Nicolas Winding Refn è uno dei registi più riconoscibili all’interno del panorama cinematografico odierno. Amato e odiato, il regista danese ha saputo costruire un universo preciso: ambientazioni oscure, personaggi tenebrosi, visioni allucinate, interpretazioni stilizzate e un mondo al neon sono gli elementi principali che hanno trasformato i film di Refn in opere estetiche indimenticabili, per un motivo o per un altro.

Ma la forza estetica dei film di Refn non è fine a se stessa – almeno non sempre. Quell’attenzione ai dettagli, alla direzione fotografica, alla scenografia e ai colori sono segmenti essenziali del suo stile. Le sue funzioni narrative si snodano, in effetti, solo dopo aver decodificato tutti gli elementi visivi che muovono i protagonisti e i suoi personaggi. Chiamiamo allora in causa, Theodor W. Adorno e le sue teorie estetiche per spiegare uno dei personaggi più peculiari del cinema.

La forma è il messaggio

Pusher II
Mads Mikkelsen in una scena di Pusher II – @Billy’s People
Nordisk Film

Per il filosofo tedesco la forma è inseparabile dal contenuto. Il cinema, di conseguenza, non è solo la storia estrapolata dai dialoghi o dalle azioni, ma un’esperienza visiva che veicola molteplici informazioni in differenti forme. Come per l’analisi di un quadro, per capire l’immagine cinematografica dobbiamo prendere in esame colori, composizioni, luci e forme. Il mood e la componente emozionale di una scena sono allora una commistione complessa che richiede osservazione.

L’arte non è una cosa semplice: la sua stessa struttura è parte integrante della comunicazione. Quando Mads Mikkelsen si specchia in una scena di Pusher II, l’azione non basta a raccontare cosa sta accadendo e lo spettatore deve fare riferimento ad altri elementi. Tonny, il protagonista, non si sta semplicemente guardando allo specchio, ma sta affrontando una battaglia interiore. In primo piano vediamo un suo profilo, che nasconde il suo vero volto.

Il viso che ci viene restituito, in una composizione geometricamente opposta, è quello del suo doppio. L’ambiente è asettico: un bagno dalle mattonelle bianche invaso da una luce acida, esplosa da un neon verde. Tonny sta guardando se stesso, la parte più oscura di lui, la parte più sola. Il protagonista diventa testimone delle proprie sofferenze, manda giù un po’ di alcol e riflette sulla prossima mossa da compiere. La sua controparte sembra aver avuto la meglio.

La forma è autonomia

Drive
Ryan Gosling e Carey Mulligan in Drive – @Marc Platt Productions

Per Adorno, un secondo concetto chiave è quello che vede l’arte come forma autonoma. In questo senso, le produzioni più artistiche devono presentare una forma riconoscibile rispetto allo standard della cultura di massa. La forma standardizzata è infatti utilizzata principalmente per prodotti di puro consumo. Lo spettatore deve essere in grado di leggere la forma, artificiale e semplicistica, del racconto.

Quando però l’artista costruisce il proprio stile, le coordinate dello spettatore vengono meno e il pubblico è costretto a osservare con attenzione. Tra i tanti film di Refn, Drive è forse l’esempio più calzante. Sulla carta è una storia già conosciuta, pressoché banale: il cavaliere senza nome che è costretto a combattere i mostri che abitano il mondo per amore. Una lettura semplice che diventa più complessa nel momento in cui Refn la mette in scena. Silenzi lunghi, ambienti al neon, violenza improvvisa e grafica. Luci e colori mixano tutti questi elementi per raccontare il sottotesto umano del protagonista.

La scena dell’ascensore è uno dei momenti chiave di questo estetismo. Il pilota (Ryan Gosling) e Irene (Carey Mulligan) vivono un momento di isolamento improvviso. Prima che Gosling possa dare forma alla sua mostruosità, le luci cambiano e la regia isola i due protagonisti all’interno di un’inquadratura più stretta. Fasci dorati illuminano appena i loro volti, con un gioco di chiaroscuro in cui l’ombra combatte con la luce. Il pilota mostra la sua umanità prima di dare vita alla violenza efferata contro l’uomo che li minaccia.

Lo Sapevi?

Sebbene siano accreditati molti stuntman per il film, molte delle coreografie e degli stunt sono stati eseguiti dallo stesso Ryan Gosling.

La forma è critica

The Neon Demon
Elle Fanning in The Neon Demon – @Amazon Studios, Gaumont, Wild Bunch

Secondo Adorno, l’arte ha anche una funzione critica nei confronti del mondo in cui viviamo. La forma, anche da sola, è in grado di trasmettere contraddizioni e problemi sociali. L’estetica è di per sé un modo di pensare, rappresentare e comunicare verso il prossimo. Questo tassello è fondamentale per capire perché autori come il regista danese facciano riferimento a uno stile così peculiare e riconoscibile. Forme come quelle di Refn o di Wes Anderson ci proiettano direttamente all’interno di un mondo con un atmosfere e regole precise.

Ecco allora che la forma salva dalla didascalia. Lo spiegone è il peggior nemico della narrativa per immagini, e Refn lo sa bene. Così l’ipnotico The Neon Demon si trasforma da thriller horror “da popcorn” in una profonda riflessione sui concetti di bellezza e di potere. Elle Fanning viene immersa in un mondo estetico abbagliante e curato fin nei minimi dettagli. Gli ambienti stessi diventano il riflesso della sua bellezza. E, come contro-risposta, la violenza e i colori freddi ne incarnano il lato oscuro.

Il personaggio di Jesse diventa allora una richiesta d’aiuto in un mondo in cui l’estetica coincide con il potere e con la forza. La corruzione muta la tranquillità di un mare bluastro in una pozza di sangue scarlatta. Ecco allora che la forma critica la forma, l’estetica denuncia l’estetica. Perché la bellezza è niente se non riesce a veicolare riflessioni e pensieri più profondi. Così come il bisogno di essere apprezzata e amata da Jesse, che si riflette in ogni pietoso personaggio di questa storia.

Lo Sapevi?

Secondo Elle Fanning, il film è stato girato in ordine cronologico e il finale è stato creato e improvvisato sul set.

L’artista e il suo mondo

Solo dio perdona
Ryan Gosling in Only God Forgive – @Gaumont, Wild Bunch

Nicolas Winding Refn è uno degli autori più discussi in circolazione. Per molti le sue storie peccano di contenuti e la sua estetica è legata al manierismo. In realtà, Refn costruisce la propria estetica a partire da quel mondo interiore che ogni artista possiede. Le sue storie e il suo stile seguono un unico filo conduttore che si sviluppa dalla trilogia di Pusher fino a Copenhagen Cowboy. Una filmografia fatta di silenzi, giochi di luce e violenza grafica per rappresentare, in chiave pulp, il proprio inferno al neon.

Refn fa ciò che ogni artista dovrebbe fare: mostrare al pubblico la propria interpretazione della realtà, senza necessariamente soccombere alle regole del mercato. I risultati possono piacere o meno, fallire persino, ma restano sempre frutto di una necessità e di un’immaginazione che appartengono all’artista e alla sua arte. Imparare a osservare con attenzione la forma e il suo messaggio può rivelarsi una chiave di volta per contrastare un mondo sempre più dedito alla semplificazione e al didascalismo.

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Cinefilo accanito, musicomane, videogiocatore e appassionato di letteratura e fumetti. Sono uno studente di cinema e audiovisivo, con una particolare attenzione alle produzioni del continente asiatico. Puoi trovarmi come cinerama46 sui social!