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A novantuno anni dall’uscita, il classico del 1935 torna prepotentemente alla ribalta grazie a La sposa! (2026) di Maggie Gyllenhaal, ambiziosa rivisitazione contemporanea con Jessie Buckley e Christian Bale che ha diviso drasticamente la critica tra chi lo ha celebrato come un aggiornamento femminista audace e chi invece lo ha stroncato quale un esperimento sovraccarico, che insegue troppe suggestioni senza approfondirne nessuna. La regista ha dichiarato apertamente come il tema del consenso fosse centrale: nel mito della Sposa di Frankenstein la protagonista veniva creata per servire unicamente come compagna, questione che il film del 2026 espone sotto un’altra ottica.

Ma mentre il prototipo di James Whale, già autore del caposaldo alla base, rimane unanimemente celebrato nella sua anima sospesa tra ironia e horror gotico, questo nuovo tentativo è molto più controverso. Vale quindi la pena riscoprire l’originale, che ha ispirato quasi un secolo di omaggi e reinterpretazioni e influenzato generazioni di autori e spettatori.

C’era una volta…

La moglie di Frankenstein
Un risveglio traumatico per la sposa

La pellicola si apriva con un prologo meta-testuale, concetto parzialmente rivoluzionario per gli anni Trenta dello scorso secolo, ambientato durante una notte tempestosa nella quale Mary Shelley – l’autrice del romanzo – raccontava a Lord Byron e a suo marito Percy il seguito della storia di Frankenstein. Scopriamo così come sia il dottore che il Mostro siano sopravvissuti miracolosamente agli eventi del predecessore. Henry Frankenstein, caduto dal mulino in fiamme, si sta riprendendo dalle ferite e pianifica di sposare Elizabeth mentre la Creatura è riuscita a scamparla tramite una fossa allagata sotto il luogo del rogo. Quando il misterioso scienziato Dr. Pretorius arriva con il folle intento di creare una compagna per il Mostro, Henry viene nuovamente trascinato in quell’incubo che credeva di essersi ormai lasciato definitivamente alle spalle.

La genialità del sequel risiede nel modo in cui ha rifiutato completamente di ripetere la formula del primo capitolo. Dove Frankenstein del 1931 era un film cupo e seriamente terrificante, qui si abbraccia l’umorismo macabro, la satira sociale e un senso di camp che anticipa i movimenti culturali di decenni. Il Mostro viene profondamente umanizzato: impara a parlare, sviluppa relazioni emotive, cerca disperatamente accettazione in un mondo che lo rifiuta continuamente e apertamente. La scena con l’eremita cieco che gli offre una sincera e disinteressata amicizia è una delle più commoventi dell’intero cinema horror, con un sottotesto quasi biblico nella sua rappresentazione dell’emarginazione e della ricerca di comunione con il “diverso”.

La genesi di un cult

La moglie di Frankenstein
Il vecchio eremita cieco, unico “amico” del Mostro

E pensare che Whale inizialmente era contrario all’idea di dirigere un sequel. La Universal lo corteggiava dal 1933, ma soltanto quando gli fu concessa libertà artistica totale accettò di tornare dietro la macchina da presa, proprio quella libertà che ha permesso a La moglie di Frankenstein di diventare una sorta di unicum, un qualcosa di molto più sovversivo e personale. Il regista, dichiaratamente omosessuale in un’epoca fortemente discriminatoria, riempì il film di sottotesti queer, con il Mostro stesso a incarnare la metafora dell’outsider che cerca accettazione in una società chiusa e obsoleta, giudicante soltanto in base all’apparenza.

L’ora è un quarto di visione funziona sia come puro intrattenimento horror, eccitante e visivamente spettacolare, sia come spassosa commedia nera, con Pretorius che beve e fuma mentre celebra il suo harem di dei e mostri per il futuro da lui profetizzato. Una satira tagliente, che prende in giro l’arroganza scientifica e le ipocrisie della società borghese, sempre più chiusa in se stessa al punto di sottovalutare tutto oltre misura.

I volti della paura

La moglie di Frankenstein
Lo scienziato e la sposa resuscitata

Laddove nell’originale Boris Karloff era figura imponente e minacciosa, qui porta una notevole profondità emotiva, “imparando a parlare” con voce rotta e infantile che spezza il cuore, e quel “frieeeend” ha fatto la storia. Ma in tutto questo, per l’appunto, dov’è la Sposa, in italiano semplificato con un più accomodante La moglie di Frankenstein? Pur dando il titolo all’intera operazione, il suo personaggio compare appena nei minuti finali, riuscendo comunque in quei pochi istanti a rubare la scena per via di un look stravagante e ammaliante, al quale dona la giusta nevrotica incredulità una magnifica Elsa Lanchester, anche interprete di Mary Shelley nel breve prologo introduttivo.

Il suo aspetto – capelli neri con striature bianche come fulmini, raccolti in una sorta di torre conica a ricordare l’iconografia della regina egizia Nefertiti, vestito bianco che è incrocio tra sudario e abito da sposa – è diventato una delle immagini più iconiche della storia del cinema. L’attrice interpreta il personaggio come un uccello nevrotico, girando la testa con movimenti convulsi ed emettendo sibili acuti di puro terrore. Un’apparizione tanto breve quanto memorabile, perfettamente in linea con le atmosfere piacevolmente esuberanti di una pellicola completamente fuori dagli schemi.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto coi classici hollywoodiani e indagato, con il trascorrere degli anni, nelle realtà cinematografiche più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte senza limiti di luogo o di tempo, sono attivo nel settore della critica di settore da quasi vent'anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito di quella musicale.