«Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster.» Una frase-manifesto che riporta subito alla nostra mente Quei Bravi Ragazzi (Goodfellas, 1990). Una frase d’esordio che racchiude, da sola, tutto l’universo criminale che Martin Scorsese dipinge magistralmente: un mondo che affascina, colpisce e illude, per poi implodere su sé stesso. Con Goodfellas, Scorsese ritorna nel mondo dei Gangster Movie, ridefinendone i confini e firmandone una tappa imprescindibile, con uno stile ipnotico e inconfondibile.
Un’opera che potremo riscoprire il 17, 18 e 19 novembre, quando tornerà sul grande schermo per celebrare i 35 anni dall’uscita al cinema: tre giorni per rivivere, ancora una volta, attraverso gli occhi di Henry Hill.
The most personal is the most creative

Alla cerimonia degli Oscar del 2020, il regista Bong Joon-Ho, nel discorso di ringraziamento, dedicò un commovente omaggio a Scorsese, ricordando il suo insegnamento: «The most personal is the most creative». Ed è proprio questo il cuore di Goodfellas: la creatività ricercata scavando nel suo vissuto, negli ambienti in cui è nato e che conosce nel profondo. Ricostruire la parabola perfetta per restituire una realistica percezione della mafia italo-americana attraverso lo sguardo di un adolescente di Little Italy.
Henry Hill, insieme a tutto il pubblico, subisce la fascinazione di quel mondo. Le Cadillac, i completi eleganti, il rispetto che corre tra “quei bravi ragazzi” luccica troppo ai suoi occhi per non esserne affascinato e attratto. Ci accompagna, così, nel mondo della malavita facendoci entrare dalla porta principale… anzi dalla porta sul retro, per farci accomodare nel migliore posto del locale. Una posizione privilegiata per comprendere tutte quelle contraddizioni che restano nell’ombra.
Il Gangster: tra fascinazione e disillusione

Martin Scorsese, con la sua regia, non si limita a mostrarci o presentarci l’universo da cui proviene: ci accompagna al suo interno e ci fa sentire parte di esso. Le lunghe soggettive traducono in immagini lo sguardo e la vita dello stesso Henry Hill. Ogni saluto, ogni omaggio degli altri gangster arriva direttamente a noi, e anche noi, inizialmente, ne subiamo quel fascino. L’intera pellicola è guidata dal voice-over dello stesso Henry, esclusa una parentesi, uno spartiacque narrativo, in cui la prospettiva passa alla moglie Karen (Lorraine Bracco).
Attraverso i suoi occhi, viviamo quel suo primo disorientamento, i dubbi e le perplessità che nascono all’interno della bolla malavitosa. Incertezze che affiorano più tardi anche nello stesso Henry, il quale inizia a percepire l’irrazionalità e sregolatezza di quel mondo, incarnate da Jimmy Conway (Robert De Niro), ma soprattutto da Tommy De Vito (Joe Pesci). Una lenta e crescente disillusione che conduce all’epilogo inevitabile: il collasso di quella organizzazione, solida nella facciata ma irrimediabilmente fragile all’interno.
Il ritmo di Scorsese: musica e montaggio

La macchina da presa si avvicina lentamente: Robert De Niro è al bancone, fuma, e il suo sguardo, sospeso tra il diabolico e l’ipnotico, viene amplificato dal riff di chitarra di Sunshine Of Your Love dei Cream. Regia, recitazione e colonna sonora, per pochi secondi, diventano un incanto per lo spettatore. Quest’intreccio, che sfiora la perfezione cinematografica, è ciò che colloca Goodfellas tra le opere memorabili. Scorsese, infatti, pescando a piene mani dalla cultura pop, riesce a fondere montaggio e musica, traducendo in linguaggio filmico la tensione palpabile della narrazione. Il terrore, la paranoia, l’ansia attraversano lo schermo e travolgono chi osserva.
Il montaggio che accelera, i tagli sugli sguardi di Henry, i movimenti sempre più convulsi accompagnati dal battito sonoro di Jump Into The Fire di Harry Nilsson. Un crescendo visivo e musicale che ci trascina nella follia del protagonista, senza respiro. Il Gangster movie passa così dalla mafia de Il Padrino, intrisa di epica e corruzione, a quella di Quei Bravi Ragazzi: un sogno seducente che evapora in una nuvola oscura.
Il lieto fine mutilato di Henry

Tony Bennett cantava di quella parabola «from Rags to Riches», Scorsese, invece, in Goodfellas, ne dirige anche il percorso inverso. L’ascesa trionfante di Henry Hill che diventa una rumorosa caduta. Moralmente parlando, potremmo definirlo a tutti gli effetti un lieto fine: il protagonista collabora con la giustizia ed esce definitivamente dal crimine organizzato. Scorsese, invece, costruisce un dualismo, quello tra il gangster e l’uomo qualunque. Un dualismo che non vede vincitori, ci sono solo perdenti.
Il mondo delle gang ne esce distrutto, incapace di mantenere quelle alte aspettative iniziali, mentre quello del “cittadino qualunque” resta un orizzonte piatto, una banalità che non consola. Da una parte le macerie del lusso, dall’altra la miseria della normalità. La visione scorsesiana si rivela amara: solo un lento risveglio da un sogno crudele.
“Sono diventato una normale nullità. Vivrò tutta la vita come uno stronzo qualsiasi” – Henry Hill
And now, the end in near…

Henry Hill esce di casa. In accappatoio. Scalzo. Rompe di nuovo la quarta parete e ci osserva: accenna un sorriso che sa di resa, rassegnato ad un mondo che non gli appartiene. Niente più abiti eleganti, niente più Cadillac, niente più “bravi ragazzi”. Così chiude il cerchio Scorsese, lasciandolo scivolare nella sua nuova vita sulle note di una My Way, non più accarezzata dalla voce di Sinatra, simbolo della solennità mafiosa, ma graffiata dal punk rock dei Sex Pistols.
Ciò che un tempo brillava e luccicava è, adesso, reso sgraziato e messo a nudo. Quel sogno dorato di quel giovane ragazzo che mostrava fiero le nuove scarpe alla madre, è adesso semplice disillusione. Lui, invece, un uomo risvegliato dal sogno e precipitato in un incubo.



