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Quando si parla di Stephen King, è impossibile non pensare al cinema. La sua produzione letteraria, sterminata e pulsante di immaginari che intrecciano paura, memoria e quotidianità, sembra scritta con l’inquadratura già impressa sulla pagina. Non stupisce quindi che King sia lo scrittore vivente più adattato della storia del cinema. Eppure, proprio in questa continua trasposizione dal romanzo allo schermo si annida un terreno fertile di tensioni, tradimenti, reinvenzioni. Armando Fumagalli, in una delle sue lezioni sull’adattamento, ricordava che non esiste fedeltà come valore assoluto, ma esistono scelte creative che rispondono a contesti produttivi, generi e linguaggi differenti.

Linda Hutcheon, dal canto suo, in A Theory of Adaptation sottolinea come l’adattamento sia sempre un atto di “ripetizione senza replica”: un’opera che dialoga con l’originale ma non può che trasformarlo, perché ogni medium porta con sé logiche e codici specifici. Una delle ragioni per cui gli adattamenti dei romanzi di Stephen King hanno trovato un terreno fertile soprattutto nel cinema horror è la natura stessa delle sue ossessioni narrative. Le sue storie mettono in scena paure profonde, che vanno oltre l’elemento soprannaturale.

Paure e ossessioni ricorrenti

Una scena di Pet Sematary – © Paramount Pictures

La paura dell’infanzia e la perdita dell’innocenza: King ambienta spesso l’orrore nei luoghi dell’infanzia, trasformando spazi quotidiani e apparentemente sicuri (scuole, quartieri di provincia, clown, animali domestici) in catalizzatori di angoscia. Gli adattamenti di It sono l’esempio più emblematico, dove il mostro si nutre della paura dei bambini, ma anche del trauma che essi portano nell’età adulta. Una questione che si riflette anche nei luoghi: il Maine di King non è mai idilliaco, è un microcosmo soffocante in cui emergono violenza, superstizione e conformismo. Film come Cujo o Pet Sematary mostrano come il contesto familiare e domestico, lontano dalle grandi metropoli, diventi il teatro del perturbante. In opere come The Shining o Misery l’orrore nasce dall’interno, da psicosi e ossessioni che si amplificano fino a esplodere.

Gli adattamenti hanno enfatizzato questo aspetto visivo e claustrofobico, ponendo lo spettatore dentro lo sguardo disturbato dei protagonisti. King insiste su un concetto quasi metafisico di Male, che assume forme cangianti — clown, hotel infestati, macchine possedute — e che nel cinema trova una resa iconografica potente e immediata. L’orrore cinematografico, grazie alla materialità delle immagini, rende tangibile ciò che nei romanzi è spesso percepito come sottile e invisibile. È qui che emerge il peso del contesto: in Salem’s Lot o Needful Things l’orrore si propaga attraverso la collettività, contaminando l’intero tessuto sociale. Molti adattamenti hanno faticato a rendere questo aspetto corale, preferendo concentrarsi su figure individuali, ma resta un nodo tematico fondamentale.

In definitiva, il successo degli adattamenti horror da King sta proprio nella loro capacità di dare forma visiva a paure intime e sociali: i bambini e la loro vulnerabilità, la famiglia che implode, la follia che divora, le piccole comunità che celano abissi di violenza.

Carrie – la nascita di un mito

Una scena di Carrie
Una scena di Carrie – © United Artists Europa Inc.

Il primo adattamento cinematografico di King fu Carrie di Brian De Palma, uscito appena due anni dopo la pubblicazione del romanzo. Qui il testo di King diventa materia malleabile per la grammatica visiva del regista: il prom king e la doccia del liceo si trasformano in archetipi cinematografici grazie a split screen, rallenty e montaggi serrati.

Se nel libro la forza dell’orrore è soprattutto psicologica e legata alla crudeltà sociale, De Palma enfatizza l’aspetto visivo e spettacolare, inventando un immaginario iconico che segnerà la storia del genere. È un esempio paradigmatico di quanto osserva Hutcheon: l’adattamento non è solo “trasferimento” di contenuto, ma costruzione di un nuovo testo dotato di autonomia estetica. Gli adattamenti horror da King incarnano esemplarmente questa dialettica, muovendosi tra rispetto della fonte e radicale rielaborazione.

The Shining: King contro Kubrick

Una scena di Shining – © Warner Bros.

Il caso di Shining è probabilmente il più noto e controverso. Kubrick prende il romanzo e lo piega al suo universo ossessivo, trasformandolo in un incubo glaciale, metafisico. King lo ha sempre detestato, giudicandolo “un bellissimo Cadillac senza motore”. Ma proprio in questo conflitto tra autore e regista si rivela la natura profonda dell’adattamento.

Come ricorda Fumagalli, ogni adattamento è anche un incontro tra poetiche: qui la poetica del gotico kinghiano, intriso di trauma familiare e memorie oscure, si scontra con la poetica geometrica e astratta di Kubrick. Ne risulta un’opera che reinventa l’orrore, spostandolo dal piano narrativo (la possessione alcolica e demoniaca di Jack Torrance) al piano formale (i corridoi infiniti, la macchina da presa che ipnotizza).

Pet Sematary: il ritorno dell’oscuro quotidiano

Una scena di Pet Sematary – © Paramount Pictures

Tra i romanzi più cupi di King, Pet Sematary affronta il tabù della morte e della sua negazione. L’adattamento del 1989 di Mary Lambert, pur con limiti produttivi, coglie la dimensione perturbante del testo: la casa di provincia americana diventa luogo di un orrore arcaico, un cimitero che rovescia il senso del “ritorno” e della famiglia.

Il remake del 2019, invece, riflette un altro tempo: in un’epoca di reboot e nostalgia cinematografica, sceglie di deviare radicalmente in alcuni punti narrativi (la figlia che muore al posto del fratellino) per sorprendere il pubblico già “vaccinato” dalla conoscenza del libro. Questo dimostra come l’adattamento sia sempre storicamente situato: ogni nuova versione parla non solo del testo di partenza, ma anche del pubblico del presente.

It: il trauma generazionale

Una scena di IT – © ABC

It rappresenta forse il romanzo più complesso di King, unendo orrore cosmico e racconto di formazione. L’adattamento televisivo del 1990 si ricorda soprattutto per l’interpretazione di Tim Curry, mentre il dittico cinematografico di Andy Muschietti ha tentato di attualizzare la vicenda spostando il tempo della giovinezza negli anni ’80, cavalcando la nostalgia collettiva e il revival culturale di quegli anni.

Qui si vede un altro aspetto centrale delle teorie dell’adattamento: la necessità di comprimere, scegliere, ricombinare. Il romanzo di King supera le mille pagine, ma il film lavora per condensazioni e metafore visive: il clown Pennywise diventa icona dell’orrore contemporaneo, più ancora che personaggio narrativo. In questo senso, Muschietti costruisce un horror pop, spettacolare, che dialoga tanto con King quanto con il gusto del pubblico post-Stranger Things.

Adattare l’orrore: limiti e possibilità

Una scena di Shining – © ABC

Il caso King ci mostra come il cinema horror viva una doppia sfida quando si confronta con la letteratura. Da un lato deve tradurre in immagini l’orrore psicologico, i traumi invisibili, il perturbante quotidiano che King dissemina nei suoi testi. Dall’altro deve rispondere a un pubblico che, soprattutto dagli anni ’80 in poi, è diventato sempre più alfabetizzato visivamente, difficile da sorprendere. L’adattamento deve considerare il pubblico come co-creatore di senso. E in questo senso King è un autore che ben si presta: i suoi mondi sono già talmente ricchi di riferimenti popolari, mitologie suburbane, archetipi riconoscibili, da fornire terreno fertile per la rielaborazione cinematografica. Non a caso molti dei suoi adattamenti, anche quando poco amati dalla critica, riescono a imprimersi nell’immaginario collettivo.

Stephen King è, paradossalmente, uno dei più grandi “autori cinematografici” senza mai essere stato un regista di professione (se si eccettua la parentesi infelice di Maximum Overdrive). La sua scrittura immaginifica, radicata nel reale ma aperta al mostruoso, sembra costantemente chiedere immagini, corpi, spazi. Ma il cinema, come dimostrano i casi analizzati, non è mai un semplice specchio della pagina. Possiamo dire che ogni adattamento da King è una “palinsesto” che riscrive l’orrore attraverso codici nuovi.

 

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Ilaria Franciotti ha conseguito la laurea triennale in DAMS, la laurea magistrale in Cinema, televisione, produzione multimediale e il master in Studi e politiche di genere all’Università degli Studi Roma Tre. Si occupa di narratologia e drammaturgia del film, gender studies, horror studies, cinema e serie TV delle donne. Insegna analisi e storia del cinema e teoria e pratica della sceneggiatura. Ha collaborato con Segnocinema, è redattrice di Leggendaria e collaboratrice di The Post Internazionale, e ha scritto per diverse riviste di cinema (tra cui Marla e Nocturno). È autrice di Maleficent’s Journey (Il Glifo, Roma 2016), A Brave Journey. Il viaggio dell’Eroina nella narrazione cinematografica (Ledizioni, Milano 2021), ed è curatrice e coautrice di La voce liberata. Nove ritratti di femminilità negata (Chipiùneart, Roma 2021). Dal 2023 è curatrice del podcast Ilaria in Wonderland, interamente dedicato al cinema horror.