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Il Natale è il periodo dell’anno con l’identità più riconoscibile del cinema contemporaneo. Un immaginario vastissimo fatto di film accomunati dall’atmosfera natalizia, dalle famiglie riunite, da storie spensierate che regalano sorrisi e qualche carezza. The Holdovers si inserisce in questo filone, ma se ne distanzia fin da subito. Siamo in un gelido collegio, arrivano le vacanze di Natale e ci potremmo aspettare che la direzione narrativa ci porti in una casa statunitense, con una famiglia numerosa e un enorme albero addobbato.

Invece no. Vediamo andare via tutti dal collegio, tranne tre persone: il professore Hunham, il giovane Angus e Mary. Tre persone dalle vite sospese, con ferite che sotto Natale bruciano ancora di più. Cosa potrebbe esserci di natalizio in questo trio? Molto più di quanto siamo portati a credere.

Un intruso tra i cult natalizi

The Holdovers, fonte: Universal Pictures
Paul Giamatti in The Holdovers – ©Universal Pictures

Nella storia del cinema molte pellicole sono diventate veri e propri cult natalizi, film in cui troviamo spesso grandi famiglie che si riuniscono in enormi ville, con alberi addobbati e quell’atmosfera natalizia che è una vera coccola per chi ama questo periodo. The Holdovers, dal canto suo, non presenta nessuna di queste caratteristiche, ma trova comunque una sedia al tavolo di questo genere. Probabilmente, l’assenza di ciò che è stato elencato prima è la sua vera forza, è una sorta di Natale minimalista, ridotto all’osso. E quando si riduce un qualcosa all’osso, ne troviamo il vero senso.

Molti film natalizi mettono in vetrina situazioni invidiabili, con Natali elevati nel loro massimo splendore. Sollievi temporanei prima che la realtà dello spettatore prenda il sopravvento. Con The Holdovers, invece, si trasmette il messaggio opposto: il Natale va oltre le mille luci che illuminano l’intero vicinato, oltre l’enorme albero con ingombranti pacchi ai suoi piedi. Può addirittura andare oltre la famiglia. E va bene così.

La grande assente: la famiglia

The Holdovers, fonte: Universal Pictures
Dominic Sessa, Paul Giamatti e Da’Vine Joy Randolph in The Holdovers – ©Universal Pictures

Come già scritto, per essere un film sul periodo più bello dell’anno, ha una grande assenza, la quale accomuna i suoi tre protagonisti: la famiglia. Tre diversi tipi di solitudine che si fanno compagnia rivestendo così un Natale nudo di aspettative. Il Professor Hunham è l’unico che si è costruito una solitudine “studiata”, un meccanismo di difesa, un rifugio trovato nello studio della storia. Una sorta di isolamento accademico per sostituire il fastidio del Natale.

Il giovane Angus Tully, invece, aveva già preparato la valigia quando, con una chiamata dell’ultimo minuto, la madre lo ha “abbandonato” preferendo la luna di miele con il nuovo e ricco marito. Lui cercava un barlume di speranza in quel che rimane della sua famiglia, ma si vede rimpiazzato dalla nuova vita che la madre si costruisce. Infine, Mary, la cuoca del collegio, la quale ha appena perso il figlio in Vietnam. Per lei il Natale non è solo una ferita, è un macigno sull’anima, è il ricordo continuo di un lutto atroce.

L’aura dei ’70

Dominic Sessa e Paul Giamatti in The Holdovers
Dominic Sessa e Paul Giamatti in The Holdovers – ©Universal Pictures

La pellicola mostra sin da subito una solida base di sceneggiatura, presentando con dettagli leggeri e poche battute il conflitto su cui giocherà l’intero film. Le due scene iniziali, infatti, sono sufficienti per comprendere il dualismo che ne sta alla base: all’appartamento del professore, ordinato, solitario, silenzioso si contrappone il dormitorio dei giovani studenti, caotico, indisciplinato, disordinato. Due luoghi che trovano le rispettive personificazioni nelle due controparti umane: quella accademica e strutturata del professore Hunman e quella ribelle e irrequieta del giovane Angus.

Oltre alla scrittura, è l’intero reparto tecnico a partecipare attivamente alla narrazione, contribuendo in modo decisivo al piano emotivo. Scenografie, costumi, fotografia non si limitano solo a ricreare un credibile scenario per il Natale del 1970, ma riescono a trasmettere allo spettatore la sensazione di osservare un film realmente girato all’alba di questo decennio. Operazione che amplifica ulteriormente la nostalgia di quei Natali che, paradossalmente, molti di noi non hanno nemmeno vissuto.

Lezioni di vita

Da'Vine Joy Randolph in The Holdovers
Da’Vine Joy Randolph in The Holdovers – ©Universal Pictures

Il professor Hunham è un uomo ormai rassegnato, si culla nella propria mediocrità, intesa, ricorda la Treccani, come “una condizione equidistante dai due estremi”. Non ha fallito, ma pecca di ambizione. Come gli rinfaccia Mary, di fronte al progetto di una monografia e non di un libro : “Nemmeno un sogno riesci a sognarlo fino in fondo”. Hunham ha imparato a sopravvivere al Natale isolandosi, Angus, al contrario, è ancora materia viva. Un pezzo di argilla che può essere modellato. Le lezioni di vita richiamate fin dal sottotitolo del film arrivano a lui con forza.

Soprattutto quando mostra il timore di ereditare le malattie mentali del padre, allora Hunham, gli offre la lezione più importante: non sei tuo padre, la tua storia non deve determinare il tuo destino. Mary, infine, è la figura che più di tutte incarna la malinconia del Natale. La perdita del figlio lo rende un giorno di ricordo, un dolore che non si attenua ma si rinnova. Eppure anche lei, nel corso di questa convivenza forzata, sembra trovare una propria lezione di vita: una nuova motivazione che passa dalla gravidanza della sorella, da un futuro che continua a esistere nonostante tutto.

Un Natale senza miracoli

Paul Giamatti alla cattedra in The Holdovers
Paul Giamatti in The Holdovers – ©Universal Pictures

Tre solitudini diverse, costrette a condividere un Natale tutt’altro che ideale, riescono così a trovarne un significato inatteso. Un senso che va oltre gli isolamenti autoimposti, gli abbandoni improvvisi e i lutti irrisolti. The Holdovers racconta un Natale spoglio, lontano dalle convenzioni e dalle luci abbaglianti, ma profondamente autentico. Un Natale che non promette miracoli, ma offre presenza. Ricordandoci la sottile distanza tra cosa vorremmo per Natale e ciò di cui abbiamo davvero bisogno.

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Classe 1995, Luca ha conseguito un diploma in Ragioneria e una Laurea Triennale in Scienze Politiche, ma fin dall’adolescenza ha sentito crescere in lui una forte passione per il cinema. La svolta arriva con l’ingresso in una compagnia teatrale amatoriale e con la Laurea Magistrale in Scienze dello Spettacolo presso l’Università di Firenze. Partito da un iniziale e intenso legame con la coppia De Niro–Scorsese e i loro gangster movies, il suo percorso lo ha portato a innamorarsi della Settima Arte in tutte le sue sfumature.