Se per anni Star Wars è rimasto vivo pur non essendo presente sul grande schermo, gran parte del merito è stato di una casa editrice che ha raccolto l’eredità di Marvel Comics nel dare vita a quel titanico mosaico di avventure che per anni ha animato il fandom. Non solo, ma la stessa casa editrice ha avuto l’intuizione di anticipare la crossmedialità tanto di moda oggi portando i cult hollywoodiani nel mondo dei comics, controtendenza rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni. Una scelta coraggiosa da parte di Dark Horse Comics, animata dalla sincera passione e dalla lucida competenza di un capitano coraggioso: Mike Richardson.
Quarant’anni di sfide, intuizioni ed esperimenti editoriali che hanno reso la Dark Horse Comics un terzo polo in quello scontro a due che vede Marvel Comics e DC Comics dominare la scena. Una lotta impari, in termini di potenza economica, eppure il catalogo di Dark Horse Comics si è sempre arricchito di piccoli gioielli e di titoli di grande richiamo. Sempre, sotto l’attenta guida di Mike Richardson.
Forse per questo la notizia che dopo quattro decenni di onorato servizio – e grandi letture per il suo pubblico – Richardson non sarà più la guida di Dark Horse Comics lascia una sensazione agrodolce. Il mercato si evolve, i gusti cambiano e il pubblico – si sa – è volubile, ma anche dopo il recente incontro a Lucca Comics & Games 2026 era evidente come quella vecchia volpe di Richardson avesse ben chiaro quale fosse il rapporto tra fumetto e lettori, tra autori e case editrice.
Dalla fumetteria alla casa editrice

In fine dei conti, la sua avventura è iniziata come proprietario di una fumetteria, vita durata sino al 1986, l’anno che ha cambiato il mondo dei comics, quando decide di cambiare le regole del gioco e diventare editore. Scelta coraggiosa, soprattutto se concepita per essere un’alternativa alla scena fumettistica del periodo, con in mente un’idea precisa: tutelare i creatori. Un contrasto con il sistema del work for hire, una rivoluzione che portò personalità come Frank Miller e Mike Mignola a entrare nella scuderia di Dark Horse Comics, che pubblicò Hellboy, Sin City e 300.
Non solo, ma Richardson fu uno dei primi a intuire le potenzialità del manga per il mercato occidentale, specialmente americano. Mentre numerose piccole case editrici chiudono perché incapaci di sostenere una produzione spesso deficitaria, Richardson intuisce che la passione per gli anime sia segno che il pubblico possa cercare anche in ambito fumettistico prodotti simili. Iniziano viaggi in Giappone per capire come funzionino i manga, quali possano interessare i lettori americani e in breve tempo Dark Horse Comics ha i diritti di pubblicazione in America per Ghost in the Shell, per Atom Boy e rileva quelli per ripubblicare Lone Wolf & Cub, presentandolo con le copertine di Frank Miller, in quella che sarebbe divenuta l’edizione più nota del manga.
Per quanto lodevole questo approccio di Richardson, la sua carta vincente fu comprendere in anticipo sui tempi quanto il fumetto e il cinema fossero complementari. Negli anni 90, gran parte dei cult sci-fi del decennio precedente tornarono in auge grazie ai comics che ne alimentavano il mito. Tralasciando l’ottimo lavoro svolto sulla galassia lontana, lontana – basterebbe citare The Old Republic – cimentarsi con saghe come Robocop, Terminator, Indiana Jones, Alien e Predator fu una sfida non da poco.
Specialmente con Alien e Predator, Dark Horse Comics fece un lavoro incredibile. Affidandosi a Mark Verheiden diede vita a dei seguiti – poi vanificati con l’uscita di Alien 3 – che avrebbero sancito un’unione sanguinosa tra xenomorfi e Yautja, culminata con Alien vs. Predator. Fumetto cult che sarebbe poi divenuto videogioco e infine film. Non solo, ma anche al ritorno di Scott alla guida della saga di Alien, Dark Horse Comics fu protagonista di operazioni fumettistica come Fire and Stone e Life and Death, che tentarono l’impossibile: riordinare la cronologia della saga.
Dark Horse Comics goes to Hollywood

Da questa esperienza, Dark Horse Comics fu anche spinta a seguire un percorso inverso: passare dal fumetto al cinema. In un periodo in cui ‘fumettone’ era un termine fortemente critico e dispregiativo verso alcuni film, Richardson spinse alcuni suoi titoli sul grande schermo. Facile ricordare l’arrivo di Hellboy al cinema, ma prima di portare la creatura di Mignola a Hollywood, Dark Horse Comics aveva già marcato il territorio con The Mask e Timecop – proprio quello con Van Damme, non sapevate fosse un fumetto, vero? – fallendo miseramente con Barbwire e poi, ovviamente, facendo il colpaccio con l’Hellboy di del Toro.
Una crossmedialità che oggi pare la norma, ma che nei primi anni ’90 fu una grande intuizione, soprattutto se gestita – tra alti e bassi – con estrema attenzione.
Il futuro di Dark Horse Comics

Memori di questa tutt’altro che banale presenza sul mercato, sapere che Richardson non sia più al timone di Dark Horse Comics ci ricorda come il settore sia cambiato. Quando nel 2022 la proprietà era passata a Embrace, compagnia svedese vicina al mondo gaming, si era prefigurato un cambio radicale per la casa editrice.
Al punto che la notizia di questi giorni della fine dell’era Richardson è stata accompagnata dalla nomina del nuovo CEO, Jay Komas, che vanta un passato in compagne come Activion Blizzard, LucasArts e Electronic Arts . Segno evidente che la proprietà vuole portare le IP di Dark Horse Comics anche nel mondo dei videogiochi – dopo esperimenti non proprio riusciti in anni passati – e dare maggior impulso alla crossmedialità del proprio parco personaggi.
Con questo addio di Richardson viene da chiedersi se la concezione che ha animato Dark Horse per quarant’anni avrà ancora spazio nelle nuove logiche aziendali. Le prime dichiarazioni sembrano puntare verso un’apertura più marcata nel comparto videoludico, dove Komas vanta grande esperienza contrariamente al mondo cinematografico. Rimane un grande punto interrogativo sul futuro della tradizione di casa editrice, che non sembra esser al centro delle idee della nuova proprietà.
Oppure, questo aspetto di Dark Horse Comics verrà rivisito in modo da concepire nuovi titoli che abbiano, sin dall’inizio, una natura crossmediale. E come spesso accade, questa necessità di sfruttamento potrebbe rivelarsi una gabbia entro cui nuovi autori saranno imprigionati, costretti a pensare alle potenzialità future delle loro creazioni anziché sentirsi liberi di scrivere storie scevre di necessarie e attese vite crossmediali.



