima immagine che noi abbiamo avuto di Kafka lui doveva essere un signore anziano fissato con gli ombrelli. Inizialmente l’idea era di mandarlo al mare, perché al mare ci sono gli ombrelloni.
A: E lì si sarebbe gasato guardando quegli ombrelloni enormi, dicendosi “pensa da quanta pioggia possono riparare…”.”
Sebbene io sia una grande fan delle illustrazioni, non ho potuto fare a meno di notare che, in quanto a a storia, appare sempre tutto molto naturale, realistico. Io adoro gli slice of life, uno dei miei manga preferiti è Frieren – oltre la fine del viaggio, ma anche Hirayasumi…
“A: Oh no! Abbiamo dimenticato Hirayasumi di Keigo Shinzo tra le nostre ispirazioni! E’ stato una torcia che ha illuminato il nostro cammino. Per quanto sia stato complicatissimo farlo in un volume unico, sono felicissimo emerga il mood, perché volevamo creare qualcosa di cozy, una “nuvola”. Noi viviamo sempre tutto molto intensamente.”
Infatti io ho trovato ci fosse molto di Hirayasumi nella costruzione della trama: tutto attorno succedono cose, cose che danno vita a una trama che…non è una trama! Inoltre, si vede che amate fare quello che fate e che vi divertite.
“A\M: oh ti prego, grazie!
A: A noi piace tanto procedere per tematiche.
Abbiamo dei temi che, nel momento in cui abbiamo presentato la storia a Fede, ci doveva essere una comunione da quel punto di vista: dovevamo pensarla uguale, dovevamo vedere il mondo un po’ con la stessa lente, no? E questo è un mondo visto con un paio di occhiali… ma poi è bello cambiare le lenti.”
Chi è davvero Kafka?

C’è qualcosa della vostra opera che avete paura che possa non arrivare alle persone?
“M: Io no, nel senso che – sebbene mi sia posto questa domanda prima di Lucca – mi son detto: No, chi se ne frega di cosa penseranno! Sono così contento di averlo fatto con loro due, che sia venuto nel modo in cui è venuto, che va bene così!
A: La mia non è una paura presente, ma è stata una paura che ci ha accompagnato durante la stesura. Perché Kafka è un personaggio che si presta molto bene a rientrare in uno stereotipo del personaggio nello spettro dell’autismo, perché molte, molte caratteristiche di Kafka potrebbero indurre il lettore a pensarlo. Ma noi non vogliamo dare una risposta a questa cosa, e abbiamo cercato in tutti i modi di non far trasparire se fosse così oppure no, perché siamo sicuri che di talune tematiche possa scrivere solo chi ha avuto esperienza diretta di certe cose.”
Coccola, Petricore e Nostalgia

Tranquilli, siete stati bravissimi. E avete qualche progetto futuro? Qualche storia un po’ più “lunga”? E come definireste Per la pioggia e tutto il resto in una sola parola?
“A: [ride] Ce ne abbiamo un po’. Ma quando si finisce un lavoro c’è sempre quel momento di realizzazione in cui ti chiedi: Un attimo, oddio. Cosa faccio adesso della mia vita?
A\M\F: Per noi Per la pioggia e tutto il resto è Coccola.
A: O forse, ancora meglio, il primissimo titolo che le avevamo dato: Petricore. L’odore della pioggia.
M: L’idea nasceva da Asano, che ha usato Solanin per indicare la Solanina contenuta nelle patate, quindi ci dicemmo di “utilizzare” qualcosa legato alla pioggia… quindi, petricore!
A: Ce l’ho ancora stampata nel cervello l’introduzione: il petricore è l’odore della pioggia che cade sulla terra asciutta… Ovviamente, però, hanno dovuto tagliare molto dell’introduzione, perché la prima pagina era tipo un muro di testo. La frase preferita del nostro editor, Luca, è “non state scrivendo i romanzi. [ridono]”
Io voglio disegnare.

Per i nostri lettori, il petricore è il profumo che si sprigiona quando la pioggia cade dopo un periodo di siccità. Il termine deriva dal greco petra (“pietra”) e ichor (“linfa degli dèi”). L’odore nasce dall’interazione tra oli rilasciati dalle piante durante la siccità e la geosmina, una sostanza prodotta da batteri del suolo. Quando le gocce di pioggia colpiscono il terreno, liberano queste particelle nell’aria, generando l’aroma fresco e terroso tipico. L’essere umano è molto sensibile alla geosmina, motivo per cui il petricore è facilmente percepibile e spesso associato a calma e nostalgia.
La stessa nostalgia che nasce nel mentre della lettura, a testimonianza che, talvolta, basta far parlare i disegni, proprio come nella vostra opera. Tu, Federica, quando hai deciso di voler disegnare?
“Io disegno da sempre, più o meno. Cioè, è una passione che ho avuto sin da quando ero piccola. Mi sono avvicinata ai cartoni, ai fumetti, ai manga, e già da che io ricordi, ho sempre disegnato. E ho sempre voluto fare questo, più o meno. Quindi io sono andata per la mia strada, e mi son detto “ah, io faccio questo”. Quindi l’ho sempre fatto con passione.”



