Alcuni film arrivano come una tempesta. Saturano lo schermo di rumore e azione. Altri, proprio come “Una sconosciuta a Tunisi”, lavorano al contrario: sanno restare in silenzio, sanno aspettare. L’ultimo lavoro di Mehdi Barsaoui, già autore di “Un figlio” (film che aveva mostrato al pubblico internazionale la sua capacità di intrecciare dramma intimo e contesto politico), è un’opera che procede con passo misurato ma lascia ferite profonde.

La pellicola, in Italia dal 24 luglio con I Wonder Pictures, segna un passo deciso e notevole nella filmografia di un autore che con la sua sensibilità può davvero fare grandi cose.

Una sconosciuta a Tunisi
Genere: Drammatico
Durata: 123 minuti
Uscita: 24 Luglio 2025 (Cinema)
Regia: Mehdi Barsaoui
Cast: Fatma Sfarr, Nidhal Saadi, Yassmine Dimassi

Il silenzio che racconta: Aya e le sue tre vite

Fatma Sfar in una scena del film -@ I Wonder Pictures

L’incipit è semplice, ma crudele: un minibus carico di passeggeri si ribalta, quasi fuori campo. Solo Aya sopravvive. Da lì, il film smette di essere “solo” un racconto di perdita. Diventa un viaggio nell’assenza: Aya non torna a casa, non cerca aiuto, non ricostruisce una normalità. Non ci prova nemmeno. Semplicemente, scompare. In quel gesto, apparentemente inspiegabile, c’è il cuore del film: il desiderio di cancellarsi, di sparire dalla mappa sociale, per reinventarsi. Non è un’idea astratta. È una domanda dolorosa, concreta, che attraversa tutto il film e lo spettatore.

Una di quelle domande che non ti lasciano in pace nemmeno dopo i titoli di coda. La storia di Aya è raccontata con la pazienza di chi osserva un volto cambiare sotto la luce. Dopo l’incidente, la giovane (interpretata dalla sorprendente Fatma Sfar, qui al suo primo ruolo da vera protagonista) decide di assistere, da lontano e in silenzio, al proprio funerale. È un’immagine disturbante e potente: la vediamo guardare i suoi cari piangere una “lei” che non esiste più, come una presenza fantasma tra i vivi e i morti. Poi, lentamente, Aya lascia il suo villaggio e si trasferisce a Tunisi. Città frenetica e dispersiva, dove diventa prima Amira e poi Aïcha: tre nomi, tre vite, tre modi diversi di esistere.

Fatma Sfar regge questo percorso di trasformazione con un’interpretazione che sembra sempre in bilico tra fragilità e ostinazione. È un volto che non esplode mai in pianti teatrali, ma si piega in espressioni sottili, in silenzi che dicono più di qualsiasi battuta. Al suo fianco, Nidhal Saadi interpreta un poliziotto che, più che un antagonista, è un punto fermo, una figura che osserva Aya come se volesse ricordarle (o, forse, ricordarci) che la fuga non è mai solo geografica, ma soprattutto interiore. Gli altri personaggi, meno centrali, costruiscono attorno a lei un mosaico di presenze che, più che accompagnarla, la sfiorano. Come se la protagonista fosse già, in fondo, un’ombra tra ombre.

La Tunisia tra polvere e cemento

Fatma Sfar in una scena del film -@ I Wonder Pictures

La forza della pellicola sta anche nella sua forma: Barsaoui dirige con un linguaggio che mescola naturalezza e precisione, lasciando spazio ai vuoti, agli sguardi, ai dettagli apparentemente minimi che poi diventano rivelatori. La fotografia di Antoine Heberlé, già collaboratore del regista in passato, è un vero e proprio racconto nel racconto. I toni caldi e polverosi di Tozeur riescono a rappresentare l’attaccamento di Aya a una vita che sta per lasciare, mentre i grigi e i blu lattiginosi di Tunisi, quasi sfocati, restituiscono l’anonimato e lo spaesamento della metropoli.

Il montaggio di Camille Toubkis sceglie tempi insoliti: allunga le pause, poi improvvisamente le interrompe, dando al film una pulsazione irregolare, mai “comoda”. Barsaoui non teme la complessità: dentro la vicenda di Aya entrano, come echi, la corruzione delle forze dell’ordine, il peso delle convenzioni sociali, il disagio di un Paese in trasformazione. A volte, questi spunti sembrano quasi troppi. Ed è vero che alcune linee narrative sfiorano il rischio di perdersi. Eppure, proprio questa densità, questo non voler “semplificare”, rende il film onesto e vivo, lontano dal rischio di sembrare un “dramma da festival” costruito a tavolino.

Pirandello nel Maghreb

Fatma Sfar in una scena del film -@ I Wonder Pictures

Ma il nucleo pulsante del film è un altro: il tema dell’identità. La pellicola interroga la possibilità (o l’illusione) di cancellare se stessi per rinascere. Aya attraversa tre vite e tre nomi, ma ogni trasformazione non diventa mai una liberazione totale. È più una stratificazione, una maschera che pesa più di quella precedente. In questo percorso è impossibile non pensare a “Il fu Mattia Pascal”. Come l’eroe pirandelliano, Aya decide di sparire, di smettere di esistere come “Aya” per provare a essere “qualcun altro”. Ma se Pirandello usava l’ironia e il paradosso per smontare l’idea di un’identità fissa, Barsaoui rimane ancorato alla carne, alla fragilità, al dolore.

Aya non gioca a dissolversi: Aya si dissolve davvero. La domanda resta quindi sospesa, per lei come per lo spettatore. Ed è la più antica e la più scomoda: chi saremmo, se potessimo ricominciare da zero? È un tema che il film non chiude e non semplifica. Ed è forse questa la sua scelta più coraggiosa: lasciare che la risposta rimanga un vuoto, come quello che Aya lascia dietro di sé.

Il film non si consuma con la visione. Ci si accorge, nei giorni successivi, che alcune immagini restano. Un volto illuminato dal tramonto, un autobus che non arriva mai, un nome sussurrato con esitazione. Barsaoui firma un’opera ipnotica, imperfetta ma viva, che mescola la delicatezza di un dramma personale con l’ampiezza di una riflessione universale. Non è un film che cerca di piacere a tutti i costi, e forse è proprio per questo che conquista. Perché ti lascia un pensiero in testa, un pensiero che non riesci a scrollarti di dosso: chi siamo, quando decidiamo di non essere più noi? 

Conclusioni

8.0 Ipnotico

"Una sconosciuta a Tunisi" è un film che rimane addosso. Non solo per la storia di Aya, ma per il modo in cui racconta la fragilità dell’identità umana. Ipnotica nella fotografia, potente nelle interpretazioni e a tratti volutamente caotica, la pellicola non offre vie d’uscita semplici, ma lascia aperta una domanda, che ci accompagna anche dopo i titoli di coda: chi siamo davvero, quando scegliamo di diventare qualcun altro?

Pro
  1. Fatma Sfar regge il film con sfumature sottili e intensità emotiva.
  2. Fotografia evocativa, che accompagna il viaggio della protagonista trasformando i paesaggi in stati d’animo.
Contro
  1. Densità narrativa a tratti eccessiva: alcune linee tematiche rischiano di disperdersi.
  2. Ritmo irregolare, ostico per chi cerca una narrazione più lineare.
  • Voto ScreenWorld 8
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Classe 2005, nata tra i templi di Paestum ma con origini statunitensi. Cinefila compulsiva, sono redattrice di ScreenWorld.it dal gennaio 2025 e Content creator per la pagina Ilmiocinemaofficial (22.5k su Instagram). Scrivo perché non so farne a meno. Ironia inclusa.