Forse avevamo dimenticato la bellezza di un sole che sorge. Il dolore di una luce che scompare. La natura e il tempo, senza vincoli. L’incanto e l’orrore. Avvicinarsi al cinema di Clint Bentley significa prepararsi ad accogliere esperienze sensoriali che vanno oltre la semplice visione. Train Dreams è senza dubbio la sua opera più sentita – o, per meglio dire, quella che esalta maggiormente il sentire: il mondo è protagonista, spazio indefinito di accoglienza e purezza, e l’uomo la sua sineddoche. Il racconto breve di Denis Johnson, trasposto dal regista insieme a Greg Kwedar per Netflix, attinge più che mai alla forza evocativa delle immagini: lascia che esplodano nella loro magnificenza, mentre ai margini monta la rivoluzione.
Train Dreams parla di ciò che abbiamo perso, di ciò che avevamo e non abbiamo saputo preservare. Così si spinge a raccontare una storia epica che accarezza gli stilemi di un western desolato, ma che abbraccia in pieno la filosofia di Terrence Malick. Un Cinema naturalista, di ombre silvane che celano gli spettri di un dolore universale. Non c’è una tendenza narrativa costante, complessa o intricata: se l’opera di Bentley riesce a sorprendere come uno dei film più affascinanti dell’anno è perché sceglie consapevolmente di catturare tristezza e meraviglia per rielaborarli attraverso il reale. Come la natura selvaggia, questo film lascia liberi di vagare ma può colpire in qualsiasi momento. La malinconia folgorante con cui Bentley si appoggia allo spettatore trascina oltre lo schermo.
Emerge così uno spaccato minimalista e devastante: il dramma di chi vorrebbe restare, ancorato agli istanti, ma si vede crollare il terreno sotto i piedi. Un’opera talmente pervasiva che è un vero peccato non poterla ammirare sul grande schermo.
Sognare all’ombra del progresso

Nella sua semplicità apparente, Train Dreams esplora la vita di un uomo costretto ad assistere alla fine di un mondo e all’inizio di una nuova era. Quello dell’umanità, che recide il legame primordiale per perseguire il progresso, è un destino beffardo. In poco meno di due ore, il povero Robert (un titanico Joel Edgerton) affronta il dramma e la solitudine di un tempo che continua a fuggire verso il futuro. La vita del protagonista diventa uno specchio attraverso cui scrutare, riflettere. I contorni sono quelli di un uomo distrutto, lo spettro quello del capitalismo (pietra su cui sorge l’America moderna). Sarebbe facile pensare alla predestinazione, ma il senso della riflessione di Bentley punta proprio a decostruire l’idillio, a guardare oltre quei pallidi riflessi per percepire i vuoti ingombranti che hanno preso il sopravvento sulle nostre esistenze.
L’unico sogno è perduto: quel che rimane è una chimera. I tempi cambiano con gli uomini e i legami si spezzano come rami secchi. Al regista manca l’assolutismo tipico dei film di Terrence Malick (del resto, nessuno ne raggiunge mai la forza comunicativa), ma emerge un’identità riconoscibile attraverso cui la bellezza si fa sommessa, più delicata. Anche quando annega nel proprio abisso di tristezza, Bentley non cede, offre piccoli spiragli a cui aggrapparsi per carpire un senso più profondo. La macchina da presa diventa spettro errante di natura e magia, permettendo alla fotografia di Adolpho Veloso di dominare la scena.
Come se andare avanti diventasse un monito, più che un dovere: oltre le emozioni, Train Dreams si lega allo spettatore e non lo lascia andare. In altri tempi si parlerebbe di ammaliamento visivo, con il potere delle immagini che cattura al punto da volerne ancora, creando un paradosso di dolore e bellezza.
La bruma dell’ultimo sole

Per composizione, maestria tecnica e cura nella messa in scena, Train Dreams è una delle poche produzioni di quest’anno che ha il potere di sconvolgere. In un catalogo Netflix quasi monopolizzato dall’uscita di Stranger Things (e senza una promozione adeguata per un’opera di questo calibro), l’opera di Bentley rischierebbe seriamente di passare in sordina – non che servano troppi clamori a un’epopea che vuole mantenersi intima e fragile. Un’apoteosi di sogni urlati e dolori silenti, di quelle che addolorano senza mai strafare. Al netto di un ritmo estremamente esigente, quella di Netflix è una poesia di anime perdute che ricorda l’importanza di ogni gesto, anche il più insignificante.
Nel grande schema delle cose, il battito d’ali di una farfalla può cambiare il mondo. Nell’impero della mente, basta un ricordo per demolire un uomo. Train Dreams racconta e stimola a passo lento, con la consapevolezza di poter creare e distruggere. Forse non sarà (e non potrà essere di certo) il film dell’anno, ma è uno dei casi cinematografici (seppur in streaming) più memorabili della stagione. Tempo, rivelazioni e bellezza meritano di restare impressi in questo splendido ritratto, avvolgente ed effimero. Un’icona d’arte pura, essenza stessa della percezione di chi tocca il cuore attraverso le immagini. Che resti, anch’essa, ad accompagnare le lacrime e i sospiri.



