Tra i film più attesi del festival di Venezia 2025, Il Maestro di Andrea Di Stefano ha colto molti alla sprovvista. La pellicola racconta la storia di Felice (Tiziano Menichelli), un ragazzo di 13 anni promessa del tennis. Per gareggiare alle gare nazionali, viene affidato dal padre all’allenatore Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), ex giocatore fallito che vanta una partecipazione alle internazionali del Foro Italico. Quello che inizia come un progetto estivo finirà per rendere Felice e Raul compagni d’avventura in un viaggio che li porterà ad affrontare se stessi e le loro insicurezze.
Due anni dopo L’Ultima Notte di Amore, Di Stefano ritorna con una pellicola completamente diversa dalla precedente. Dal noir poliziesco, il regista italiano si affaccia alla commedia, portando sullo schermo un film sportivo fuori dagli schemi. Infatti, Di Stefano non vuole narrare di giocatori prodigi, saggi maestri e vittorie trionfali: la sua è una storia di sconfitti, di padri e figli, di confronti generazionali. Un racconto di formazione in cui sia il maestro che l’allievo impareranno l’uno dall’altro.
Adulti Infantili

In questa storia non ci sono guide o gerarchie, anzi: gli adulti sono i primi ad avere comportamenti bambineschi. È chiaro come qui Di Stefano si sia ispirato alle commedie italiane dei primi anni 60 (a Il Sorpasso di Dino Risi, in particolare). Pellicole in cui l’italiano medio era rappresentato proprio come un adulto con atteggiamenti infantili. Raul Gatti non è tanto diverso da Bruno Crotona, il leggendario protagonista di quell’opera iconica. Due uomini che fanno del loro carisma e comportamento giocherellone una corazza per nascondere le loro sofferenze e il proprio senso di inadeguatezza. L’unica differenza tra i due è che Raul Gatti, in un certo qual modo, vuole veramente cercare di cambiare per stare meglio.
Anche nel padre di Felice ritroviamo un adulto infantile, che sembra amare il tennis più del suo stesso figlio. Difatti, per lui Felice è solo un mezzo poter per realizzare i suoi sogni infranti di vana gloria. Questo comportamento tirannico e capriccioso influenza negativamente la psiche di Felice, che si fa adulto precocemente in una fase delicata come quella della pre-adolescenza. Sarà proprio in questo viaggio con l’allenatore Raul che riscoprirà la propria giovinezza e si potrà liberare dall’oppressiva ossessione paterna. Viceversa, sarà proprio attraverso il legame istauratosi con Felice che Raul ritroverà la voglia di ricominciare una nuova vita.
La sconfitta fa parte del percorso

In una società in cui tutti vogliono avere successo ed essere i migliori ad ogni costo, Di Stefano ci ricorda anche quanto sia importante perdere. Già, perché nell’assurdo mondo di oggi in cui bisogna essere per forza i numeri uno, abbiamo dimenticato che perfino le sconfitte fanno parte del viaggio. Quest’ultime sono fondamentali tanto quanto le vittorie (forse anche di più), perché è proprio grazie a esse che apprendiamo le lezioni più importanti. Non è un caso che nel momento in cui Felice inizia a perdere partita dopo partita, comincia davvero la sua crescita – sia come atleta, sia come persona. E sarà proprio Raul, il maestro fallito, che lo incoraggerà ad accettare queste sconfitte e ad apprenderne l’immenso valore.
Certamente l’opera di Di Stefano non è priva di difetti, con alcuni frangenti che avrebbero meritato maggior approfondimento. Ciononostante, grazie a una solida scrittura e alla bravura del duo protagonista formato da Favino e Menichelli, il Maestro risulta un buonissimo film. Un’opera davvero piacevole che si era già fatta notare per il suo impatto alla Mostra del Cinema e che ha tutto quel che serve per far bene anche in sala.



