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«Will you stay in our lovers’ story?/ If you stay, you won’t be sorry». Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, uno accanto all’altra, canticchiano i versi di David Bowie mentre dall’autoradio risuona la melodia spensierata di Kooks. Sorridono, sembrano felici: la macchina di presa si focalizza sui dettagli dei loro volti, sulla disinvoltura sottilmente erotica delle loro interazioni. È uno dei momenti più ‘solari’ di Die My Love: una rapida boccata d’ossigeno all’interno di un film logorante, in cui ogni ventata di effimera felicità può costituire il preludio di una nuova, più profonda discesa nell’abisso. Questo amalgama fra vitalismo e tensione, fra la luce e le tenebre, segna del resto uno dei tratti distintivi del cinema di Lynne Ramsay, una fra le voci più singolari e incisive del panorama contemporaneo.

Nata e cresciuta a Glasgow, cinquantasei anni (li compirà il 5 dicembre), Lynne Ramsay è appena tornata sulla scena con Die My Love, adattamento del romanzo Ammazzati amore mio dell’autrice argentina Ariana Harwicz: un progetto affidatole da Martin Scorsese e soprattutto dalla co-produttrice e protagonista Jennifer Lawrence, che davanti alla cinepresa della Ramsay, nei panni di una giovane madre sospesa sull’orlo della follia, sfodera una delle sue più intense prove d’attrice – senz’altro la più estrema. Presentato in concorso al Festival di Cannes, Die My Love è appena approdato nei cinema internazionali grazie a Mubi, che ne ha fatto il suo titolo di punta per il 2025 anche qui in Italia per quanto riguarda la distribuzione nelle sale.

Il cinema oscuro ed espressionista di Lynne Ramsay

Un’immagine della regista Lynne Ramsay

Ambientato quasi interamente nello chalet di campagna di Grace e Jackson, una coppia newyorkese attratta dall’illusorio idillio bucolico del Montana, Die My Love è appena il quinto lungometraggio nella carriera di Lynne Ramsay: una carriera iniziata nel 1999, sempre al Festival di Cannes (nella sezione Un Certain Regard), con Ratcatcher, esordio che arrivava dopo tre apprezzatissimi cortometraggi e che le sarebbe valso l’immediata attenzione della critica, oltre al BAFTA Award come miglior opera prima. Da allora, la regista ha sempre portato avanti una cifra stilistica decisamente peculiare, contaminata dalla sua fascinazione per la pittura e la fotografia (a cui aveva dedicato parte dei propri studi), e una poetica imperniata sull’esplorazione degli stati emotivi dei personaggi e sulla loro refrazione sul mondo esterno.

Nel cinema di Lynne Ramsay, infatti, racconto ed emozione si sviluppano di pari passo, in un intreccio pressoché inestricabile che porta a rappresentare la realtà secondo un taglio quasi espressionista. Un approccio in cui la linearità logica e cronologica viene spesso incrinata – se non addirittura frantumata – da associazioni mentali e flussi di coscienza. Una tendenza che attraversa l’intera produzione dell’autrice scozzese: una filmografia limitata a pochi titoli, tutti in grado di irretire gli spettatori, talvolta magari di respingerli (la Ramsay non distoglie lo sguardo dall’orrore, nelle sue varie forme), ma lasciando comunque un’impronta inconfondibile sulla nostra esperienza di visione.

Gli esordi: Ratcatcher e Movern Callar

Un’immagine del film Ratcatcher di Lynne Ramsay

Tale impatto è legato in primo luogo all’approccio adottato dalla regista: portarci ad aderire quanto più possibile alla prospettiva dei suoi protagonisti, avvertendo al contempo la contraddittorietà tumultuosa che si agita dentro di loro. In Ratcatcher, ambientato nei sobborghi proletari di Glasgow nel 1973, Lynne Ramsay pone la macchina da presa all’altezza del dodicenne James Gillespie (William Eadie) e ci fa immergere nella quotidianità del ragazzo, fra vita da strada e desiderio di fuga e di cambiamento. Il film, tuttavia, non rientra nel filone del cinema sociale britannico, né nei suoi codici di iperrealismo: il fulcro di Ratchatcher è piuttosto il modo in cui la vita interiore di James, incluso un sotterraneo senso di colpa, si intreccia alla cronaca delle sue giornate nella periferia scozzese.

Il confronto con la colpa e con il lutto, tema già presente nell’opera d’esordio, si rivelerà un leitmotiv della filmografia di Lynne Ramsay, ripreso ad ampliato nei suoi titoli successivi. Movern Callar, diretto nel 2002 dall’omonimo libro di Alan Warner, vede l’attrice Samantha Morton nel ruolo del personaggio del titolo: una ragazza che dopo il suicidio del fidanzato, avvenuto la notte di Natale, intraprende un percorso misterioso ed erratico, volto forse a ricostruire la propria identità. Ma Movern Callar non offre facili risposte, né segue traiettorie prestabilite, confermando quanto il cinema della Ramsay sia refrattario alle convenzioni e alle pretese di catarsi.

Sprofondando nell’abisso: …E ora parliamo di Kevin e A Beautiful Day

Ezra Miller e Tilda Swinton in un’immagine del film …E ora parliamo di Kevin

È invece la sua connazionale Tilda Swinton la protagonista, nel 2011, di quello che si sarebbe attestato come il capolavoro di Lynne Ramsay, il film più denso e sconvolgente firmato finora dalla regista: …E ora parliamo di Kevin, trasposizione del magnifico romanzo della scrittrice scozzese Lionel Shriver. La Swinton realizza la sua migliore performance di sempre nel ruolo di Eva Khatchadourian, che ci trascina con sé verso il baratro mentre, alternando passato e presente, ripercorre la storia della propria famiglia e del rapporto con il figlio Kevin, lasciando trapelare a poco a poco i frammenti di un’atroce verità. …E ora parliamo di Kevin segna il perfetto punto d’equilibrio fra la sensibilità visionaria della Ramsay e una narrazione carica di tensione, facendo leva sul legame di amore e odio fra la Eva di Tilda Swinton e Kevin, incarnato da adolescente dal carisma luciferino di Ezra Miller.

…E ora parliamo di Kevin è un dramma psicologico messo in scena come un horror, in cui le suggestioni visive e sonore, dai cromatismi accesi alla colonna sonora (con musiche originali composte da Jonny Greenwood dei Radiohead), diventano gli strumenti primari del linguaggio filmico. Una formula riproposta sei anni più tardi in You Were Never Really Here, uscito in Italia e in altri paesi con il titolo A Beautiful Day: un neo-noir che rievoca la trama di Taxi Driver di Martin Scorsese, rielaborata però dalla Ramsay con uno stile allucinato e quanto mai onirico.

Die My Love: un altro lungo viaggio verso la notte

Jennifer Lawrence e Robert Pattinson in un’immagine del film Die My Love

Presentato con successo al Festival di Cannes 2017, A Beautiful Day riceve i premi per la sceneggiatura di Lynne Ramsay, che in questa occasione adatta il romanzo Non sei mai stato qui di Jonathan Ames, e come miglior attore per Joaquin Phoenix nei panni di Joe: un veterano che si fa ingaggiare come ‘giustiziere’ per contrastare il traffico di prostitute minorenni nella cornice di alienazione notturna di New York. Mentre in …E ora parliamo di Kevin l’orrore è strisciante e sommerso, in A Beautiful Day esplode sullo schermo in poche, fragorose occasioni, con una brutalità che rimanda direttamente a Die My Love: se lì il modello appariva Taxi Driver, con questo nuovo film la Ramsay sembra voler creare invece la sua personalissima versione di Una moglie di John Cassavetes.

Come l’indimenticabile woman under the influence di Gena Rowlands, la Grace di Jennifer Lawrence è una donna incapace di adeguarsi ai canoni sociali e familiari che ci si aspettano da lei, o più semplicemente condannata a fare i conti con un tempestoso malessere davanti allo sguardo inerme del compagno Jackson, interpretato da Robert Pattinson. Al di là dell’indagine sui lati oscuri della maternità, che lo ricollega a …E ora parliamo di Kevin, Die My Love spinge ancora più a fondo l’idea di cinema della Ramsay verso una progressiva frantumazione del realismo. L’unica realtà che conti davvero, per lei, è quella distorta, forsennata, inquietante dei suoi personaggi; pertanto, il modo migliore per raccontarla è assumerne la prospettiva, abbracciarne i demoni e intraprendere insieme a loro il lungo viaggio verso la notte… If you stay, you won’t be sorry.

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Nato a Roma, classe 1985, è stato spinto dalla bulimica passione per la lettura sulla strada dell'insegnamento. Da adolescente scatta il colpo di fulmine per i film di Billy Wilder, Woody Allen e Robert Altman; da allora ama dedicarsi a cinema e dintorni (perlomeno quando non è impegnato a tormentare i propri alunni). La sua massima aspirazione: acquisire la compostezza e il savoir-faire dei personaggi di Isabelle Huppert.