Una serranda storta, le strade deserte di un anonimo paesino di provincia. Poi quella macchina ferma, due uomini si risvegliano dopo aver esagerato con l’alcol, per usare un eufemismo, prima di ripartire per l’ultima birra della serata. Pochi secondi, qualche dettaglio di vera vita che trasuda autenticità.
Una prima scena che ci immerge subito nell’atmosfera di Le città di pianura. Presentato al Festival di Cannes 2025 e uscito in sala a ottobre dello stesso anno, questo film, diretto da Francesco Sossai, ci regala una piccola gemma, uno spaccato della realtà provinciale italiana, veneta per la precisione, che si presenta leggera ma nasconde una potenza che assorbe lo spettatore.
Carlo Bianchi & Doriano

Signore e signori: Carlo Bianchi e Doriano. I due protagonisti della pellicola, due personaggi estrapolati nella loro interezza da quel territorio pianeggiante che divide le famose montagne venete e la celebre laguna. Un territorio anonimo che trova le proprie personificazioni nei nostri compagni di viaggio. Due uomini ormai arresi alla passività, privi di alcuna reazione, spinti solo dalla costante ricerca dell’ultima.
Quell’ultima bevuta che non arriva mai e che si traduce nel voler dare un leggero tocco di colore a una serata sbiadita. Due uomini che si muovono verso la fine della loro vita, ripercorrendo vecchi ricordi, lasciandosi scivolare lentamente nella rassegnazione.
L’occhio sul contorno

La pellicola si discosta da quella realtà patinata, costruita ad hoc per le storie del cinema. Uno squarcio che porta un po’ di luce sulla realtà della pianura veneta, trascinando anche noi spettatori. Un’Italia rude, monotona, periferica. Un’Italia per niente cinematografica, che proprio per questo, quando arriva sul grande schermo, mantiene tutta la sua naturalezza. Indirizza lo sguardo verso tutto ciò che solitamente passa inosservato, tutto ciò che resta ai margini. Dal paesaggio alla vita quotidiana, dai suoi stessi personaggi fino alle musiche firmate Krano. Una colonna sonora graffiata, strisciante, ideale per accompagnare l’atipicità del racconto. Le città di pianura sono un personaggio aggiunto, partecipano attivamente al racconto.
L’ennesimo aspetto che ci ricorda quanto il film punti su tutto quello che viene trascurato. Carlo e Doriano sono due personaggi solitamente irrilevanti, che non conducono la narrazione. Giulio è il ragazzo che torna presto dalle feste. Non guadagna la scena. Le città di pianura, proprio come loro, sono di contorno. Si guarda alle montagne venete, si pensa alla laguna, e non consideriamo quella distesa pianeggiante che li separa. Un film molto poco cinematografico, ma forse proprio per questo il cinema ne aveva bisogno.
Un’inaspettata formazione

Un road movie in salsa euganea. Una strana e inaspettata amicizia che nasce in una serata senza fine. I due uomini alla costante ricerca di una chiusa alcolica e che, apparentemente, non potrebbero insegnare nulla a Giulio, giovane universitario. Un ragazzo che, quasi per caso, o forse per forza, si unisce a loro dopo una festa di laurea. Durante il viaggio, più volte insegna ai due nozioni da universitario, più volte loro gli fanno notare quanto lui sappia tutto. Eppure, è proprio qui che il film ci sorprende.
Perché Le città di pianura diventa una sorta di romanzo di formazione ribaltato: è Giulio che spiega e insegna a Carlo e Doriano, ma sarà lui a imparare da loro. Imparerà a prendere la vita a morsi, a cogliere l’attimo, a non lasciarselo scappare. A stare dentro il presente, anche quando fa male.
Zero estetica, pura realtà

La sceneggiatura di Sossai e Adriano Candiago conduce una narrazione genuina e disarmante. Si infiltra nella realtà e non ci consente di capire che piega possa prendere. Una storia che balla sul ritmo della quotidianità di questo paese. La regia, dal canto suo, ci restituisce la lentezza di questi luoghi e ci fa perdere in panoramiche anonime e al tempo stesso riconoscibili. Non valorizza, si limita a osservare. In questo caso non è più la realtà che si veste a festa per il cinema: è il cinema che visita la realtà, senza grandi proclami. Zero estetica e pura realtà.
Una realtà talmente vivida da mettere a disagio lo spettatore. Dalla nostalgia che punge le serate alcoliche di Carlo e Doriano fino all’incapacità di Giulio di mordere la vita. Questo film parla un po’ a tutti noi, ed è proprio per questo che il film è potente. Per questo arriva dritto allo stomaco. Per questo quella rincorsa al treno, per un ultimo saluto, non può che lasciarci con un sorriso amaro e una piccola lacrima di felicità.



