Un’intera generazione di appassionati di serie è nata sulle spiagge di un’isola sperduta, dove inizia l’epopea di una delle serie più amate della storia della serialità, Lost. Un cult che ancora oggi viene amato dal pubblico, come dimostra l’accoglienza riservata a Carlton Cuse, uno dei creatori dei Lost, alle Italian Global Series, l’evento che trasforma Rimini e Riccione nelle capitali della serialità televisiva.
Lost viene celebrato alle Italian Global Series sia con la presenza di uno dei suoi volti più amati, Titus Welliver, ma anche Carlton Cuse, un nome caro agli appassionati di serialità. Non solo Lost nel suo passato, ma anche Nash Bridges, The Strain, Locke & Keys e Jack Ryan, una carriera che lo ha portato a esser considerato una delle anime della serialità contemporanea.
Carlton Cuse svela i retroscena su Lost

Nella cornice delle Italian Global Series, dove Carlton Cuse è stato insignito del premio Maximo, abbiamo avuto l’occasione di scoprire dalla sua voce la sua avventura con Lost. Una serie che lo ha consacrato nell’Olimpo degli sceneggiatori, un riconoscimento più che meritato ascoltando quanto la lavorazione sia stata impegnativa.
Lost è stata incredibilmente complicata. È stata una serie che ha avvicinato alla serialità gran parte della gente, soprattutto credo per il fatto che stessiamo inserendo così tanto contenuto sotto così molta pressione. Praticamente sono arrivato a lavorare circa 80 ore a settimana per sei anni della mia vita, quindi è stato bello pesante. Il mio socio Damon e io rimanevamo spessissimo, almeno un paio di sere, di notti a settimana, fino all’una o due di notte, per riscrivere gli ultimi copioni, dovevamo realizzare circa 24 episodi l’anno.
Una lavorazione intensa, che si era scontrata con uno degli scioperi degli sceneggiatori più noti, che aveva portato all’interruzione anche di altri celebri serie del periodo, come Battlestar Galactica. Nel ricordo di Carlton Cuse, queste difficoltà sono evidenti, ma non manca comunque la soddisfazione di avere portato alla conclusione una storia ancora oggi molto amata
Devo dire che questo fatto che fosse così coinvolgente, così attraente, il fatto che dovessimo lavorare con così tanta pressione, dovendo proprio masticare e tirare fuori tutto questo contenuto, forse è anche la ragione per la quale poi è così vivo e così interessante.
Tutte le anime di Lost
In Lost era presente un parterre di personaggi incredibilmente numeroso. Oggi questa caratteristica sembra essere più diffusa, ma per l’epoca era rivoluzionario, con nuovi personaggi a ogni stagione e la creazione di complesse dinamiche interpersonali, sviluppate anche tramite numerosi flashback, e la creazione di un’ambientazione complessa
Come scrittori cerchiamo di condividere la nostra esperienza di vita e del mondo attraverso il nostro lavoro. Nel concreto, si combina con le collaborazioni con tantissime altre persone meravigliose. L’obiettivo della scrittura è creare una comunione con il pubblico, avere un’esperienza condivisa che speriamo rilassi gli spettatori e aiuti a vedere il mondo in modo nuovo e diverso.L’obiettivo finale dello sceneggiatore è quello di creare una comunione con lo spettatore, di poter condividere qualcosa con lo spettatore che ti auguri, speri possa in un certo senso sollevare lo spettatore, lo possa far crescere, lo possa portare a condividere con te questa visione del mondo.
Carlton Cuse e il pericolo del binge watching

Un ruolo che si scontra oggi con l’arrivo del binge watching, che spinge a divorare serie in qualsiasi momento, prassi alimentata dalla FOMO, che Cuse non sembra apprezzare particolarmente
Sì, in realtà non è così buono. Penso che l’interazione settimana a settimana permetta a gli spettatori di sperimentare il show con gli altri. Quando hai il binge, nessuno guarda la serie con gli stessi tempi, quindi l’esperienza comune di condividere uno show è persa. E questo è frustrante. Come sceneggiatore, c’è un grande concentrazione sul rendere i primi cinque minuti e gli ultimi cinque minuti di ogni episodio molto coinvolgenti, in modo che le persone continuino a guardare. Ti concentri sui primi cinque minuti e gli ultimi cinque minuti del singolo episodio per renderli così interessanti, attraenti, così lo spettatore è invitato a continuare a guardare, però questo ha cambiato molto anche il modo in cui poi l’episodio viene strutturato, è un modo diverso secondo me e quello che manca è proprio questa condivisione dell’esperienza. Quindi cambia la maniera in cui vediamo la struttura di un episodio in televisione.
Un cambio radicale che non è solamente riscontrabile nell’ambito produttivo, ma come puntualizza Carlton Cuse impatta soprattutto sulla fruizione e la comprensione di una serie, minando anche quel senso di appartenenza, di community di appassionati che in anni passati è stata spesso la fortuna di serie che sono divenuti dei cult
Magari va bene così, ma sicuramente è diverso. Penso che non ci sia più l’esperienza di un pubblico che guardando una serie ogni settimana e poi parla. Non è così bello, perché nell’esperienza di un episodio a settimana, il coinvolgimento è tale per cui il pubblico ha la possibilità di condividere l’esperienza di questa visione, l’esperienza del singolo episodio, questo binge watching, questo guardare in continuazione tutto e subito, invece, secondo me è frustrante per lo sceneggiatore, perché poi viene fatto tutto subito, consumato tutto rapidamente, quindi non c’è la possibilità per gli spettatori di condividerla, di condividere quello che hanno visto.
