“Noi vogliamo molto più tempo, soprattutto per sprecarlo”
Così Alceste Santacroce chiosa sorseggiando un cocktail, dando una delle sue taglienti interpretazioni dell’umana condizione. E chi meglio di un sagace e chirurgico conoscitore di quel complesso organismo chiamato umanità potrebbe esser più preciso? E’ questa sua dote in particolare che rende la lettura di Eternity, la serie on going di Sergio Bonelli Editore, un’esperienza catartica, in cui satira e critica della società contemporanea convergono in un ritratto allegorico impeccabile.
Una natura che si deve ovviamente all’estro artistico di Alessandro Bilotta. Raffinato autore, capace di passare dagli incubi dylaniati alle disamine allegoriche di Mercurio Loi, Bilotta è uno dei nomi più intriganti del nostro panorama fumettistico, fedele alla sua visione artistica ma capace di stupire i lettori con esplorazioni emotive mai banali.
Il ritorno del passato

L’elemento che salta immediatamente agli occhi è il mondo in cui Eternity è ambientato. Una realtà futuribile, in cui domina uno stile che riprende i dettami degli anni ’60, perfetto per ricondurre la storia in una Roma che sembra tornata a una seconda Dolce Vita, fatta di pettegolezzi e figure che come sciacalli cercano il torbido per mettere a nudo un mondo che acceca con luci sfavillanti e abiti sontuosi, ma che nasconde nelle ombre nella sua vera essenza.
Bilotta vede proprio in questa realtà dell’immagine il mondo perfetto per imbastire la sua trama, estremizzando il famoso quarto d’ora di celebrità di Warhol, come lui stesso ricorda:
“Il mondo dello spettacolo ci rappresenta meglio di ogni altra cosa, cerchiamo di metterci continuamente al centro della scena. Si diceva che saremmo stati tutti famosi per un quarto d’ora. In realtà oggi ognuno è famoso per sempre, anche se solo nella propria testa. “
Viviamo il presente dell’immagine istantanea, del condiviso immediato nel tempo di un click, in cui anche gli sconosciuti possono assurgere alla fama, effimera spesso e causa di una mancanza della stessa. Personaggi meteora, dimenticati rapidamente, un’immagine sempre più sfocata.
In Eternity veniamo riportati a un’epoca in cui la condivisione non era rapida come nell’era dei social, ma era una ricerca spasmodica del pettegolezzo, dello scandalo e delle sue peccaminose estensioni. Bilotta ci guida in questo contesto sfavillante e di facciata, mostra la facilità con cui si scende a compromessi e tradimenti pur di rubare un morso di questa vita segreta.
Oltre la maschera

E non poteva che essere proprio Alessandro Bilotta il creatore di un personaggio come Alceste Santacroce. Indagatore del jet set, segugio di pruriginose storie e, a detto di tutti, il miglior giornalista di gossip del momento, Alcesta, dietro la pseudonimo di Sant’Olceste, apre al mondo i segreti di una società chiusa, una casta fatta di divinità che perdono parte del loro fascino quando messi a nudo.
Acuto osservatore di questo accecante mondo fatto di sorrisi posticci e venato di pochezze umane, Alceste si considera un semplice giornalista, la voce della mondanità, che viene rilanciata con autorevolezza dalla sua rivista, L’Infinito. Il suo fare marcatamente snob, ironicamente distaccato dal resto del mondo lo rendono una figura misteriosa, che affascina quello stesso modo che dovrebbe temere il suo occhio indagatore.
Ma è proprio questa compassata critica a una società volutamente posticcia che lo rende elemento cardine di un mondo che vive tramite la cronaca di voci come quella di Alceste. Se qualcosa viene raccontato, o meglio, svelato sulla pagine di L’Infinito da Sant’Olceste diventa immediatamente cult, è notizie che tutti vogliono gustare, incapaci di vedere l’intento dissacratorio dietro le parole del giornalista.
Non è un caso che Alceste viva a Roma, seppur calata in questa dimensione di futuribile passato. Leggendo i volumi di Eternity appare evidente l’intento di Bilotta, che rende Roma un’eterna immagine perpetua in cui il tempo si cristallizza, permane nell’evoluzione della società, ricordandoci sempre la caducità della malinconia:
“Perché la sospensione fra passato e presente è per me la definizione di Roma e degli esseri umani che ci vivono, camminando tra antiche rovine accanto a edifici modernissimi. Avere grandi aspirazioni e venire di continuo riportati con i piedi per terra può essere malinconico e la malinconia è una protagonista di queste storie”
Dare vita all’eternità

La presenza di Sergio Gerasi come interprete di questo mondo è stata una scelta perfetta. Lo stile iperdettagliato e curato del disegnatore milanese è essenziale per Eternity, consente di ricreare un’atmosfera perduta legata al revival di anni iconografici, non solo da un punto puramente coreografico ma anche attraverso una ritrattistica umana vivida e prorompente.
Alceste e i suoi sodali sono languidi, pacati, danzano nelle tavole con gestualità posate, sfoggiando vezzi particolari, esaltati da espressioni a volte al limite del caricaturale, funzionali tuttavia alla caratterizzazione emotiva di un mondo artificioso. Gerasi ha il compito di dare corpo all’idea di Bilotta, interpreta questa Dolce Vita rinnovata coglie la grandiosità di feste in cui ogni partecipante viene ritratto con incredibile attenzione in ogni dettaglio.
L’essenza della Roma di Eternity è l’apparenza, il darsi un tono attraverso una mondanità esagerata, a tratti barocca, che Gerasi rende palpabile, lavorando di contrasto nei momenti intimi. Tensioni nervose, in cui l’approccio di annoiato distacco di Alceste emerger in contrapposizione alle più marcate tensioni dei personaggi circostanti.
L’imprinting con cui Gerasi segna l’esordio di Eternity con La morte è un dandy segna il solco entro cui si muovono i suoi successori, come Mosca, Ripoli e Ponchione. I volumi della serie mostrano Alceste sotto luci differenti, creando una serie dalla forte identità.
In una realtà dominata dall’immagine, i colori di Adele Matera sono il tocco finale del ritratto di questa società. Una cromia che risente dell’estetica vaporware, in cui luci al neon ed elementi accesi consentono di utilizzare colori accesi come arancioni e turchesi, giocando al meglio con ombre e luci, dando tagli lisergici all’occorrenza preservando, anzi valorizzando, l’interiorità dei personaggi.
La radice di Eternity

Come altre opere di Bilotta, Eternity è un’esperienza che vive attraverso una caratterizzazione dei personaggi vivida, costruita tanto su movenze e piccole gestualità, ma soprattutto sui dialoghi, pungenti e dissacranti. Alcese diventa una lente tramite cui percepire il mondo in una diversa accezione, più cinica se vogliamo, ma al contempo scevra di artifici.
Non è il mondo in cui calarsi se si cerca una lettura semplice, rilassante, ma è lo scenario ideale per coloro che vogliono andare oltre i flash dei paparazzi, seguendo Alceste nella sua ricerca del mondo oltre l’apparenza.



