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C’era una voce che girava tra i corridoi della sala stampa al Festival del cinema di Cannes. Di chi aveva già avuto modo di vedere il nuovo film del regista ungherese László Nemes, Moulin, con quel mostro sacro di Gilles Lellouche. C’erano grandi aspettative dietro un film che parla del movimento di resistenza francese contro il nazismo ai tempi della seconda guerra mondiale. Lellouche è Moulin, uno dei capi dell’insurrezione che deve cercare di organizzare il piano per l’arrivo degli alleati in Europa, ma qualcosa va storto e, insieme ad altri, viene arrestato dalla Gestapo. L’uomo diventa così prigioniero di Klaus Barbie, detto “il Boia di Lione”, uno dei più efferati torturatori nazisti stanziati in Francia.

In questa prigionia carica di tensioni, i timori sono stati anche i nostri, della stampa, mentre ci approcciavamo a vedere questo film. Sia perché la sua ultima opera, presentata l’anno scorso alla Mostra del cinema di Venezia, era decisamente sottotono, sia perché si diceva tra colleghi che questo Moulin fosse il nuovo Hostel. Due ore e dieci di torture e violenza, scene terribili da guardare. La verità, come spesso accade, era ben diversa. Scopritela con noi nelle prossime righe.

Torture in stile Disney

Gilles Lellouche e Lars Eidinger in Moulin
Gilles Lellouche e Lars Eidinger in Moulin, fonte: Montmartre Films

Affrontiamo di petto l’elefante nella stanza. No, questo Moulin non è assolutamente il nuovo Hostel. E da un certo punto di vista ne siamo quasi delusi. Abbiamo iniziato a sospettare che non sarebbe stato un film violento quando, tra i titoli di testa, si notava piuttosto facilmente di una futura distribuzione su Disney+, segno che una pellicola estrema non approderebbe mai sulla piattaforma di Topolino. E in effetti, nonostante le tantissime qualità positive che ci fanno dire sia stata una delle migliori visioni di questo Festival, siamo rimasti con l’amaro in bocca per ciò che poteva essere, una via di mezzo tra la violenza esplicita e una più psicologica.

Il grande, e forse unico, punto debole di Moulin risiede proprio in questo aspetto. Il più grande torturatore della Francia occupata dai nazisti, diventato famoso nella storia, sembra quasi un agnellino. Ripetiamo, non tanto per la scelta di non mostrarci effettivamente le sequenze più crude, ma perché quasi non ce ne sono proprio state. E lì la colpa risiede in due fattori. Innanzitutto una regia troppo posata, rigida, che non stupisce e non osa mai. Dall’altro lato, è deficitaria la sceneggiatura nelle parti finali, per la mancata audacia (o forse per poca libertà creativa) nell’instillare il terrore per le azioni perpetrate. L’impressione è stata proprio di un antagonista che non esprimeva mai realmente tutto il suo potenziale.

Uno scontro di volontà

Gilles Lellouche in stato di grazia nel film Moulin
Gilles Lellouche in stato di grazia nel film Moulin, fonte: Montmartre Films

Potrebbe sembrare dalle righe precedenti che il film di Nemes non sia all’altezza, quando in realtà ci troviamo davanti a un thriller compatto e tesissimo. Tra le proiezioni di maggior impatto del Festival e che andrà certamente a premi (o almeno se li contenderà). Il ritmo è serrato e intenso, non lascia un attimo di respiro allo spettatore. Ogni inquadratura alimenta la paranoia, suggerisce occhi e orecchie in agguato in ogni anfratto, pronti a riferire alla Gestapo l’identità del protagonista e i piani della Resistenza. Se la fase finale è deficitaria e colpisce in modo blando, il resto della pellicola fa vivere la tremenda paura che attanagliava gli abitanti della Francia occupata.

A lasciare senza fiato, nonostante non ci fossero dubbi, è l’interpretazione di Gilles Lellouche. Il suo è un personaggio fiero, composto e autoritario, in grado di ispirare i suoi compagni. Klaus è metodico, calcolatore, attento a ogni dettaglio, ogni cicatrice, ogni sbavatura nell’alibi. Il primo interrogatorio trasmette una tensione che ha pochi eguali nel cinema internazionale degli ultimi anni. Un botta e risposta tra due combattenti, due belve chiuse in trappola nella stessa stanza e pronte a scattare al primo istante. Uno scontro di volontà che attraversa lo schermo e colpisce cuore, mente ed emozioni. E Lellouche in stato di grazia, pronto a contendersi il premio per la miglior interpretazione maschile con Javier Bardem nel film di Sorogoyen. Un film, Moulin, che lascia il fianco scoperto a un finale troppo debole, recuperando con una prima parte strabiliante.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ha iniziato a scrivere per DigitalDreams sui siti Cinemaserietv.it e brevemente su Cultweb.it e ha svolto il ruolo di responsabile news per ScreenWorld.it. Ora si occupa principalmente di stesura, gestione e organizzazione di news e articoli short form per BadTaste.it ed è il Community Manager di ScreenWorld.it.