Con la seconda stagione di Devil May Cry, lo showrunner Adi Shankar ha consolidato il suo stile creativo: un mix di sperimentazione visiva, musica aggressiva e reinterpretazioni narrative dell’universo Capcom. Eppure, in una lunga intervista rilasciata a ScreenRant, Shankar ha parlato apertamente del suo approccio alla serie, delle influenze artistiche e dei piani futuri per il franchise.
Ascolto del pubblico, film, istinto, musica
Difatti, secondo il produttore, la costruzione della storia non nasce solo da una pianificazione rigorosa, ma anche dall’ascolto del pubblico. Malgrado lui abbia una visione molto precisa della serie, ha accettato (e s’è ripromesso di accettare in futuro) i feedback dei fan e dei collaboratori di Netflix, definendo le prime due stagioni “più simili a un film che a una serie TV”, sottolineando di non amare il ritmo degli show televisivi moderni.
Durante l’intervista, il regista ha raccontato che il suo processo creativo è fortemente dettato dall’istinto, tant’è che le canzoni presenti nella serie vengono spesso scelte semplicemente perché fanno parte dei suoi gusti personali. Ha dichiarato:
Mi piace un brano e cerco il punto giusto dove inserirlo.
Spiegando come la musica sia fondamentale per definire l’identità dello show.
Animazione, legame fraterno e futuro

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Uno degli aspetti più discussi della seconda stagione riguarda i cambi di stile d’animazione presenti in alcuni episodi, ma Shankar ha rivelato che questa tecnica è una sua firma artistica, già sperimentata in produzioni come Captain Laserhawk e The Guardians of Justice. Tuttavia, ha precisato di aver scelto un approccio più contenuto rispetto al passato, usando queste variazioni soltanto in “microbeat” narrativi per non confondere il pubblico generalista.
Parlando del cuore narrativo di Devil May Cry, Shankar ha definito la serie “una tragedia action”. Difatti, per lui il vero centro emotivo non sono soltanto i combattimenti spettacolari, ma il conflitto tra fratelli: Dante e Vergil.
L’ingresso di Vergil rappresenta la necessità di affrontare il dolore e la tragedia.
Ampio spazio anche al worldbuilding. Shankar ha spiegato di aver ampliato il concetto di Makai – il regno demoniaco – attingendo quasi completamente alla sua fantasia, dato che i videogiochi originali mostravano pochissimo di quel mondo. Ha immaginato Makai come una società feudale complessa, popolata da creature che non sono semplicemente “malvagie”, ma inserite in un sistema politico e sociale articolato.
Infine, lo showrunner ha parlato del futuro della serie. Pur riconoscendo che molte saghe si fermano dopo poche stagioni, Shankar sostiene di non sentire alcun limite creativo. Ha dichiarato di avere già piani a lungo termine per il suo universo narrativo e di voler continuare a lavorare su Devil May Cry ancora per molti anni:
Mi sto divertendo troppo per fermarmi.
