Blue moon, you saw me standing alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own
Quarant’anni di cinema, tv, teatro, letteratura. Raramente divo, celebrità, al centro di esaltazioni pop. E forse anche per questo radicato nell’immaginario collettivo più per familiarità, abitudine, che per un ricordo specifico. Per limitarsi al cinema: L’attimo fuggente, la trilogia Before, Boyhood, Gattaca, First Reformed, Training Day, Onora il padre e la madre. Una carriera costellata di performance di rilievo ma quasi mai sotto i riflettori, sempre defilato anche quando – e non capita spesso – è lui a essere il protagonista. Quella di Ethan Hawke è una personalità filmica sfuggente, che dà il meglio quando può connettersi agli ambienti, agli altri attori e alle altre attrici, senza risaltare più di qualsiasi altro elemento. Senza cercare di farsi, ostinatamente, apprezzare in scena.
Blue Moon (l’ultimo, bellissimo lavoro di Richard Linklater) segna la nona collaborazione tra i due. L’ennesima di un sodalizio che ha donato a Hawke alcuni dei ruoli più importanti della carriera, quantomeno i più popolari e redditizi dal punto di vista della notorietà. Ma forse mai nell’arco di quattro decenni il suo volto è stato il vero, centrale fulcro di un’opera come in Blue Moon, lettera d’amore per un’epoca in via di dissoluzione e le sue decadenti esuberanze, i suoi misteri e le sue bellezze ineffabili. In esso l’attore texano dà vita a un nostalgico e dolceamaro ritratto di Lorenz Hart, visionario e sprezzante paroliere padre di alcuni dei più grandi successi del musical americano del secolo scorso. Una figura brillante ma spesso oscurata. Estro sregolato nell’ombra. E, al netto di quanto profilato sopra, chi meglio di Hawke per rievocare una personalità così?
«I have written a handful of words that are going to cheat death»

Per quanto possa sembrare un concetto precostruito, valido in ogni occasione, quello di Hart è un personaggio rappresentabile solo arrivati a un certo punto della carriera. Talento, dedizione e studio restano fondamentali ma ciò che nella performance di Ethan Hawke risalta è un equilibrio figlio dell’esperienza. Bisogna riuscire a far conciliare due anime, due modi di vivere. Quasi due personalità diverse all’interno di un solo corpo. E allora la dimensione di una tale prova attoriale passerà non solo dal fisico, dalla trasfigurazione di un corpo ora irrigidito ora suadente, non solo dal dolore e dalla passione, ma soprattutto dall’uso della voce, strumento attraverso il quale la parola trova diffusione immediata. Perché tutto Blue Moon è un monologo di Hart/Hawke, retto interamente sulle spalle del suo cantore, singolare e autodistruttivo cuore pulsante della partitura, direttore d’orchestra di malinconici scambi che da lui partono e terminano.
Due vite, già chiare dalle altrettante dichiarazioni che aprono il film: «Era sveglio, dinamico e divertente» e «l’uomo più triste che abbia mai conosciuto». Vite distanti, ma non incongrue, che rendono ancor più inafferrabile una figura così complessa e la sua varietà di sentimenti. Il lavoro di Hawke allora parte dal rendere Hart fragile ma vivo, illuso di poter cambiare ancora ciò che lo circonda ma vittima dell’evoluzione altrui. Così il suo personaggio, anima del Sardi’s in una sera di marzo, è ripiegato su sé stesso, pur provando a restare in piedi. All’altezza degli altri, anche quando sembra che tutti stiano spiccando il volo, lasciando il resto a terra. Così Hawke performa sia per fregiarsi che per sembrare sempre più “piccolo” rispetto a ciò che lo circonda (Hart era alto poco più di 150 cm, una differenza di circa 30 cm rispetto a Hawke), in logorante difetto professionale e fisico.
«I went directly from childhood to washed-up»

Blue Moon è un crepuscolare fiume di parole colte e rozze, auliche e voluttuose. Una fitta rete di melodie che Hawke padroneggia emotivamente, lasciando intravedere lo straziante lutto tra le rime argute dell’ego intellettuale. Calibra il verbo e sostanzia il silenzio, mette punteggiatura al gesto e all’atto fisico. Evoca insicurezza e vulnerabilità – all’alcool, alla bellezza, all’arte –, edonismo e giubilo, con autenticità, facendo apparire semplici alterazioni della scala tonale e umorale impressionanti. Dalla sottrazione minimalista alla moltiplicazione esasperata. Dualità intime mai totalmente nascoste, alterate da una teatralità sfacciata che non porta mai a caricature grottesche o imitazioni macchinose – al contrario di ciò che potrebbero suggerire il carattere e le caratteristiche fisiche, quali altezza, pettinatura, abbigliamento. Tutt’altro: sfrutta fisicità e peculiarità per entrare – e far entrare – al meglio dentro l’uomo e l’irresistibilità commovente dell’autore appeso a un fragile filo.
Come il migliore dei playmaker, Hawke si esalta quando è attorniato da figure diverse, spiccando e, di rimbalzo, facendo recitare meglio gli altri, tessendo reti dialogiche controllate come i fili di un burattinaio in cerca di attenzioni e consensi. Tramite per il ventaglio mitopoietico di nomi e voci, volti presenti o suggestioni inconsistenti. Segnato da un’atmosfera funerea ma ritmato dal caloroso jazz di una serata nostalgica, Blue Moon è il tour de force ideale per puntare nuovamente il riflettore su un interprete il cui valore non sembra stato mai riconosciuto abbastanza. Che come Lorenz Hart, in differenti epoche e contesti, ha segnato silenziosamente una parte della cultura americana.
Non un comeback, perché Hawke c’è sempre stato. Solo che non si faceva notare. O forse eravamo troppo occupati a guardare il dito e non la luna. Oggi però quella luna (blu) brilla di una luce nuova.



