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Stanley Kubrick è morto e anche la nostra soglia dell’attenzione non si sente tanto bene. Anzi, è ai minimi storici. Il mondo va di corsa, siamo costantemente bombardati di contenuti (e stimoli) visivi e noi siamo diventati sempre più impazienti. Giusto per capirci: vari studi compiuti da multinazionali come Microsoft affermano che la durata media di visione, davanti a un contenuto social, tocca un picco massimo 8 secondi. La brutale domanda che vogliamo porci in questo scenario desolante è: “In che modo i tempi, i ritmi e il linguaggio dei social stanno influenzando e cambiando il cinema?”. La prima riposta ce la suggerisce il nostro caro Matt Damon, che qualche mese fa, durante un podcast in cui stava presentando il suo nuovo film Netflix The Rip ha detto che lo streaming ha cambiato profondamente il modo in cui si “costruiscono” i film. Perché? Perché si parte da un’amara consapevolezza: il pubblico, a casa, guarderà il film in maniera molto distratta, col telefono in mano e magari interrompendo più volte la visione del contenuto.

Matt Damon e Ben Affleck nel film Netflix The Rip - © Netflix

A tal proposito Matt Damon ha detto: “I film devono avere un gancio immediato per evitare che lo spettatore abbandoni la visione dopo pochi minuti. Così le prime scene sono piene di elementi adrenalinici. Prima la struttura standard dei film action era questa: Una nel primo atto, una nel secondo, una nel terzo. Adesso le major dello streaming ci chiedono di inserirne una davvero spettacolare nei primi minuti, perché vogliono che la gente resti. Per non parlare dei dettagli della trama, che vengono ripetuti tre o quattro volte nei dialoghi perché le persone sono al telefono mentre guardano“. Questo discorso di Matt Damon ci dà un assist perfetto per ragionare su come i social hanno rivoluzionato il nostro modo di guardare le cose. E come, di conseguenza, l’industria cinematografica si sia adeguata a questi cambiamenti. In questo articolo cercheremo di analizzare questi cambiamenti soffermandoci su tre temi: ritmo, inquadratura e trend. Ovviamente parliamo di cinema pop e mainstream, perché il cinema d’autore segue altre logiche.

Il ritmo forsennato

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Tom Hardy in una delle scene più iconiche di Mad Max: Fury Road – © Warner Bros.

Partiamo dal problema sollevato da Matt Damon. Quello del ritmo che ha condizionato l’elemento fondamentale del cinema: il montaggio. Il montaggio è la scrittura finale di un film e incarna l’anima stessa della settima arte. Perché, per quanto tu possa scrivere o girare il film più del mondo, sarà sempre il montaggio a valorizzare o distruggere quel lavoro. Ora, visto che il mondo va sempre più veloce, i social hanno cavalcato questa frenesia a tratti isterica il nostro ritmo del consumo davanti ai film è cambiato profondamente. Fateci caso: quante volte un film viene sminuito o trovato noioso perché “troppo lento”? Certo, a volte i cali di ritmo sono un difetto evidente di un’opera, ma non è sempre detto che la lentezza sia un male. Facciamo un esempio recente abbastanza significativo: Denis Villenueve. Il regista canadese ha avuto il coraggio di portare un ritmo molto compassato all’interno del cinema mainstream. Pensiamo a Blade Runner 2049 o allo stesso Dune (soprattutto il primo). Sono film che hanno una cifra stilistica precisa: sono film pazienti, che vogliono avvolgere lo spettatore grazie al potere evocativo delle immagini. Campi lunghi che danno ampio respiro all’ambientazione, primi piani che si soffermano sui volti dei personaggi (spesso muti), e scene d’azione che irrompono all’improvviso dopo una certosina costruzione della tensione. Insomma, i film di Villeneuve richiedono pazienza e si fidano dell’attenzione del pubblico.

Dune - Parte due
Immagine tratta da Dune – Parte due – © Warner Bros.

In questo Nolan, invece, tende a essere più didascalico. Nei suoi film, spesso, i dialoghi sottolineano quello che già si vede sullo schermo, violando la sacra regola dello “show, don’t tell“. È un compromesso che nolan trova, in maniera unica e invidiabile, riuscendo a proporre un cinema che è sia autoriale (coerente con una sua poetica) che popolare. E gli incassi dei suoi film lo dimostrano ogni volta. Tra l’altro, fateci caso, a proposito del successo di Odissea, va detto che il film dura quasi tre ore, è vero, ma ha un ritmo molto alto, che nella seconda metà (diciamo dalla scena dell’Ade in poi) accelera notevolmente. Sono solo due esempi emblematici che ci confermano che negli ultimi dieci-quindici anni qualcosa è cambiato nel modo in cui i film vengono girati e montati. Con Hollywood che si è dovuta adattare a un pubblico cresciuto sui social. La domanda da porci è soprattutto una: è solo un impoverimento o un’evoluzione? La risposta, secondo noi, è la più semplice e banale di tutte: dipende. Dipende da come gestisci e abbracci un cambiamento di linguaggio inevitabile. Visto che il cinema è specchio del mondo, ed è sempre cambiato con lui.

Un frame del film
Un frame del secondo film dello Spider-Verse – © Sony Pictures

Un esempio? Per noi i film animato dello Spider-Verse incarnano a meraviglia i ritmi frenetici dei nostri tempi. Sono film in cui il ritmo è serratissimo, dove le immagini scorrono via veloci e in cui il pubblico viene davvero travolto da una marea di immagini, colori ed effetti visivi quasi impossibile da cogliere tutti assieme. Da una parte è un cinema figlio di tiktok, perfetto nel rivolgersi a un target giovane che parla quel linguaggio, dall’altra però è anche un approccio coerente con quello che stai raccontando. Si parla di adolescenza, di multiverso, quindi di caos e tumulti interiori. Così la frenesia diventa uno stato d’animo perfetto che si ripercuote sul linguaggio cinematografico dei migliori film animati degli ultimi anni. E lo stesso discorso, se vogliamo, si potrebbe fare con Arcane. Ma facciamo altri esempi per parlare di ritmo. Negli ultimi anni, nei film, c’è stato un netto calo di quello che tecnicamente viene chiamato Average Shot Length, ovvero la durata media di un’inquadratura. Negli anni ’60-’70 un film aveva piani da 8-10 secondi, oggi spesso si scende sotto i 2-3 secondi, soprattutto in film action e blockbuster. Per non parlare poi della durata media di una sequenza completa, che nei blockbuster (pensiamo ai film del Marvel Cinematic Universe) durano in media 90 secondi, ovvero la durata media di un reel su Instragram. Lo confermano anche i “cold open”, ovvero scene di impatto che spesso aprono il film ancora prima dei titoli di testa. Sono veri e propri ganci emotivi, come quelli dei reel, che vogliono catturare l’attenzione del pubblico promettendo sequenze interessanti che torneranno prima o poi durante la visione. Lo stesso vale per lo sdoganamento del jump cut, ovvero dei tagli bruschi all’interno della stessa inquadratura. Una tecnica che prima era considerata un grave errore di grammatica nel linguaggio del cinema, un vero e proprio errori di montaggio, ma che adesso è stato normalizzato.

L’inquadratura

Anne Hathaway è Penelope in Odissea
Anne Hathaway è Penelope in Odissea – © Universal

Ora arriviamo alla grande rivoluzione copernicana. I social hanno stravolto l’orizzontalità del cinema a favore della verticalità. Oggi la maggior parte delle immagini che vediamo con i nostri occhi sono in formato 9:16, con il classico formato orizzontale 16:9 letteralmente ribaltato. Un cambio di rotta che ha cambiato moltissimo la composizione delle inquadrature all’interno dei film. Fateci caso: proprio come nei reel in cui siamo abituati a vedere volti o mezzibusti, anche i film si stanno riempiendo di primi piani e mezzibusti, recuperando un’impostazione molto televisiva. Il cinema si sta adeguando abbandonando, soprattutto in streaming, campi lunghi e inquadrature molto larghe e ariose. Ovvero immagini che, viste e fruite su uno smartphone, non potrebbero essere gustate nella loro interezza, perdendo così tanti elementi presenti sullo schermo, che risulterebbero troppo piccoli da vedere. E, visto che parliamo di composizione dell’immagine, arriviamo all’alto elemento emblematico, ovvero la centratura dell’azione. Personaggi ed elementi fondamentali dei film vengono posizionati al cento dell’inquadratura proprio per essere leggibili anche in formato verticale.

Un frame di The French Dispatch – © Fox

Ma se Wes Anderson era instagrammabile ancor prima di instagram, visto che la sua fissazione per la simmetria rende i suoi film perfetti per i social, tantissime major pensano alcune scene-madri per essere fruibili on line in formato verticale. Facciamo un esempio recente: in tanti hanno notato come il trailer del prossimo Classico Disney Hexed rispetti questa centralità degli elementi focali in modo quasi ossessivo. Nel trailer è tutto al centro dell’inquadratura, in modo da non perdere elementi fondamentali. A questo aggiungiamo un alto elemento preso in considerazione quando si compone un’inquadratura: la presenza dei sottotitoli, onnipresenti nei contenuti pubblicati sui social, visto che molte persone guardano reel e shorts senza audio. Questo fa sì che in basso ci sia sempre aria per i sottotitoli in modo che non si sovrappongono a immagini che li renderebbero meno leggibili. A proposito di verticalità, va detto che formati come l’IMAX sono un’intelligente compromesso per il cinema di oggi. Da una parte premiano l’esperienza in sala puntando su schermi grandi e immagini più immersive, dall’altra premiano un’immagine più alta che larga, che strizza l’occhio alla verticalità social.

A caccia di trend

I meme di Leonardo DiCaprio

E infine, eccoci qui. Alla disperata caccia di tormentoni replicabili. Che siano balletti, espressioni goffe o qualsiasi manifestazione di Leonardo Di Caprio, anche la “memizzazione” è entrata nel linguaggio del cinema pop. Molto spesso alcuni film vanno forzatamente alla ricerca della scena ruffiana che possa essere anche tolta dal suo contesto e replicata sui social. L’esempio di decontestualzzazione più emblematica rimane la scena di Mercoledì, dove la scena del ballo è stata stravolta cambiando la canzone in sottofondo, ma ultimamente tanti film hanno generato volutamente o meno dei meme. Pensiamo a quelli di Odissea, di Dune, a DiCaprio col dito indice puntata in C’era una volta a…Hollywood o a goffi tentativi come quello del sequel di Beetlejuice, che ha sfruttato la presenza Jenna Ortega per provare a rendere virale un altro balletto (senza riuscirci). Gli esempi recenti di tentativi di meme falliti sono tantissimi: ne abbiamo rintracciati alcuni nel film di Dungeons & Dragons (quando il volto del perosnaggio di Chris Pine si deforma in modo ridicolo e grottesco) o nel recente Masters of the Universe, film che ha ricreato i celebri meme del franchise per tutta la durata del film. E non dimentichiamo quello che viene definito l’effetto “trailer-ification”: ovvero film che vengono montati pensando già ai trailer/clip virali che ne verranno estratti, alcune scene sembrano progettate per diventare uno spezzone da 15 secondi su TikTok, con battute o sequenze volutamente autosufficienti.

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Nato a Bari nel 1985, ha lavorato come ricercatore per l'Università Carlo Bo di Urbino e subito dopo come autore televisivo per Antenna Sud, Rete Economy e Pop Economy. Dal 2013 lavora come critico cinematografico, scrivendo prima per MyMovies.it e poi per Movieplayer.it. Nel 2021 approda a ScreenWorld, dove diventa responsabile dell'area video, gestendo i canali YouTube e Twitch. Nel 2022 ricopre lo stesso ruolo anche per il sito CinemaSerieTv.it. Nel corso della sua carriera ha pubblicato vari saggi sul cinema, scritto fumetti e lavorato come speaker e doppiatore.