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Jeffrey Dahmer, Lyle ed Erik Menendez, Ed Gein, Lizzie Borden. Sono questi i nomi dei quattro personaggi selezionati da Ryan Murphy e Ian Brennan per raccontare come l’essere umano possa diventare un mostro, disumanizzandosi e commettendo atrocità di difficile narrazione. Sono quattro, fra i tanti, che sono entrati a pieno diritto nell’immaginario collettivo aggiudicandosi il titolo di “più cattivi”; sono quattro che hanno ispirato film, serie televisive e altri fatti reali, pronunciandosi in una sorta di effetto Werther; sono quattro che nacquero buoni per diventare malvagi.

Monster, come avevamo già visto nelle puntate precedenti, non si occupa solo di imprimere su pellicola gli eventi, gli avvenimenti atroci di cui gran parte conosciamo. Monster si configura sempre più lo scopo di poter sbirciare in quel che rimane dell’anima di chi l’ha persa, o meglio, di bambini prima e adulti poi a cui è stata in qualche modo tolta la possibilità di vivere.

Monster: l’anima del mostro

Lizzie e Bridget in Monster
Lizzie e Bridget in Monster – ©Netflix

Al netto del nostro incipit, Monster si assume il merito di porre in essere una riflessione importante che talvolta diamo per scontata. In un mondo in cui vige la cultura dello splatter, inteso come un senso voyeuristico di godimento per la narrazione degli orrori umani, che vede in primis la spettacolarizzazione della morte con un dilagare di prodotti, fra serie tv, podcast e quant’altro, che fa scivolare dentro un racconto sempre più dettagliato di mostruosità, Monster parte dalle primissime battute della storia e non dalla fine. Dietro Lizzie, ultima protagonista di mamma Netflix, c’è una bambina orfana di madre che viene (non)accudita da una matrigna. Non è tanto e solo l’odio riversato mediante le costanti torture verbali o punizioni o agiti a tratti sadici che la donna compie a incancrenire Lizzie in una forma di odio, ma il legame di attaccamento distruttivo che ne deriva dal loro rapporto.

Monster racconta di fatto la storia di una creaturina che rimane senza il calore materno e che viene esposta a una matrigna depressa, deprivante, rifiutante, che ha necessità di assopire il proprio dolore con qualsiasi altra sostanza disponibile in credenza. Meglio ingerire dell’ammoniaca, che stare dietro alle necessità di una bambina non propria che richiede attenzioni – a proposito di questo, per chi lo desiderasse, avevamo proposto un articolo interamente dedicato al tema. La piccola Lizzie sperimenta suo malgrado una matrice di attaccamento, di relazione con l’Altro, che vede del rifiuto, della non accettazione e dell’odio le sue cifre maggiori. La madre adottiva di Lizzie è un pozzo senza fondo di distruzione nei confronti di tutto ciò che è vitale, configurandosi come una Regina di cuori sadica e incapace di costruire rapporti umani. Questo dato, ossia il cercare di mettere in piedi gli elementi costitutivi mortiferi delle vite dei mostri, è ormai l’oggetto principale di Monster, che promette di svelare atrocità creando aspettative splatter nello spettatore, ma che alla fine comprime sé in un’operazione di significazione dell’accaduto. Il terzo capitolo, legato al personaggio di Ed Gein, probabilmente è quello in cui ce ne rendiamo più conto, contrariamente a quest’ultimo che strizza l’occhio a tematiche attuali e quindi rendendo la faccenda più pastellata.

Il mostro

Un'immagine di Lizzie in Monster
Un’immagine di Lizzie in Monster – ©Netflix

Tuttavia, è vero anche che il prodotto Netflix, mediante una serie di citazioni, dichiara fin da principio la difficoltà di credere all’efferatezza del femminile, all’imputare alla donna la capacità di commettere atrocità. Forse è proprio per questo che il quarto capitolo di Monster a un certo punto dirotta verso un fronte di libertà femminile e di lotta per i diritti, che seppur sacrosanta, toglie il focus dalla questione risultando fuori contesto. È come se, pensandoci bene, fosse impraticabile rappresentare davvero la disumanizzazione di una donna in primis e che, in secondo luogo, ha vissuto una deprivazione così profonda. Talmente complesso pensarlo che risulta impossibile riuscirci.

Per cui, in questa operazione macchinosa, la proposta di Monster è quella di splittare i personaggi. La crudeltà di Lizzie, oltretutto avvolta nel mistero che perdura e pertanto ancora più violenta, viene in parte condensata all’interno del personaggio della Contessa Bàthory, la quale, non a caso, ha il volto della domestica e futura compagna di Lizzie, Bridget. Il filone che ricorre è quello che il sangue, la morte, possa purificare, configurandosi come simbolo di vita e di rinascita. Ma d’altronde, è proprio dalla morte che nasce la vita – in tal senso, anche il riferimento al mestruo ha il suo significato, come un corpo che diventa generativo, maturo, fertile, abbandonando i connotati di quello infantile.

Il latte, nella sua natura più infantile, dolce, nutriente, candida anche solo per colore, non è più sufficiente per soddisfare i bisogni della Contessa, come non è più sufficiente per Lizzie. Non è possibile rinascere da un latte, il quale simbolicamente, rappresenta anche un desiderio di materno mai appagato. Ora, per poter ottenere una libertà, una salvezza, è necessario farsi cullare e curare dal sangue.

Disinvestimento e pulsioni

Lizzie Borden e Bridget poco prima dei fatti
Lizzie Borden e Bridget poco prima dei fatti – ©Netflix

A tal proposito, per associazioni, viene in mente la differenziazione fra la psicosi bianca di André Green e l’angoscia pulsionale. Lo psicoanalista francese, in sostanza, identifica con tale costrutto un’angoscia che nasce da un disinvestimento massiccio da parte del materno, fisicamente presente, ma del tutto assente da un punto di vista psichico. La depressione della matrigna di Lizzie è legata a un disinvestimento totale nei confronti del legame con la bambina. Il suo non è solo un rifiuto, ma una negazione più profonda che richiama un desiderio di annullamento e distruzione. Il bianco, in questo senso, rappresenta una sorta di congelamento che viene operato inconsciamente da parte dell’individuo, il quale si chiude in un ritiro al negativo rispetto al mondo. Lizzie non viene del tutto rappresentata così – anche se alla fine compie due omicidi, quindi è chiaro che l’aspetto romanzato e quasi infantile che ne viene presentato sia del tutto impertinente. Possiamo ipotizzare, invece, che dentro la protagonista vigesse un vuoto esistenziale tale da concedere un aspetto simile.

Il rosso, invece, rappresenterebbe maggiormente un aspetto passionale, che muove verso un’azione di rinascita e crescita, ma anche di distruzione profonda. Il sangue, nella visione di Lizzie, consente alla pelle di mantenersi, nutrirsi. Per farlo, adopera un passaggio intermedio legato alle cilige, frutti di giganteschi e floridi alberi che tratteggiano il passaggio dalla casa degli orrori al luogo in cui risiede l’anima più genuina di Lizzie, la colombaia, che racchiude tante piccole anime pure in gabbia, esattamente come lei. Allora, attraverso la storia della Contessa, Lizzie trova spazio per poter pensare a una rinascita di sé, qualcuno da emulare e con cui identificarsi, forse per la prima volta. Medesimo destino che, in Monster, trova Aileen Wuornos.

Concludendo

Immagine promozionale di Monster
Immagine promozionale di Monster – ©Netflix

Stephen Mitchell (Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, 1993) invitò la comunità psicoanalitica a riflettere sul bambino che si cela dietro all’adulto. Non si tratta solo della storia dell’individuo, di ciò che riesce a verbalizzare a proposito di sé e di ciò che ha esperito, ma quali vissuti, sentimenti, affetti hanno vibrato in lui, immaginando il bambino che porta con sé. Ecco, pensare al dolore che può aver provato una ragazzina che divenuta donna impugna un’ascia e riduce in brandelli il cranio dei genitori, probabilmente è operazione assai complessa. Difficile avvicinarsi a tanto orrore, eppure c’è stata una bambina anche in quel caso. Alice Miller (La persecuzione del bambino, 2008), ad esempio, si cimenta nel racconto dell’infanzia di Adolf Hitler, senza lo scopo, ovviamente, di rendere la sua terribile crescita l’alibi perfetto per le atrocità della storia, ma tentando di avvicinarsi al mondo interiore di un uomo, cercando di comprendere cosa smuova un essere a spogliarsi dell’accezione di umano.

E, come già ribadito, l’intento volontario o involontario che sia che si intravede in Monster di illuminare la sofferenza contenuta nelle infanzie distrutte è oggetto da preservare, distogliendo l’attenzione dalla barbara spettacolarizzazione di atrocità. Anni dopo, Lizzie si accorge di essere divenuta un personaggio celebre, tanto che i bambini, in occasione di Halloween, si mascherano da lei. Lizzie è una star, le anime incontaminate dei ragazzini, senza alcuna riflessione da parte degli adulti, si propongono alla moda con il suo vestito e un’ascia insanguinata. Questo è uno dei punti dell’eredità di Monster. Quanto il mostro diventi nella cultura di massa qualcosa di “figo” e non di disturbante; quanto la sete di sangue proiettata sullo schermo ci abbia fatto perdere di vista il senso della sofferenza umana che diviene distruttiva.

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