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Tra i film del momento spiccano Hamnet e Sentimental Value, due tra i titoli più forti in vista della prossima edizione dei premi Oscar. Opere molto diverse tra loro, ma accomunate da alcuni elementi: entrambi sono coming of age familiari di natura drammatica. Vi proponiamo dunque dieci film che affrontano il tema della famiglia, del lutto – inteso in tutte le sue forme, letterarie e simboliche – e della trasformazione. Storie che parlano anche di arte, memoria, ribellione e catarsi. I coming of age familiari che ci hanno sconvolto e commossi.

1. Hamnet (2025)

Un'immagine promozionale di Hamnet
Un’immagine promozionale di Hamnet – ©Focus Features

La vita e le opere di William Shakespeare sono una fonte inesauribile di ispirazione artistica. Con Hamnet, Chloe Zhao – regista premio Oscar per Nomadland – ha scelto di esplorare uno degli aspetti più dolorosi della sua esistenza: la perdita del figlio, morto di malattia a soli undici anni. Il racconto, tuttavia, ricade molto su Agnes, moglie di William e madre del bambino, autentica protagonista di una tragedia che affronta temi come il sacrificio, il lutto e la guarigione. L’intensa interpretazione di Jessie Buckley verrà premiata, probabilmente, con la statuetta più ambita ai prossimi Academy Awards.

La carriera di Zhao affonda le sue radici in piccoli western moderni dal taglio indipendente, opere da cui emerge un grande talento nell’utilizzo della regia naturalistica, una notevole attenzione ai paesaggi e al modo in cui i personaggi li attraversano e una delicata empatia nella delineazione dei protagonisti. In Hamnet l’approccio è lo stesso, trasportato nelle campagne e nei boschi inglesi a pochi chilometri da Londra. Sebbene la retorica del sacrificio materno e della fragilità maschile non sia particolarmente originale, vi proponiamo Hamnet in cima al nostro articolo in quanto potente rappresentazione del potere trasformativo dell’arte, nonché uno dei film più energici degli ultimi anni.

2. Boyhood (2014)

L'iconico poster di Boyhood
Poster di Boyhood, fonte: Universal Pictures

Nessun film affronta il coming of age con l’intelligenza di Boyhood, uno dei principali capolavori di Richard Linklater, tra gli autori più innovativi degli ultimi decenni. Girato nell’arco di dodici anni affinché gli attori crescessero realmente davanti alla macchina da presa, il film racconta di Mason, ragazzo texano le cui vicende vengono raccontate dalle elementari fino alla partenza per il college. Accanto a lui c’è la sorella maggiore, una manciata di personaggi secondari e soprattutto i genitori, interpretati da due grandi attori come Patricia Arquette e Ethan Hawke. È proprio dall’impronta, spesso contraddittoria, delle figure genitoriali e dal contesto conservatore del Texas che prende forma la lunga parabola di crescita di Mason.

Linklater affronta qui molte delle sue tematiche ricorrenti: la ribellione giovanile, il rifiuto dell’autorità, le maschere e le identità che si indossano a seconda delle aspettative altrui, l’uccisione simbolica degli adulti. Ma al centro del film c’è soprattutto lo studio del tempo e il ribaltamento del carpe diem, non più colto nell’istante ma dilatato nello scorrere dei piccoli momenti di una vita intera. Tutto questo è affrontato con toni più riflessivi e pacati rispetto a cult elettrici dello stesso regista, come ad esempio School of Rock o Dazed and Confused. A completare il discorso c’è l’ottimo montaggio di Sandra Adair, chiamata ad assemblare il materiale girato in tanti anni, e una messa in scena semplice, a supporto di un gruppo di personaggi non troppo delineati, lasciati aperti allo sguardo dello spettatore.

3. Lady Bird (2017)

Saoirse Ronan in Lady Bird
Saoirse Ronan in Lady Bird, fonte: Universal Pictures

Altro film molto semplice, altra operazione piccola, indipendente e intelligente. Se Boyhood aveva molto da dire su una parabola di crescita dal punto di vista maschile, qui il discorso si sposta sulla prospettiva di una ragazza, anche lei animata da un forte spirito di ribellione e un’unica certezza: lasciare Sacramento, città piccola e soffocante nell’entroterra californiano, per conquistare la East Cost, possibilmente New York City.

Lady Bird si inserisce nel filone del family drama che pone al centro del discorso il concetto di girlhood, spesso mettendo l’accento sul rapporto conflittuale tra madre e figlia. Se in passato ad assumersi questa responsabilità erano state opere ormai quasi antiche come il Piccole Donne di George Cukor e l’Incontriamoci a St. Louis di Judy Garland, è il postmoderno Sirene, con Cher e Wynona Ryder, ad aprire la strada a rappresentazioni più attuali. Da lì sono nati classici moderni come Chocolat o, sul versante televisivo, Una mamma per amica, fino ad arrivare al film d’esordio di Greta Gerwig. Una serie di coming of age legati alle aspettative di genere, al rapporto con cibo e religione e a quello conflittuale tra tradizione e rottura degli schemi.

Ma cosa ci dice, Lady Bird, sul rapporto tra madre e figlia? Ci racconta di una ragazza che non vede nella madre una figura antagonista in senso classico, bensì la rappresentazione simbolica di un limite: quello culturale, generazionale e geografico di Sacramento stessa. Il bisogno di fuga deriva, quindi, da una profonda necessità di affermazione personale. Dall’altra parte c’è una donna che vede nella figlia una persona molto simile a lei, ma che è troppo stanca e abituata alla rinuncia per concederle l’approvazione emotiva di cui ha bisogno. Ad innalzare l’efficacia drammatica  del film ci sono le splendide interpretazioni di Saoirse Ronan e Laurie Metcalf.

4. Coco (2017)

Poster di Coco
Poster di Coco, fonte: Disney Pictures Animation

Torniamo a parlare esplicitamente di lutto, ma stavolta da una prospettiva più infantile. Coco è uno dei film d’animazione più amati degli ultimi anni e non ha certo bisogno di grandi introduzioni. Durante la notte del Dia de muertos, Miguel, giovanissimo musicista, intraprende un’avventura nel regno dei morti, dove avrà l’occasione di conoscere i suoi antenati, i quali gli daranno una nuova prospettiva sul senso dei legami familiari e sull’importanza della continuità e delle origini. La storia ha luogo a Santa Cecilia, cittadina del Messico, ed è un omaggio a una delle festività più profonde e significative del mondo.

Coco è un’appassionata celebrazione della morte, interpretata gioiosamente come un proseguimento della vita che ha luogo nella memoria e nelle radici. Il film affronta anche il conflitto intergenerazionale, l’affermazione dell’identità personale e il peso delle aspettative culturali. La famiglia diviene terreno di confronto e di (non) dialogo, uno spazio dove si scontrano sogno, realtà e tradizione. In questo contesto emerge la musica come potente linguaggio universale, spesso più utile delle parole. Diretto da Lee Unkrich, già regista di altri classici d’animazione della Pixar come Toy Story 2, Monsters & Co e Alla ricerca di Nemo, Coco si afferma come uno dei migliori film del suo genere.

5. Billy Elliott (2000)

Una scena di Billy Elliott
Una scena di Billy Elliott, fonte: UIP

Tema ricorrente dei film che abbiamo preso in analisi è la portata catartica dell’arte. Se in Hamnet il teatro ha un ruolo centrale e in Coco è la musica a dare ritmo al racconto, Billy Elliott è senza dubbio uno dei migliori film sulla danza degli ultimi decenni. La vicenda è ambientata in una cittadina del nord-est dell’Inghilterra negli anni ’80, sullo sfondo di un paese segnato dall’abbandono dello stato e dalla lotta di classe operaia. Billy, ragazzino di undici anni, vive con il fratello e il padre, entrambi minatori impegnati in uno sciopero sanguinoso, e la nonna materna. Sua madre è morta per una grave malattia. Il percorso di formazione del protagonista prende vita dalla scoperta della sua vera passione: non il pugilato, sport che è costretto a praticare da un padre autoritario, ma la danza.

Per Billy, danzare non è solo un atto terapeutico, capace di consentirgli di esprimere tutto se stesso – dal dolore del lutto fino ai vuoti affettivi di una famiglia violenta – ma un’autentica presa di posizione politica. Attraverso il movimento del corpo, che è trasformazione fisica e simbolica, Billy apre una frattura nel modello patriarcale in cui è sommerso, introducendo tutta la rabbia di cui ha bisogno qualsiasi rivoluzione. Nel suo percorso è sostenuto da alcuni importanti alleati, come l’insegnante di danza interpretata dalla sempre ottima Julie Walters, e da un amico la cui maschilità non convenzionale diventa per Billy un’ispirazione per vivere la propria identità più liberamente. Il coraggio di Billy finisce così per avere un effetto trasformativo anche sul fratello e il padre, aiutandoli a emanciparsi da quell’intreccio di povertà e patriarcato da cui sono segnati.

6. Hannah e le sue sorelle (1986)

Hannah e le sue sorelle
Hannah e le sue sorelle, fonte: Orion Pictures

Tre sorelle dal rapporto complesso intrecciano relazioni sentimentali e storie di vita nella New York borghese. Il marito di Hannah, Elliot, si innamora della sorella Lee, con la quale intraprende una relazione clandestina. Mickey, ex marito ipocondriaco di Hannah, ha invece avuto in passato un appuntamento fallimentare con Holly, la terza sorella. Hannah e le sue sorelle è considerato tra i film più importanti degli anni ’80 e, soprattutto, l’opera più completa e matura di Woody Allen.

Le paure, l’instabilità e le difficoltà ad orientarsi nella vita assumono in questa pellicola un carattere pressoché universale. Il film raggiunge un perfetto equilibrio tra dramma esistenziale e commedia ironica, dove il nichilismo nevrotico tipico di Allen si trasforma in una forza narrativa fatta di delicatezza e originalità, incarnata da tre personaggi femminili magnificamente scritti e interpretati. Attraverso Hannah, la storia affronta i temi della routine e del senso di responsabilità ereditato da genitori emotivamente inadeguati; il percorso di Lee racconta di evasione, ribellione e senso di colpa; in Holly emergono invece il senso di inadeguatezza e l’invidia, ma anche la forza interiore.

In tutti i personaggi è centrale la ricerca di un posto nel mondo. La regia di Allen, mai stata così elegante, utilizza con abilità i monologhi interiori dei protagonisti e le note di Bach per sottolineare i momenti di crisi. Ne risulta un film sorprendentemente più ottimista rispetto alla fama del suo autore, impreziosito dalle interpretazioni di Mia Farrow, Michael Caine, Barbara Hershey e Dianne Wiest.

7. La stanza del figlio (2001)

La stanza del figlio
La stanza del figlio, fonte: Canal+

La stanza del figlio, ultima pellicola italiana a vincere la Palma d’oro a Cannes, rappresenta uno dei contributi più significativi e innovativi sul tema dell’elaborazione del lutto. Giovanni, psicoterapeuta romano, vive con la moglie Paola, direttrice di una piccola casa editrice, e i figli Irene e Andrea. La morte improvvisa di Andrea, causata da un incidente in barca, costringe il piccolo nucleo familiare a intraprendere un percorso di riscoperta del senso del vivere. Il film di Nanni Moretti è recitato da molti degli attori che sarebbero poi diventati tra i più importanti del panorama italiano, tra cui Laura Morante, Jasmine Trinca, Silvio Orlando e Stefano Accorsi.

La stanza del figlio si affida a una struttura classica e lineare che conferisce al film sobrietà, restituendo al dolore del lutto tutta la dignità necessaria. Il tono oscilla tra la percezione dell’irreversibilità della morte e il tentativo di ritrovare sollievo e respiro (rimane impressa la scena che mostra in maniera dettagliata la chiusura della bara, come a voler sottolineare quanto sia irrevocabile la fine della vita). Uno degli elementi più interessanti risiede tuttavia nel rapporto tra Giovanni e i suoi pazienti. Attraverso le loro storie, il protagonista è chiamato a confrontarsi con altre fragilità proprio nel momento in cui la sua capacità di ascolto sembra vacillare. È in questo scambio tra chi cura e chi è curato che il film trova la sua dimensione più empatica e sfumata.

8. Manchester by the Sea (2016)

Manchester by the Sea
Manchester by the Sea, fonte: Universal Pictures

Guardare Manchester by the Sea è un’esperienza paragonabile a una lunga apnea, alla percezione di un peso sullo stomaco quasi impossibile da rimuovere. Ma allora perché vederlo? Perché vale la pena scoprire cosa c’è dall’altra parte del lungo, claustrofobico tunnel. In seguito alla morte del fratello maggiore, Lee Chandler è costretto a tornare a casa per occuparsi del nipote di sedici anni. È così costretto a fare i conti con un passato doloroso, caratterizzato da un terribile lutto di cui si assume la colpa e da cui era fuggito per non tornare indietro.

La fredda Manchester, città di mare del New Hampshire, valorizza i toni freddi e pacati di cui ha bisogno il film. Anche Manchester by the Sea, similmente a La stanza del figlio, si affida a una narrazione molto semplice, sobria e priva di fronzoli e sovrastrutture, affinché nulla possa distrarre dalla purezza delle emozioni messe in scena. In questo articolo ci stiamo occupando, come accennato, esclusivamente di film dalla forte portata catartica: da questo punto di vista, Manchester by the Sea è uno dei più potenti degli ultimi tempi. A valorizzare la delicatissima sceneggiatura di Kenneth Lonergan ci sono le interpretazioni di Casey Affleck e Michelle Williams, entrambi al massimo del loro talento, e quella di un giovane Lucas Hedges che negli anni successivi si sarebbe affermato nel circuito indipendente.

9. Sentimental Value (2025)

Renate Reinsve in una scena di Sentimental Value
Renate Reinsve in una scena di Sentimental Value – ©MK2 Films

Anche Sentimental Value riflette sul potere riconciliatorio dell’arte, sul peso della famiglia e sul ruolo della memoria. Una memoria che si posa soprattutto sui primi anni di vita e sull’esperienza della perdita. Durante il funerale della madre, Nora e Agnes ritrovano il padre Gustav, regista di grande successo ma inattivo da tempo, che aveva abbandonato le figlie quando erano ancora bambine. Gustav chiede a Nora, attrice affermata, di interpretare la protagonista del suo nuovo film. Dopo il suo rifiuto, condizionato da rabbia e rancore coltivati per molti anni, l’uomo offre la parte alla giovane e lanciatissima Rachel Kemp.

Sentimental Value delinea le vicende dei quattro protagonisti con un tatto e una delicatezza piuttosto rari, ma anche con molta umiltà, quasi a voler mettere il film a disposizione dei propri personaggi, più che a voler imporre un punto di vista univoco. Con una notevole coerenza stilistica e tematica, le traiettorie delle tre donne – tutte condizionate dall’ingombrante figura di Gustav – prendono forma su schermo posandosi su un equilibrio fragile, instabile, sorprendentemente saldo per tutta l’opera.

A rendere Sentimental Value un grande film è anche un cast d’insieme di altissimo livello, il cui registro recitativo contenuto e mai urlato restituisce un dolore malinconico in tutta la sua nitidezza. Dopo La persona peggiore del mondo, il regista norvegese Joachim Trier torna a lavorare con Renate Reinsve, dando continuità a una collaborazione artistica che speriamo duri ancora a lungo. Nei panni di Gustav troviamo uno Stellan Skarsgard invecchiato e maturo, capace di restituire tutta la complessità di un uomo irrisolto. Nel ruolo di Agnes c’è una misurata e intensa Inga Ibsodtter Lilleaas; a dare corpo ed emozione a Rachel è Elle Fanning, qui sicuramente alla migliore interpretazione della sua carriera.

10. Beautiful Boy

beautiful boy Steve Carell in una scena del film
Beautiful Boy, fonte: 01 Distribution

Beautiful Boy non è uno dei film di Timothèe Chalamet di cui si parla di più, ma non per questo è meno importante nel mettere in luce il suo talento cristallino. Un attore forse non particolarmente eclettico, ma che nel ruolo giusto può sicuramente dire la sua al pari dei più grandi interpreti degli ultimi anni. Ultimamente lo abbiamo visto nei panni di Bob Dylan e, ancora più di recente, in quelli di Marty Supreme, l’ambizioso giocatore di tennistavolo ossessionato dal successo. In Beautiful Boy, Chalamet interpreta con una certa naturalezza un ragazzo alle prese con una grave dipendenza da varie sostanze, in particolare dalla crystal meth.

Il film mette in chiaro come, prima della scuola e poi della società e dei media, il primo vero agente di formazione a lasciare un segno nelle nostre vite sia inevitabilmente la famiglia. Nic Sheff, brillante e improntato al successo, cresce con un padre che proietta in lui grandi aspettative – forse troppe – e con una madre che vive in un’altra città, apparentemente poco interessata a lui. A colmare parzialmente questo vuoto affettivo ci sono la nuova compagna del padre e due fratellini piccoli. Il protagonista dovrà fare i conti con un problema di abuso di sostanze che lo porterà gradualmente a perdere tutto.

Beautiful Boy offre una rappresentazione piuttosto onesta della dipendenza, mostrando come essa dipenda solo in piccola parte dalla forza di volontà individuale e sia invece legata a fattori sociali, psicologici e neurochimici molto complessi. Tratto da una storia vera, il film può contare sulla presenza di un intenso Steve Carell, nei panni di un padre travolto da un problema enorme che non è in grado di gestire.

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