Benvenuti nel primo episodio di Scusate se musical, il nuovo format di ScreenWorld che prova a compiere l’impresa forse più disperata di tutte: convincere gli italiani che i musical, in fondo, non sono poi così male.

Lo sappiamo bene: in Italia basta che in un film qualcuno inizi a cantare o a ballare — peggio ancora se lo fa senza motivo apparente — e subito parte il commento automatico:
“No, guarda… io i musical proprio non li reggo.”
C’è un pregiudizio culturale radicato, un’allergia nazionale al genere che fa paura persino solo a pronunciarlo: musical.

Eppure, ogni tanto, arriva un film che riesce a bucare questo muro. Un film che fa canticchiare anche chi odia i musical. Che trasforma gli scettici in spettatori sognanti, almeno per un paio d’ore. Un film come La La Land. Uscito nel 2016, diretto da Damien Chazelle, La La Land ha fatto qualcosa di quasi miracoloso: ha riportato il musical al centro del cinema pop internazionale; ha vinto premi ovunque (sì, anche quel famoso Oscar conquistato e perso in pochi secondi); ma soprattutto è piaciuto anche a chi, solitamente, i musical li detesta.

Perché La La Land è, in fondo, l’esempio perfetto di quello che vogliamo raccontare in Scusate se musical: un film romantico e malinconico, leggero e moderno, colorato ma non stucchevole. Un’opera che parla anche a chi i musical, di solito, li guarda con diffidenza. E quindi, non potevamo che cominciare proprio da qui.
Anzi — siccome con questo nostro format vogliamo provare a concentrarci ogni volta su una singola scena in particolare — partiamo da una delle sue scene più iconiche, più eleganti, più perfette: A Lovely Night.

Perché proprio A Lovely Night?

La La Land
La la land – ©01 Distribution

In un film pieno di numeri musicali spettacolari — dalla sequenza iniziale Another Day of Sun all’epilogo struggente — questa piccola scena ambientata su un marciapiede a Griffith Park riesce a sintetizzare l’essenza di La La Land e, più in generale, di quello che il musical può essere quando funziona davvero.

Non è un’esplosione di effetti, non ci sono scenografie pompose. Ci sono soltanto due personaggi che stanno per innamorarsi e un panorama di Los Angeles che brilla sullo sfondo. Poi, piano piano, le parole si trasformano in canzone, i passi in danza: tutto scorre naturale, come se la musica fosse semplicemente l’estensione delle loro emozioni. E così la semplice passeggiata serale diventa, quasi senza accorgersene, una coreografia elegante. Con la danza, qui, che non è un numero da palcoscenico: è il linguaggio silenzioso dell’attrazione.

Questa leggerezza e naturalezza è la chiave del successo della scena — e del film stesso — perché rompe quel muro di diffidenza che spesso si crea attorno al musical. Quando accade, ti dimentichi che i protagonisti stanno cantando: vivi soltanto la loro storia, la loro tensione, quel gioco di attrazione e negazione che è al cuore di A Lovely Night.

Quando il corteggiamento diventa canzone

Una scena di La La Land – © 01 Distribution

Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling) si punzecchiano, si sfidano con ironia, fingendo di non provare nulla l’uno per l’altro. Ma proprio in questo gioco di negazioni si accende la scintilla del sentimento: dietro la facciata del distacco si nasconde un’attrazione crescente, fatta di sguardi, esitazioni e piccoli gesti.

Tutto si svolge in modo estremamente naturale: non c’è rottura tra realtà e finzione. La passeggiata sotto il cielo crepuscolare di Griffith Park scivola dolcemente nella danza e nel canto, quasi senza che lo spettatore se ne accorga.

E tutto questo passaggio così naturale tra parole, canto e danza è reso possibile anche dalla musica di Justin Hurwitz: le sue melodie sembrano nascere spontaneamente dai dialoghi, rendendo credibile che in quel momento sia naturale iniziare a cantare.

La scena gioca su un doppio registro: da un lato c’è l’ironia del testo (“What a waste of a lovely night” — “Che peccato sprecare una così bella serata”), che finge distacco; dall’altro la coreografia, che alterna avvicinamenti e allontanamenti seguendo il ritmo di un corteggiamento appena iniziato. È il linguaggio silenzioso dell’attrazione, che richiama i grandi musical hollywoodiani di una volta, ma rivisitato con leggerezza e modernità.

Narrativamente, A Lovely Night è anche il vero punto di svolta della loro storia: da qui inizia il passaggio dal semplice incontro al corteggiamento, e lo spettatore si trova coinvolto nel loro avvicinamento quasi senza accorgersene.

L’omaggio ai grandi classici, rivisitato con modernità

la la land
Una scena di La La Land – © 01 Distribution

Damien Chazelle in questa scena mette dentro tutta la sua cinefilia musicale. L’omaggio più evidente è al cinema di Fred Astaire e Ginger Rogers: il battibecco romantico che si scioglie in danza; i movimenti leggeri ma misurati; l’equilibrio perfetto tra ironia e romanticismo. Ma non finisce qui. C’è anche il respiro di Vincente Minnelli, Stanley Donen e Jacques Demy, che si percepisce nei colori pastello, nel tramonto irreale, nella grazia sospesa. E, più nello specifico, A Lovely Night richiama anche la celebre scena notturna di Gene Kelly con il lampione in Singin’ in the Rain: un momento in cui la danza si fonde con l’ambiente urbano, giocando su un equilibrio tra spontaneità e coreografia raffinata.

Eppure, La La Land non è un semplice omaggio o una copia sbiadita. Non è un revival polveroso di un genere morto e sepolto. È invece il musical classico che torna ad essere moderno, senza rinunciare alla sua magia ma inserito in una storia e in personaggi credibili e contemporanei.

In questo senso, La La Land è anche un piccolo meta-musical: gioca consapevolmente con i codici e i cliché del genere, li cita con affetto, ma allo stesso tempo li rilegge con una sensibilità più intima, malinconica, moderna.

La complessità dietro la magia

Una scena di La La Land – © 01 Distribution

La cosa incredibile è che tutta la sequenza è girata praticamente in un unico piano sequenza, sfruttando la famigerata magic hour di Los Angeles: quella mezz’ora scarsa in cui il cielo regala quel blu-rosa perfetto.

E proprio qui entra in gioco anche la fotografia di Linus Sandgren, che con pochi mezzi — sfruttando soltanto la luce naturale del tramonto — trasforma il famoso parco losangelino in un set sospeso tra sogno e realtà. È quel tipo di magia visiva che richiama i musical classici, ma senza mai perdere il contatto con la città vera sullo sfondo.

Questo significava pochissime possibilità di ripresa al giorno, con la pressione che cresceva a ogni tentativo. Settimane di prove per Ryan Gosling ed Emma Stone, che non sono ballerini professionisti ma hanno lavorato duramente per far sembrare la scena naturale, quasi improvvisata.

Proprio qui sta il cuore del progetto di Chazelle: se da un lato il tip tap è un chiaro richiamo ai musical hollywoodiani classici, dall’altro né Gosling né Stone — pur cavandosela bene in un tipo di ballo che sembra semplice ma non lo è — possono essere paragonati, per eleganza e precisione, ai grandi del passato o ai ballerini professionisti. E lo stesso vale per il canto.

Ma è esattamente questa imperfezione a rendere tutto più vicino a noi: Mia e Sebastian non sono ballerini o cantanti, sono due persone normali che, nel trasporto delle emozioni, si lasciano andare a ballare e cantare. In questo modo il musical diventa più realistico, più spontaneo, più “vero”: lo spettatore non deve più sospendere l’incredulità, perché quello che vede potrebbe accadere anche a lui. Così anche l’innamoramento che sta nascendo diventa il più autentico che il genere abbia mostrato da tempo.

Da scena a fenomeno: il potere di un momento (im)perfetto

Una scena di La La Land – © 01 Distribution

Anche per questo A Lovely Night è diventata un piccolo cult nella cultura pop: citata, memata, gifata. Le immagini di Gosling e Stone contro il tramonto sono finite ovunque, da Tumblr a TikTok. La loro posa con le braccia aperte è diventata un’icona, imitata e parodiata. E persino il testo ironico (“What a waste of a lovely night”) è stato riciclato ovunque come caption sarcastica.
Insomma: una scena nata come omaggio ai vecchi musical, ma finita tra le immagini più riconoscibili del cinema moderno.

Quella posa iconica, con le braccia aperte contro il tramonto, è diventata un vero e proprio tormentone, amata e riprodotta ovunque. Ma dietro quell’immagine perfetta si nasconde un curioso retroscena. In un’intervista del 2024, Ryan Gosling ha raccontato con ironia che il polso piegato durante la danza — quel piccolo dettaglio che a molti è sembrato naturale — in realtà gli è sempre sembrato un “errore”: «Pensavo rendesse la scena più cool, ma in realtà ha spento un po’ l’energia del momento. Io la chiamo “La La Hand”».

L’ironia vuole che proprio questo dettaglio imperfetto sia finito sulla locandina ufficiale del film, diventando un elemento iconico e quasi mitico dell’immagine di La La Land. Difficile immaginare che perfezionisti come Fred Astaire o Gene Kelly avrebbero lasciato passare un dettaglio simile senza curarsene. I loro musical avevano un’impostazione più rigorosa e “fredda”, ben lontana da questo approccio spontaneo e autoironico.

Anche per questo, secondo noi, A Lovely Night e La La Land sono la porta d’ingresso perfetta per chi ha sempre pensato che i musical fossero roba “da altri”.
È la scena che rappresenta al meglio la nostra missione impossibile: farvi dimenticare — anche solo per un attimo — che i protagonisti stiano cantando e ballando, e farvi sentire invece il senso profondo di quello che stanno provando.

Quindi, se questo nostro nuovo format vi è piaciuto, restate con noi: abbiamo ancora tante scene, tante canzoni e tante storie da raccontare.
E se invece siete ancora un po’ scettici… tranquilli: continueremo a provarci, scena dopo scena, fino a farvi cambiare idea.Nel frattempo, come sempre:
Scusate se musical.

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Nato a Napoli nel 1977, è Editore e co-fondatore di Digital Dreams Srl, il network di cui fa parte anche ScreenWorld.it. Negli ultimi 20 anni ha fondato e diretto successi editoriali legati alla settima arte quali CastleRock, CinemaZone e Movieplayer e nuovi progetti come CinemaSerieTV.it. Sempre su argomento film e serie TV ha scritto migliaia di articoli, pubblicato quattro libri, è stato ospite di eventi internazionali, programmi radiofonici e direttore di festival in streaming.