Mónica Marín è appena uscita dall’accademia di polizia quando viene contattata per prendere parte a un’operazione speciale. Ha un viso che ispira fiducia e nessun legame vincolante. Per questo l’ispettore capo Ángel Salcedo le propone qualcosa che nessuna donna ha mai fatto prima di allora: infiltrarsi negli ambienti della sinistra nazionalista basca, fingendosi simpatizzante del gruppo terroristico ETA.
Non sarà un’operazione coperta da un mandato giudiziario e non ci sarà riconoscimento pubblico, ma la protagonista de L’infiltrata accetta senza esitare.
Nel cuore dell’inganno

Un thriller politico che affronta uno dei capitoli più dolorosi della storia recente spagnola con una maturità stilistica che sorprende e un approccio capace di parlare anche al grande pubblico internazionale. La infiltrata è un film che vive costantemente sul filo del rasoio, dove la tensione non allenta mai la presa sullo spettatore per centodiciotto minuti di visione serrata. La regista Arantxa Echevarría sa perfettamente che la forza di una storia come questa – che cult come The Departed (2006) e, prima ancora, l’originale Infernal Affairs (2002) avevano elevato oltre i confini di genere – risiede nell’ambiguità morale e nel pericolo latente ma sempre presente, costruendo praticamente ogni scena attorno a questi due poli.
L’insieme funziona perché ci obbliga a stare nella mente della protagonista, a condividere la sua paranoia crescente, a sobbalzare a ogni rumore fuori posto, a ogni sguardo di troppo da parte dei suoi “compagni”. Non potendo al contempo fidarsi nemmeno di se stessa, divisa tra le regole imposte dalla missione segreta e sentimenti di affetto e amicizia che emergono inaspettatamente, Mónica entra in un tormento di coscienza al quale credeva di essere estranea.
Una storia equilibrata

La sceneggiatura, calibrata con precisione, vuole che lo spettatore percepisca la realtà storica degli eventi narrati e comprenda come quella violenza fosse il torbido specchio di un Paese dilaniato dal terrorismo interno e da un popolo diviso. Si sceglie di non semplificare la complessità psicologica della situazione, con Mónica – conosciuta come Aranzazu da chi ignora la sua vera identità – costretta a fingere di celebrare l’assassinio di colleghi poliziotti, ad applaudire azioni criminali che la disgustano, a costruire relazioni di apparente fiducia con persone che odia intimamente.
Al contempo deve fare i conti con la solitudine devastante di chi non può confidarsi con nessuno, per mesi o anni, con il peso di una doppia identità che rischia di cancellare quella originaria. La infiltrata esplora con intelligenza questo progressivo annullamento dell’io, quest’erosione intima che rappresenta forse il prezzo più alto dell’intera operazione sotto copertura.
Dietro e davanti la macchina da presa

Il tutto è messo in scena con uno stile asciutto e funzionale, all’insegna di un ritmo serrato che lascia comunque spazio alle emozioni per svilupparsi coerentemente, permettendo alle scene più intense di respirare. La sceneggiatura, firmata a sei mani dalla stessa regista insieme ad Amèlia Mora e María Luisa Gutiérrez, procede per accumulo di pressione piuttosto che per l’innesto di colpi di scena sensazionalistici. L’uso dei flashback è misurato e funzionale, permettendo di approfondire la psicologia della protagonista senza spezzare il ritmo della narrazione principale.
Le interpretazioni fanno il resto, con Carolina Yuste perfettamente calata nei complessi e scomodi panni de La infiltrata del titolo e un volto popolare – ormai noto anche al di fuori dei confini nazionali – come Luis Tosar nelle vesti di mentore e unico contatto con il mondo di prima, con quella realtà a cui deve restare ancorata a ogni costo.
Duro e puro

Va sottolineato come le due ore di visione evitino accuratamente qualsiasi possibile romanticizzazione dell’ETA o della causa indipendentista basca. Il film mostra senza ambiguità omicidi, violenza cieca e l’ipocrisia di chi continuava a pianificare nuovi attentati. Al contempo non cade mai nella propaganda di regime: chi rappresenta lo Stato è mostrato nelle sue contraddizioni ed errori, con quel cinismo burocratico disposto a sacrificare anche le persone pur di raggiungere l’obiettivo prefissato. Ne emerge un ritratto sfumato di una realtà complessa, che rifugge le contrapposizioni manichee e prova a raccontare uno spaccato tragico della storia spagnola recente.
Uno spaccato che si fa specchio, con una lente che scruta non soltanto il pericolo esterno, ma il prezzo silenzioso che la protagonista paga per sdoppiarsi: due anime in un corpo, due vite che cozzano l’una contro l’altra in un crescendo di solitudine e tristezza che rischia di vanificare tutto. La vicenda alla base è realmente accaduta e, pur senza poter diffondere i dettagli più compromettenti, quanto narrato si mantiene fedele nella gestione dei contatti e delle dinamiche di chi perse volontariamente una parte di sé per infiltrarsi in organizzazioni criminali e sgominarle dall’interno.
Un film che sa il fatto suo

Il palcoscenico ambientale non è soltanto uno sfondo, ma un personaggio a parte, un luogo-non luogo dove ogni parola sbagliata può avere un peso di vita o di morte. La suspense cresce mano a mano che la protagonista attraversa i passaggi più delicati e si conquista la fiducia altrui, tradendola in nome dell’ideale che l’ha condotta a quella nuova, fittizia esistenza.
Notevole successo di pubblico e critica in patria, L’infiltrata è pronta a sbarcare nelle sale italiane: un cinema robusto, capace di coniugare intrattenimento di genere e riflessione politica con equilibrio raffinato, lasciando il segno anche dopo lo scorrere dei titoli di coda. Una cronaca sul prezzo umano della clandestinità, sul sacrificio invisibile che non trova riscatto immediato, dove restare nell’ombra prima e dopo equivale a una scelta radicale, a un vero e proprio punto di non ritorno.



