“Gli daremo dei vestiti nuovi. Quelli vecchi li lasciamo nell’armadio”. È ciò che pronunciano Otone e Kensuke (la madre e il padre), nella scena in cui si trovano a dover scegliere i vestiti che indosserà il robot umanoide destinato a sostituire Kakeru, il figlio scomparso due anni prima in un incidente stradale. In questa battuta di dialogo, apparentemente marginale, emerge uno dei legami più profondi tra Sheep in the Box e l’intera filmografia di Hirokazu Kore-eda, che continua a indagare il nucleo familiare e i legami che si sviluppano al suo interno. Nel suo cinema ricorre più volte il momento della vestizione, un gesto attraverso il quale l’adulto tenta di definire il bambino e di attribuirgli un’identità. I più piccoli diventano così oggetto delle proiezioni degli adulti (come se fossere delle bambole), e specchio delle loro mancanze. Pensiamo a Father and Son (2013), dove sono i genitori a decidere del piccolo Keita, cresciuto in una famiglia benestante con un padre che vorrebbe farne un talento del pianoforte, a dispetto delle resistenze e dei desideri del bambino. Qui la figura paterna, sempre sotto la lente di ingrandimento del regista giapponese, sembra incapace di accettare che il figlio possa diventare altro rispetto a ciò che immagina per lui.

O in Un affare di famiglia (2018), dove alla piccola Yuri, nel corso della storia, viene dato addirittura un altro nome, Rin, dopo il taglio dei capelli e il rinnovo del guardaroba da parte della “famiglia adottiva”. Eppure, è proprio qui che Yuri sperimenta per la prima volta una forma di affetto che i genitori naturali, violenti e trascuranti, non erano in grado di offrirle. In Nobody Knows (2004) i bambini vengono addirittura abbandonati e costretti a diventare adulti prima del tempo. È il caso di Akira, il maggiore, che diventa il punto di riferimento per i fratelli. Così, proprio coloro che sembrano avere meno peso all’interno della famiglia, finiscono spesso per diventarne la coscienza morale. Non sono gli adulti a educare i bambini, ma sono questi ultimi, con la loro capacità di vedere e dire ciò che gli altri rimuovono, a portare gli adulti a crescere. In Father and Son è Keita a mettere progressivamente in discussione l’idea di paternità del padre; in Nobody Knows l’assenza della madre costringe i bambini a costruire autonomamente una forma di famiglia; in Un affare di famiglia sono i più piccoli a mettere in discussione la moralità dei padri (ancora una volta sono questi ultimi a finire sotto osservazione) e, attraverso la loro onestà e spontaneità, possono aprire un varco verso il mondo affettivo che permette la costruzione di relazioni autentiche, nelle quali potersi finalmente riconoscere come genitori e figli.
I nuovi legami

Kore-eda si muove quasi sempre all’interno di forme familiari non convenzionali, interrogandosi su ciò che ne determina davvero l’autenticità. Perché non sono necessariamente i legami di sangue a definire una famiglia: i “nuovi legami”, come vengono chiamati in Un affare di famiglia, possono rivelarsi più autentici e significativi di quelli biologici. In Sheep in the Box questa dinamica viene portata alle sue estreme conseguenze. Non riguarda soltanto le relazioni tra i personaggi – la sostituzione di un bambino reale con un bambino artificiale – ma è inscritta nel contesto stesso in cui questi si muovono: lei, architetta, e lui, che gestisce un’impresa edile, vivono sospesi tra tradizione e modernità. È proprio attraverso questo futuro non troppo lontano che Kore-eda torna, paradossalmente, alle domande più antiche del suo cinema: che cosa rende una famiglia una famiglia? Quanto è condizionato l’amore genitoriale da bisogni e desideri egoistici?
In Sheep in the Box, presentato in Concorso al Festival di Cannes 2026 e nelle sale italiane dal 27 agosto distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione, una coppia si trova a dover elaborare il lutto del figlio. Il dolore è talmente devastante e inestinguibile che i personaggi decidono di aderire a un programma, “REbirth”, che offre un surrogato robotico dotato delle fattezze e della voce del figlio perduto, costruito a partire dai ricordi che i genitori conservano di lui: video, fotografie, oggetti, e vestiti (per l’appunto). Ed è proprio la scelta dei vestiti a rendere evidente l‘ambiguità del gesto. Otone e Kensuke non stanno semplicemente decidendo come vestire il figlio (s)perduto: stanno scegliendo quali tracce del figlio conservare e quali, invece, riporre “in un armadio”. Per accogliere il nuovo Kakeru è necessario, almeno apparentemente, mettere da parte quello vecchio. Ma il lutto, sembra suggerire Kore-eda, non può essere archiviato con la stessa facilità con cui si sistema un guardaroba.
Un bambino senza età

Come spesso accade nei film di Kore-eda, l’approccio della figura materna è diverso da quello paterno: lei si affeziona immediatamente al robot, si lascia attraversare dall’emotività, è più accogliente e accomodante; lui invece è scettico, severo, incapace di abbandonarsi fino in fondo a quella messinscena. La relazione tra i tre componenti della famiglia finisce progressivamente per riaprire vecchie ferite, perché il robot, costruito dagli adulti per svolgere una funzione precisa – alleviare il dolore e restituire l’illusione di una persona perduta – comincia a sottrarsi al ruolo che gli è stato assegnato. Esattamente come i bambini “veri” del cinema di Kore-eda, anche il nuovo Kakeru sviluppa una propria soggettività, crea nuovi legami e diventa qualcosa di diverso da come gli adulti lo avevano pensato.
Ed è qui che Sheep in the Box compie un passaggio originale nel cinema di Kore-eda: a consentire agli adulti quel percorso di crescita che non riescono a compiere è un bambino che, in realtà, bambino non è. Nei film precedenti del regista, i più piccoli sono costretti a diventare maturi perché gli adulti hanno fallito: la loro saggezza nasce dalla necessità, dall’abbandono, dalla responsabilità che sono costretti ad assumersi troppo presto. Kakeru è diverso. Non è un bambino che ha dovuto imparare a essere adulto: viene consegnato ai suoi genitori già intrinsecamente maturo, infuso di conoscenza e di scienza. È una creatura costruita dagli adulti che, paradossalmente, finisce per possedere ciò che a loro manca. E così Kakeru diventa progressivamente lo specchio attraverso cui Otone e Kensuke sono costretti a mettersi a nudo, a confrontarsi con il lutto, con le proprie responsabilità e con l’impossibilità di continuare a vivere dentro l’immagine che hanno costruito del figlio.
La tecnologia per tornare alla famiglia

Come si è osservato, nel cinema di Kore-eda sono spesso i bambini a crescere prima degli adulti. In Sheep in the Box, a insegnare agli adulti come diventare tali è, per la prima volta, un bambino artificiale. Il regista inserisce la tecnologia per attualizzare la sua poetica. Forse è anche per questo che il film risulta più concettuale e, forse, meno coinvolgente sul piano emotivo rispetto ai film precedenti, poiché, a tratti, sembra prevalere l’esperimento teorico. Ma è proprio attraverso questo espediente che il film porta a compimento una dinamica ricorrente nel cinema del regista. Quella per cui è il figlio a diventare genitore dei propri genitori: è lui a consentire loro quel passaggio alla maturità che non sono riusciti a compiere da soli.
Anche qui il coming of age lo compiono gli adulti e, in questo senso, il finale è lampante: i genitori favoriscono la libertà del proprio figlio, anche se equivale a staccarsi da lui definitivamente. Costruiscono per lui e per la sua nuova famiglia, composta dagli altri bambini – che tanto ricordano i bambini sperduti di Peter Pan sull’Isola che non c’è – una nuova casa, grazie alle loro competenze e alla loro esperienza professionale. Finalmente i genitori non sono più alle prese con le “case per le bambole” (così sembravano i modellini caratterizzanti i progetti di lavoro della madre, anche grazie al punto di vista della macchina da presa scelto da Kore-eda), ma con una idea concreta di progettualità per il proprio figlio. “È stato lui ad abbandonare noi, alla fine”. “Prima o poi succede a tutti i genitori, no?”. È questo che si dicono Otone e Kensuke mentre osservano il figlio prendere la propria strada ed è qui che si compie la presa di coscienza e il passaggio a una nuova maturità. La fine della resistenza da parte dei genitori nel loro attaccamento verso il passato “umano” del figlio. Nel costruire (letteralmente) per lui un futuro, compiono finalmente un atto d’amore, che corrisponde al lasciarlo andare e ad accettare la sua vera natura.
Vestire il futuro

L’elaborazione del lutto non avviene nel tentativo di trattenere il passato – o meglio, non soltanto, perché il film resta profondamente permeato dalla tradizione giapponese – ma soprattutto attraverso uno sguardo fiducioso e progettuale rivolto al futuro. È ciò che rappresenta, prima di tutto, l’albero piantato all’ingresso della casa, che i genitori continueranno ad annaffiare su suggerimento del figlio al momento dell’addio. Il rapporto tra futuro e tradizione è anche rappresentato dall’abitazione dei protagonisti, che non dà l’impressione di essere un oggetto tecnologico, nonostante il film sia ambientato nel futuro. Al contrario, è una casa organica, con travi di legno a vista. Il legno ha un ruolo simbolico importante all’interno film, perché è un materiale che continua a vivere oltre alla morte.
Il paradosso è che i genitori, pur essendo umani e nonostante la loro professione (in una scena, ad esempio, vediamo il padre che lavora il legno; mentre la madre progetta per i suoi clienti case dallo stile tradizionale, la casa “francese” rappresenta infatti “il piano b”), cercano di controllare la morte attraverso la tecnologia, mentre il bambino robot, che la tecnologia la rappresenta, diventa il personaggio più capace di entrare nella dimensione naturale (tradizionale). È da questo ribaltamento che nasce la necessità di tornare a immaginare il futuro – così difficile da vestire in un tempo come il nostro, caratterizzato da crisi e conflitti. Uno sguardo che non può evitare di possedere una deriva ecologista a lungo termine. Sono questi, allora, i vestiti nuovi che dovremmo imparare a indossare?
