“Mi chiamo Dog, Dylan Dog” Così nel maggio 1986, l’inquilino di Craven Road si presenta nel suo primo storico numero. “Morto in edicola” così lo definì il distributore quando mostrò i dati di vendita a Sergio Bonelli, eppure trentanove anni dopo siamo ancora qua a parlarne. Ma tra alti e bassi, tra rilanci e rinascite, tra zombie e fantasmi c’è un avversario che in tutti questi anni l’Indagatore dell’incubo non è mai riuscito a sconfiggere. La nera signora? L’aumento del prezzo di copertina? No, il grande schermo. Vedere per credere cosa uscì al cinema nel non così lontano 2011. Eppure esiste un film di Dylan Dog, che non è un film su Dylan Dog, che è considerato il miglior film di Dylan Dog.
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Mi chiamo Francesco Dellamorte

“Mi chiamo Francesco Dellamorte. Nome buffo, no? Ho anche pensato di farmelo cambiare all’anagrafe. Andrea Dellamorte sarebbe molto meglio, per esempio.”
Così nel marzo del 1994, il custode del cimitero di Buffalora si presentava al pubblico accorso in sala nella speranza di vedere un film su Dylan Dog, ma trovandosi di fronte ad un oggetto strano, a tratti incomprensibile, indubbiamente affascinante. Il cortocircuito parte dal fatto che, il film Dellamorte Dellamore diretto da Michele Soavi, è tratto da un racconto del 1983 scritta da Tiziano Scalvi, il papà creativo di Dylan. Tre anni prima quindi dell’uscita, poco trionfale al tempo, dell’Indagatore dell’Incubo nelle edicole di tutt’Italia. Eppure Francesco Dellamorte e Dylan Dog sono simili, a tratti speculari, tanto da avere lo stesso volto, scavato e magnetico di Rupert Everett.
Splatter all’italiana

Negli anni 70 e 80 il cinema italiano aveva a suo modo ridefinito il genere horror grazie a registi come Fulci, Bava e Dario Argento, solo per citarne alcuni. Capolavori che il più delle volte non furono capiti all’epoca della loro uscita, declassati a film serie B e trattati come il cugino scemo della famiglia da portare ai matrimoni per fare divertire gli ospiti, ma da rinchiudere poi in soffitta a mangiare lische di pesce per il resto dell’anno. invece film come Reazione a catena, Paura nella città dei morti viventi o il ben più famoso Suspiria, divennero veri e propri cult, osannanti e celebrati da registi che oggi definiamo “maestri del cinema”. Chiedete un po’ al caro vecchio Tarantino che ne pensa. Proprio in quegli anni, sull’onda di quel movimento, Sergio Bonelli decide di portare in edicola un personaggio agli antipodi rispetto ai suoi classici eroi d’avventura. Un improbabile investigatore dell’occulto, ironico, cinico e pieno di paure. Un personaggio praticamente perfetto che intercetta il sentimento dell’epoca.
Dell’Amore

Dellamorte Dellamore invece esce al cinema a metà degli anni 90, quando la parabola dell’horror made in italy stava scemando. Il regista, Michele Soavi, infatti arriva proprio da quel territorio lì fatto di non-morti, sette e assassini seriali. Tanto da essere considerato il degno erede di Dario Argento, con cui collabora a stretto contatto prima di buttarsi in un progetto che ha tutte le ambizioni per puntare al mercato internazionale. Girato in inglese, distribuito negli Stati Uniti, con il terribile titolo di Cemetary Man, e una star di calibro internazionale a campeggiare sulla locandina. Eppure Dellamorte Dellamore non ottiene il successo sperato al botteghino e lascia delusi molti tra critica e pubblico dell’epoca, perché Dellamorte Dellamore è per certi versi una parodia, tanto quanto una lettera d’amore proprio a quel genere horror.
Della Morte

Rivisto oggi, forse con un po’ più di consapevolezza, Dellamorte Dellamore é un film stupendamente affascinante, eppure sbagliato e discontinuo. È onirico e dissacrante come le migliori storie dell’indagatore dell’incubo scritte da Sclavi, ma allo stesso tempo è grottesco e scorretto oltre misura. É inutile, tanto quanto superfluo, provare a trovare una coerenza nella narrazione nel suo sviluppo e soprattutto nella sua conclusione. É un viaggio delirante, e a volte dissonante, in cui noi spettatori siamo seduti nel sedile del passeggero della maggiolone bianco di Francesco Dellamorte, dubbiosi che sia lui a guidare, o che come noi sia solo vittima degli eventi.
L’idea poi di fare interpretare proprio a Rupert Everett, modello di partenza su cui si creò l’icona di Dylan Dog, quello che è a tutti gli effetti l’antesignano di Dylan Dog è, oltre che a una grandissima mossa di marketing, un colpo di genio di casting. Tra l’altro Rupert Everett è completamente a suo agio nell’ assurdità totale del mondo in cui si muove, tanto quanto lo sono tutti i personaggi secondari che sono rappresentazioni sempre più esasperate e stravaganti del Paese reale che vive fuori da Buffalora.
In mezza a tutto questo, a morti che ritornato in vita entro sette giorni, ad autobus carichi di giovani scout, sindaci arrivisti e Anna Falchi che si reincarna in continuazione, Michele Soavi piazza alcune scene di una potenza visiva esagerata. Dimostrazione di un talento e di un gusto fuori scala per il genere. Il tutto corredato da effetti visivi fatti “alla vecchia maniera” che hanno il sapore dolce della nostalgia.
Sul finale, che in qualche modo anticipa i temi del film di American Psycho che da lì a qualche anno avrebbe sconvolto il pubblico statunitense, dimostrando ancora una volta l’incredibile capacità di Sclavi di saper leggere a quel tempo il presente, Dellamorte Dellamore tira le fila di un discorso filosofico e malinconico che pervade tutta la pellicola, spiazzando e ribaltando ancora il punto di vista dello spettatore.
Il lungo addio

I personaggi di Francesco Dellamorte e il suo assistente Gnaghi, verranno poi rispolverati da Roberto Recchioni nel suo ciclo Dylan Dog 666 vero e proprio reboot della serie, che ci sentiamo di dire meritava maggiore spazio e maggiore coraggio editoriale.
Dellamorte Dellamore non fu, come abbiamo già, detto un successo al botteghino, ma col tempo rangiunse uno status di cult, tanto da guadagnarsi il ritorno in sale nel 2024 per celebrare i suoi 30 anni.
Ma Dellamorte Dellamore si porta dietro anche uno strascico di leggende metropolitane, comprovate o meno. Come quella che vuole che il tonfo al botteghino del film, spinse il regista Michele Soavi ad abbandonare il cinema per dedicarsi agli spot pubblicitari e alla fiction. O quella che vuole Martin Scorsese definire Dellamorte Dellamore il miglior film italiano degli anni 90, o che Quentin Tarantino dopo averlo visto abbia contattato Soavi per fargli dirigere Dal Tramonto all’alba.
Quello che di sicuro resta, oltre ad un film forse in anticipo sui tempi, perché fuori dal tempo e dalle logiche di mercato, sono le dichiarazioni che rilasciò anni dopo Rupert Eeverett:
Amo Dellamorte Dellamore, è incredibile […] É difficile portare al cinema una storia del genere, mi sarebbe piaciuto tornare a recitare in quel ruolo.
E noi Rupert, non possiamo che essere d’accordo con te, d’altronde Tra morti viventi e vivi morenti, siamo tutti uguali.



