Sono passati trentacinque anni da quando Edward Mani di Forbice ha fatto il suo debutto al cinema. Era infatti il 1990 quando Tim Burton affondò le dita nel ritratto cupo di un uomo a metà, una creatura androide che non aveva niente della meccanica, ma tanto di un’umanità quasi utopica.
Nonostante una carriera ormai consolidata e una visione che ha finito col diventare un vero e proprio stile cinematografico, Edward Mani di Forbice continua a essere – insieme a Big Fish – il racconto più autobiografico di Tim Burton. Un lungometraggio fiabesco e struggente, al cui interno il regista ha nascosto in bella mostra le sue idee, le sue passioni e ciò che lo ha reso l’artista che tutti conosciamo oggi.
Edward è una creatura nata dal genio di uno scienziato che è per lo più inventore. Costretto a vivere da solo in un castello arroccato sopra una collina californiana, Edward (interpretato da un iconico Johnny Depp) viene salvato da Peggy (Dianne Wiest), una venditrice di prodotti porta a porta che apre a Edward le porte della propria casa e, in questo modo, permette al ragazzo di scoprire l’amicizia prima e l’amore poi, rappresentato nella figura quasi angelica di Kim (Winona Ryder). Dopo i mostri sopra le righe di Batman e il tono folle di Beetlejuice, Tim Burton affrontò la sua sfida più personale: dirigere un film dove avesse libertà creativa per creare quello che è un vero e proprio manifesto legato alla figura del mostro e del freak.
Edward mani di forbice come Frankenstein

Se nel sobborgo in cui vive Peggy con la sua famiglia, Tim Burton ha voluto rappresentare il ritratto quasi kitsch del sobborgo californiano di Burbank, inserendo elementi estremamente autobiografici, nella figura di Edward il regista ha senza dubbio pennellato una delle sue più grandi passioni: da una parte la figura del mostro, dall’altra la tradizione letteraria legata al Frankenstein di Mary Shelley.
A lungo si è dibattuto sul fatto che l’amore irrisolto tra Edward e Kim non sia altro che una variante dell’archetipo della Bella e della Bestia, ma Edward è prima di tutto una rilettura di quel moderno Prometeo che, insieme a Il vampiro di Polidori, ha creato un vero e proprio standard per la letteratura gotica e mostruosa.
Frankenstein – e più in particolare il film omonimo del 1931 di James Whale – è una pietra cardine nell’immaginario di Tim Burton. Si possono ritrovare tracce di questo amore in quasi ogni film della carriera di Burton, ma nessuno è vicino al Frankenstein quanto Edward. Nemmeno Frankenweenie, che in un certo senso ricalca da vicino la trama di Frankenstein, ha saputo portare sul grande schermo lo stesso struggimento dell’opera di Shelley. Edward è una creatura che viene portata alla vita in laboratorio e che è costretta a vivere al di fuori del suo Creatore. Una creatura fuori dall’ordinario che verrà ricacciata indietro, costretta a nascondersi per non “offendere” il quieto vivere degli esseri umani. Tutti elementi che ha in comune con il Frankenstein di Mary Shelley.
Il monstrum di Tim Burton e il ribaltamento di Frankenstein

Edward è un monstrum proprio come lo era la creatura di Victor Frankenstein. Da una parte ha una natura prodigiosa, che passa attraverso una fisicità non conforme – le forbici al posto delle mani – e a capacità superiori – come l’abilità nel creare arte attraverso piante e capelli. Dall’altra preserva la sua funzione di avvertimento e monito. La figura del mostro, nella tradizione, serviva proprio a questo: a dare un avvertimento all’essere umano.
Se in Frankenstein questo avvertimento era legato al non ergersi a nuovo dio e a non superare i limiti dell’umano per mera conoscenza, in Edward la funzione è quasi rovesciata. Non è il mostro e il suo corpo stra-ordinario a rappresentare il male. Edward è in realtà uno specchio di purezza: rappresenta quello a cui l’umanità dovrebbe ambire, non ciò da cui dovrebbe scappare. A Frankenstein veniva data la caccia perché rappresentava in qualche modo l’emanazione del male e di ciò che era oscuro. Edward viene rigettato nel castello perché rappresenta tutto il bene che l’umanità ha perso nel cammino dell’evoluzione.
Pur giocando su tutti i topos della tradizione mostruosa, omaggiandoli, Tim Burton decide di capovolgerli. Il mostro non è più l’elemento di disturbo, il monito da seguire. La figura mostruosa diventa allora un prodigio nel vero senso della parola. Una creatura che, nella sua diversità, rappresenta ciò a cui bisognerebbe ambire: la bontà, la gentilezza, fino all’accettazione della diversità come sintomo di una società effettivamente libera.
Il mito della creazione

Un altro ribaltamento che Tim Burton fa in riferimento a Frankenstein lo si trova nella figura del creatore. Per questo scienziato vestito dalla magia dell’immaginazione, Tim Burton ha voluto Vincent Price – attore che ha amato durante l’infanzia e che, ancora una volta, rappresenta un sintomo di quanto Edward Mani di Forbice sia un’opera in cui Burton ha messo tutto il suo amore per la settima arte.
Nell’opera di Mary Shelley, Victor è un ragazzo brillante, assetato di sapere e conoscenza, che arriva a creare una creatura vivente ex novo per tracciare i confini dell’esistenza stessa. Eppure il suo esperimento gli si ritorce contro: la creatura a cui dà l’alito della vita è ben diverso da ciò che si aspettava e invece di essere il simbolo della sua intelligenza diventa l’onta del suo egocentrismo. Adam – chiamato proprio come il primo uomo plasmato dall’alito divino – è una creatura terribile a vedersi, che spaventa nel momento esatto in cui la vista lo registra.
Le sue mani si sporcano ben presto del sangue di innocenti, versato per un desiderio di vendetta e rivalsa, ma anche per un desiderio nascosto di essere visto e compreso. E per tutto il tempo Victor gli rimane ostile, lo tratta come qualcosa di abominevole e abietto. Il rapporto tra creatura e creatore è fatto solo di odio e risentimento. In Edward Mani di Forbice questa dinamica è ben diversa.
Se la creatura del Frankenstein voleva essere vista e riconosciuta come parte integrante del mondo, Edward vuole sentire. Vuole toccare. Condannato ad avere forbici al posto delle mani, il personaggio di Johnny Depp vive un’esistenza che è resa incompleta non solo dal suo aspetto che lo rende subito diverso, ma anche da una vera e propria barriera fisica. Eppure il suo creatore non ha mai un moto di stizza nei suoi confronti, né mostra pentimento dopo la creazione.
Edward diventa davvero la sua creatura, un’emanazione di quel desiderio di bontà e dolcezza che l’inventore voleva portare nel mondo. E non è di certo un caso se, in uno dei primi flashback che mostrano la creazione di Edward, la macchina da presa insiste sul dettaglio di un biscotto a forma di cuore che viene poggiato sul petto anonimo di un ingranaggio. Ed è qui che sta proprio la genialità visiva di Burton: Edward viene creato proprio per non essere un ingranaggio, per non essere l’ennesimo anello di una catena di montaggio senz’anima.
Se la creatura di Frankenstein rappresentava il monito per l’egoismo e l’ambizione in qualche modo tossica, Edward rappresenta il desiderio di libertà e di amore. Un personaggio che viene creato con la speranza che possa portare nel mondo quell’empatia di cui, dopo trentacinque anni dall’uscita del film, siamo ancora colpevolmente sprovvisti.
Victor abbandona il suo mostro, spera di averlo ucciso, ne prende le distanze. Il creatore di Edward, invece, è costretto ad abbandonare la sua creatura non finita a causa di un malore improvviso. La solitudine di Adam è una punizione, quella di Edward è una tragedia. In questo senso, la nuova versione di Frankenstein diretta da Guillermo Del Toro è molto più vicina a Edward Mani di Forbice di quanto non lo sia all’opera originale. Di base è come se Tim Burton avesse voluto dirigere la sua personalissima rilettura di Frankenstein, creando uno standard cinematografico.
Il fallimento della società

Ciò che forse rimane invariato tra Frankenstein ed Edward mani di forbice è il ruolo della società. Il mostro, in questo senso, viene percepito “buono” solo quando può essere utile. In Frankenstein c’è tutta la lunga sequenza in cui il mostro si nasconde nella “rimessa” di una casa tutt’altro che ricca: per la famiglia che lo accoglie senza sapere della sua presenza, la creatura prepara la legna, accetta le sfide più difficili per l’essere umano, senza chiedere granché in cambio. E per tutto il tempo in cui rimane nascosto, viene percepito quasi come una divinità dei boschi. Un essere buono e misericordioso. Ma la sua bontà, così come tutti i suoi gesti gentili, vengono dimenticati nel momento esatto in cui si mostra. Il suo aspetto fisico, la sua mostruosità e la sua diversità, sono imperdonabili e bastano a cancellare tutto il resto.
Per Edward funziona più o meno nello stesso modo. All’inizio la sua funzione è quella di intrattenere. Lo si capisce, ad esempio, quando il fratello di Kim lo porta a scuola e, proprio come un fenomeno da baraccone, se ne sta in piedi davanti a una lavagna che recita la scritta “show & tell”. Una situazione che di certo non si discosta da altre esposizioni, come quella che si vede ad esempio in The Elephant Man. Edward è l’anomalia che accende di curiosità un sobborgo addomentato.
E finché Edward è utile, è ben accetto. Finché taglia i capelli senza chiedere nulla in cambio o rende artistiche le siepi del vicinato, il “mostro” può vivere in pace. Ma quando l’utilità viene meno, quando le forbici si rivelano utili anche per sovrastare gli altri – nel caso della rapina o dell’incidente in cui ferisce per sbaglio la mano di Kim – allora il mostro deve essere allontanato. Anche in questo caso, la sua mostruosità fisica e visiva non può essere perdonata. Sia Mary Shelley che Tim Burton sembrano concordare su questo: il fallimento della creazione non ha a che fare con la creatura stessa, ma con l’incapacità della società di evolversi e di accettare ciò che è diverso o che non può essere etichettato facilmente.



