Chi vi consiglia Diario di una vita tranquilla spacciandolo per una commedia, un racconto leggero, o ha letto un altro manga, o è in malafede.
Necessaria premessa dopo aver letto il nuovo slice of life edito Star Comics, che è tutto tranne che “tranquillo”, un’opera che, a tratti, mi ha trascinata in un baratro di tristezza, colpendomi dritto in faccia con alcune delle tavole più dolorose che io abbia mai letto. E sono una fan di Miura e Asano.
D’altronde, è lo stesso Tetsuya Chiba a metterci in guardia nelle prime pagine del manga: “non ho senso
dell’umorismo, io sono un tipo fin troppo serio!“. E forse è proprio per questo motivo che il lettore si ritrova improvvisamente spiazzato davanti a panel di una violenza emotiva devastante, tuttavia accostati a dialoghi pregni di umorismo e spensieratezza. Un mix letale di elementi per l’epopea del co-creatore del celebre Rocky Joe.
“Sono fin troppo serio, io!”

Il mangaka tenta di raccontarci la propria vita con il tono quasi dimesso di una favola di Esopo, ma ciò che emerge è una storia fatta di morte, angoscia, delusioni, angherie e sopravvivenza. Il tutto narrato con quel sorriso pacioccoso da nonnetto che, con ironia e sarcasmo, sembra quasi voler alleggerire il peso dei ricordi.
Ma non è forse anche questa la fugace quanto agghiacciante meraviglia delle nostre esistenze? La consapevolezza che, da un momento all’altro, la spensierata vita di un bambino di quattro anni possa trasformarsi, senza che lui neanche lo comprenda, in un autentico film dell’orrore. Ma Tetsuya Chiba si vede quasi “costretto” a raccontare di sé, spinto dalla casa editrice a disegnare ancora, tant’è che decide di realizzare un’opera profondamente autobiografica. Ne nasce così un racconto pacato, riflessivo e nostalgico, costruito attraverso brevissimi capitoli di appena quattro pagine, interamente a colori, che alternano continuamente presente e passato.
Il duplice viaggio: da bambino a uomo, da uomo a saggio

Non stupisce quindi che il manga non si limiti a raccontare la vita precedente all’inizio della sua carriera di mangaka, pertanto ci troviamo davanti a un duplice viaggio. Da una parte quello fisico e umano del rimpatrio dalla Manciuria al Giappone, dopo la sconfitta di quest’ultimo avvenute il 15 agosto 1945. Nato a Tokyo ma cresciuto in Manciuria, allora colonia di stampo nipponico, Chiba e la sua famiglia furono costretti a lasciare la Cina insieme a migliaia di connazionali, diventando vittime delle violenze e delle persecuzioni che seguirono la fine della guerra. È un percorso di sopravvivenza, certo, ma anche e soprattutto di maturazione forzata ai danni di un bambino che segnerà per sempre la sua esistenza.
Eppure, si sa, fame, insonnia, malattie e morte possono tramutarsi in tutt’altro agli occhi dei più giovani, e il piccolo Tetsuya comprese solo anni e anni dopo la portata di quella fuga, nonché la fortuna sfacciata che ebbe la sua famiglia a “tornare a casa integra”.
Dall’altra parte troviamo invece un viaggio più intimo e attuale: quello dell’accettazione della vecchiaia. Da bambino a uomo, da uomo ad anziano, il maestro alterna pagine strazianti a momenti della sua “nuova vita da nonnetto”. Ormai in là con gli anni e con una salute sempre più fragile, Chiba riprende in mano la matita e ripercorre i propri passi, condividendo con noi riflessioni sul presente, perdendosi nei ricordi dell’infanzia, degli amici, dei colleghi mangaka e della lunga carriera che lo ha consacrato come uno dei grandi maestri del fumetto giapponese. Tra il dietro le quinte del suo lavoro, gli aneddoti dedicati ai suoi hobby – come il golf, il circoletto di autori – e gli incontri con figure storiche del manga, l’autore costruisce un ritratto sincero e sorprendentemente sereno della terza età.
Ed è proprio questo continuo alternarsi tra passato e presente, tra tragedia vista dagli occhi di un bambino e serenità vista dagli occhi di un anziano, a rendere Diario di una vita tranquilla così autentico. Se da un lato le parentesi ambientate nel presente spezzano talvolta il ritmo della vicenda storica, dall’altro permettono di conoscere davvero non solo quel bambino sopravvissuto alla guerra, ma anche l’uomo che è diventato. Un uomo che, nonostante un passato tragico, non cerca mai la commiserazione e che evita costantemente il patetico, preferendo affidarsi alla semplicità dei gesti, delle tavole e alla forza dei ricordi.
Tetsuya Chiba, uno dei papà di Rocky Joe
Del resto, Tetsuya Chiba non è un autore qualunque. Dopo aver debuttato professionalmente nel 1958, lavorando sia nel panorama shōnen che shōjo, è stato riconosciuto (e consacrato) quale uno dei mangaka più importanti della sua generazione grazie a opere come Rocky Joe e Notari Matsutaro, con cui vinse lo Shōgakukan Manga Award nel 1977. Nel 2024 gli è stato inoltre conferito il Kikuchi Kan Prize non solo per il valore della sua produzione artistica, ma anche per il costante impegno nella formazione delle nuove generazioni di autori e nella tutela dei loro diritti. E forse è proprio questa lunga esperienza umana e professionale che ogni pagina del volume viene vissuta con reale profondità dal lettore.
Un’opera intensa che parla della guerra, ma anche dello stupore dell’infanzia. Un manga che racconta la vecchiaia senza indulgere nella malinconia, o della memoria senza mai risultare banale, con naturalezza. La cronaca di un esodo mixata con la quotidianità di un anziano mangaka che, ancora oggi, continua a guardare il mondo con infantile curiosità, scrivendo di sé e dei suoi cari in una serie che – ad oggi – è ancora lontana dalla “fine”.
