Nell’incessante gioco di ri-produzione che governa la creatività presente, alcuni esperimenti giustificano meglio di altri il senso della propria esistenza: I Roses è uno di questi.
Jay Roach in regia e Tony McNamara in sceneggiatura setacciano i nodi narrativi de La guerra dei Roses (romanzo prima, film di DeVito poi) scansionando lo stretto necessario per una sferzante riscrittura contemporanea. Così attingono a simili stratagemmi di contesa, sabotaggi e acredini represse per manometterne la grammatica originale, sostituendo la ferocia con un’avvelenata sensibilità del tutto ammodernata.
Meno eversivo del suo predecessore, I Roses è un’effervescente dark-comedy sulle impurità delle relazioni contemporanee. Un’istrionica deriva evolutiva che costeggia le fragilità sentimentali mentre ne smaschera le competizioni, conserva l’introspezione psicologica laddove preserva il ripudio della vulnerabilità – esibisce il capovolgimento dei ruoli domestici intanto che ne brutalizza il disorientamento narcisistico e percettivo.
Olivia Colman e Benedict Cumberbatch sgambettano con agile goffaggine fra registri espressivi mutevoli, intervallando con verosimiglianza duelli crudeli a docili distensioni. Il loro non è il lento marcire di un amore: è l’infragilirsi stanco di un rapporto che va gradualmente in escandescenza – fino a rischiare di implodere o di implorare un’ultima riconciliazione.
Se La guerra dei Roses virava dalla sensualità alla radicalità di un sentimento trasfigurato in sleale scenario di guerra, il remake di Jay Roach smorza la follia conciliandola nella malizia cinica di una coppia dalla spiccata raffinatezza emotiva. Meno iperbolica e molto più verbale, ma senza dubbio nevrotica nella sua attualità.
Matrimoni al vetriolo

Theo (Benedict Cumberbatch) e Ivy (Olivia Colman) si innamorano a prima vista, agganciati dal magnetismo del medesimo sarcasmo sprezzante. Lei sogna la California per diventare chef e degustarne la libertà. Lui la segue fin lì, concretizzando le sue aspirazioni e incassando riconoscimento. Fino a quando tutto improvvisamente precipita.
Se al centro de La guerra dei Roses svettava il grottesco franare di un amore vandalizzato, la rilettura di Jay Roach equipaggia il racconto di più stratificate derive socioculturali. La trasposizione di Danny DeVito (1989), infatti, profilava una relazione impertinente infiocchettata in un sistema edonistico di valori prima bramati e poi demoliti senza alcuna pietà – profanati nel sepolcro di una casa testimone di un massacro impietoso. Lì i protagonisti scoprivano di disprezzarsi e da là degeneravano per il possesso dello status e della dimora, qui accade invece qualcosa di parzialmente più sfaccettato.
I Roses rievoca negli ultimi venti minuti le formule visive e simboliche che serpeggiavano nel modello originale, ma per il resto non centralizza il solo mutare del sentimento: piuttosto lo colloca fra i contorni impauriti dell’interagire contemporaneo. Intercetta, quindi, le cedevolezze esasperate di un matrimonio chiamato a fare i conti con performatività coniugali, ambizioni professionali e trasformativi ribaltamenti di potere.
McNamara semantizza un’altra intraprendente figura femminile, di colpo emancipata da un autonomo ritratto di madre, moglie e donna in spregiudicata evoluzione individuale. E questo, neanche a dirlo, ha sulla coppia un’influenza crescente.
Tra sofisticate correnti di insofferenza

All’unisono ma accidentalmente, il collasso della carriera di uno coincide con l’ascesa professionale dell’altra, ridimensionando le rispettive stature personali e familiari. Quello che inizia a inscenarsi ne I Roses è un pungente covo di risentimento in attivazione, che molto ci racconta sui modi in cui incameriamo e interpretiamo i traguardi di chi ci sta accanto – soprattutto quando accendono un faro su inadeguate insicurezze. La girandola dialettica stravolge ripetutamente gli equilibri, rinegoziando i palcoscenici di un ego che si contende le sorti di un amore, un matrimonio e una famiglia concepiti con cura.
Theo e Ivy discutono, si confrontano e provano davvero a incontrarsi nelle loro nuove vulnerabilità. Ma poi non convergono mai, si sottraggono a un’esposizione emotiva disponibile a fronteggiare i problemi. E divampano, allora, in progressive correnti di vicendevole rivalità e boicottaggi verbali prima che muscolari, tragicomici anche quando aggressivi.
Il tracollo del loro rapporto si consuma sotto gli occhi increduli dei loro amici abituali, nell’intrattenimento sardonico di uno spettacolo dalla differente sensibilità culturale. I Roses spinge con forza su un umorismo squisitamente british e affilato – tanto ricercato quanto inaccessibile alla controparte americana. E così il film valorizza la coralità: permettendosi di caricare sui comprimari e pertanto di isolare la stravagante naturalezza espressiva dei suoi due protagonisti.
“Siamo bravi con le parole ma non troviamo mai quelle che ci servono”

La spirale di deterioramento della relazione dei Rose non s’intona all’acido disprezzo che animava Michael Douglas e Kathleen Turner nel film di DeVito. È piuttosto la somministrazione estensiva di rancori, frustrazioni e insofferenze che disimparano a esprimersi nei termini adatti: quelli che riconoscono le colpe, gli errori e le tensioni ma provano comunque a fermare la strage.
Compromessi, rinunce e biasimo genitoriale corredano un film che evoca complessità appellandosi a umorismo e cattiveria, cinismo e imperfetta restituzione di realtà. Una valanga di parole confinate tra l’ironia tagliente e la lucidità abrasiva di una briosa indagine anti-romantica. Dove l’affetto continua a fluire e a voler essere tutelato, anche quando minacciato da chi più dovrebbe nutrirlo.
Certo I Roses non eguaglia la densità urticante, oltraggiosa e sovrabbondante dei testi di riferimento. Ma è proprio così, in fondo, che legittima la sua finalità comunicativa: subordinandosi a un differente commento sociale e riabilitando una grana emotiva ferita ma ancora spietatamente pulsante.
Consolatoria, forse, ma ben colonizzata dalle contraddizioni del nostro presente.



