X

C’è un momento preciso, in certi film tanto amati da noi millennials (e non solo). Un momento che contribuisce a fare la storia del cinema pop, la tipica frase manifesto che sintetizza tutto ed è destinata a restare scolpita nella memoria di tutti, tanto da essere citata alla bisogna.
“Nessuno può mettere Baby in un angolo”, o ancora “Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade” e molte altre che fanno parte del nostro immaginario collettivo, i pilastri della cultura pop cinematografica.

“Voglio la favola, Edward” è proprio una di queste: basta sentirla una volta per capire al volo di che film stiamo parlando. Pretty Woman, la storia di una Cenerentola anni Novanta con i capelli rossi e il sorriso di Julia Roberts torna al cinema nella settimana di San Valentino. Il film diretto da Garry Marshall tornerà in sala il 9, 10, 11 e 14 febbraio. Dopo 36 anni dall’uscita (era il 1990) la favola di Vivian regge ancora?

Il marketing della nostalgia

Pretty Woman
Una scena di Pretty Woman, fonte: Warner Bros.

Pretty Woman, insieme ad altri, fa parte senz’altro dello starter pack di qualsiasi millennial che ricorda con grande nostalgia gli anni Novanta – a loro volta pregni di quei coloratissimi e terribili anni Ottanta che proprio non volevano lasciare spazio al nuovo millennio e tutt’ora non se ne vanno ancora (basti pensare a prodotti fan service come Stranger Things). Per questo l’uscita in sala del capolavoro di Marshall sarà un successo di botteghino forse anche più di un film di fresca produzione.

È il ritorno in sala di un film che ha segnato un’epoca, un genere, forse anche il nostro modo di immaginare l’amore sul grande schermo. O almeno la versione edulcorata e romantica di una storia che, come tutte le storie scritte bene ha un risvolto molto amaro. Conosciamo ogni scena, ricordiamo le battute, ridiamo e piangiamo negli stessi punti, ma siamo certi che a commuoverci non sia il ricordo di come eravamo quando guardammo questo film la prima volta?

Perché forse se applichiamo il filtro realtà a questa storia, il meno che poteva capitare era che Vivian scucisse un po’ di soldi a Edward per andare a comprarsi la droga. Ovviamente tutto questo non poteva accadere in un film diretto da Garry Marshall e pieno del sogno americano che da decenni ci racconta che il merito paga sempre e che si può sempre migliorare la propria condizione.

Vogliamo credere alla favola

Pretty Woman
Una scena di Pretty Woman, fonte: Warner Bros.

Quando esce nel 1990, Pretty Woman è tutto quello che il cinema romantico vuole essere: luminoso, leggero, apparentemente semplice. Una storia impossibile resa possibile dal cinema. Una Cenerentola anni Novanta, con Hollywood Boulevard al posto della zucca e un abito rosso che, insieme ad altri, tutte le ragazze dell’epoca hanno sognato di indossare.

Eppure, sotto la superficie pop, il film di Garry Marshall è più ambiguo di quanto ricordiamo. Vivian non è solo la ragazza da salvare, Edward non è solo il principe. Pretty Woman gioca continuamente con i ruoli, li addolcisce, li rende accettabili, li trasforma in spettacolo e mentre si mostra come una favola che sa benissimo di esserlo ci parla dei giochi di potere e di come sesso e soldi possano manipolare le persone. Il fatto che i due protagonisti si innamorino è il miracolo in una storia di degrado in cui un uomo d’affari senza scrupoli aveva dimenticato di avere un cuore che batte e una ragazza convinta di non meritare una vita migliore è stata salvata dalla torre.

Gli autori del film sapevano molto bene tutto questo: in principio il film aveva un finale drammatico in cui Vivian e la sua amica Kit si drogavano e di certo non c’era il lieto fine. Un po’ come la storia di Harry ti presento Sally, in cui Harry e Sally alla fine non stavano insieme – anche in questo caso qualcuno suggerì di dare un po’ di ottimismo al film e di speranza al pubblico. In questo caso, il deus ex machina fu la Disney.

Julia Roberts, il sorriso che ha cambiato tutto

Pretty Woman
Julia Roberts e Richard Gere in un frame del film, fonte: Warner Bros.

Rivedere Pretty Woman oggi significa soprattutto rivedere Julia Roberts nel momento esatto in cui diventa un’icona. Il sorriso, la risata rumorosa, quell’energia impossibile da contenere e l’iconica chioma di capelli rossi. Vivian è un personaggio scritto per piacere, ma è Julia Roberts a renderlo indimenticabile e anche grazie a lei il destino del film è stato quello che conosciamo. Accanto a lei, Richard Gere era l’interprete ideale e, come si vede dalla chimica, anche il partner perfetto per Julia: elegante, distante, quasi impacciato. Anche grazie a loro il film viene ricordato come una favola romantica in cui preferiamo sognare piuttosto che notare l’incongruenza che avrebbe oggi una storia simile, perché dopotutto anche noi vogliamo la favola.

Il punto non è chiedersi se Pretty Woman sia “invecchiato bene”, piuttosto accettare che sia invecchiato insieme a noi. Rivederlo in sala significa tornare a un’idea di cinema che non aveva paura di essere romantico, di emozionare superando il cinismo, di promettere finali felici perfino in una dinamica relazionale tra alta finanza e prostituzione. Significa anche guardarlo con occhi diversi, più consapevoli, magari più critici, ma ancora capaci di lasciarsi andare e dirsi che dopotutto è bello immaginare che da una situazione drammatica si può uscire. E poi c’è il grande schermo, la colonna sonora, la Los Angeles all’alba degli anni Novanta e il sorriso di Julia Roberts che da quel momento avrebbe spiccato il volo. Pretty Woman è nato per essere visto così: una favola per adulti, i millennials in particolare, che vogliono tornare indietro nel tempo ancora una volta.

Pretty Woman è un pezzo di immaginario collettivo, e a noi che nella nostalgia ci sguazziamo non importa se nella realtà una cosa del genere non sarebbe mai accaduta: noi “vogliamo la favola”.
Torna al cinema perché certe storie non smettono di parlarci, anche quando sappiamo già come finiscono.
E forse, in un presente sempre più disincantato, abbiamo ancora bisogno di favole che ci ricordino che credere nell’amore, anche solo per due ore, non è poi un errore così enorme.

Condividi.