Come esseri umani abbiamo sempre vissuto in un algoritmo, ben prima che le reti sociali e le piattaforme streaming lo rendessero palese. Ci siamo sempre circondati di persone che, più o meno, confermavano ciò che pensavamo del mondo, ci siamo fidati dei consigli di chi ritenevamo affine, abbiamo sempre pensato che ciò che accadeva intorno a noi fosse al contempo la norma e la cosa più importante del mondo. Così per accorgerci degli altri abbiamo dovuto far tesoro delle epifanie. Vale anche per il cinema. Per esempio, come spettatori occidentali abbiamo sempre creduto che il cinema della nostra parte del mondo fosse il più importante, quello su cui regolare gli orologi della Storia. Poi nell’agosto del 1950, a Venezia, abbiamo visto Rashomon e Akira Kurosawa ci ha svelato cosa fosse il cinema giapponese, aprendo per la prima volta le porte all’Oriente; all’inizio degli anni ’70, Bruce Lee ci ha rivelato i segreti del cinema di arti marziali. E poi arriviamo al 2000, al 16 maggio, a Cannes.
Il wuxia, film storici di cavalieri spadaccini realizzati in Cina e a Hong Kong fin dalla fine del muto, non era sconosciuto come lo era l’intero cinema asiatico negli anni ’50, ma a conoscerlo al di qua degli Urali c’era un ristretto gruppo di cinefili che godeva di Chang Cheh e King Hu. Quel giorno, quando fuori concorso venne proiettato La tigre e il dragone di Ang Lee, con la platea in ovazione dopo la prima sequenza d’azione, il mondo scoprì il cinema dei cavalieri volanti, del romanticismo ultraterreno, delle acrobazie impastate di stupore e morte: l’epica di un sub-continente, un po’ come il western lo è degli Stati Uniti.
La svolta di Ang Lee

Lee, taiwanese a cavallo degli USA, veniva da un successo indipendente (Tempesta di ghiaccio) e da un flop clamoroso (Cavalcando col diavolo) e voleva rendere omaggio al cinema della sua terra madre, a quel genere che aveva inventato forme di regia, fotografia e montaggio ancora oggi modernissime. Con lo sceneggiatore James Schamus, prese il quarto romanzo della pentalogia di Wang Du Lu, lo fece smussare da Wang Hui-Ling e Tsai Kuo Jung e si immerse nel romanticismo fuori moda – e per questo vincente, in epoca di imminente retromania nostalgica – raccontando della leggendaria spada Destino Verde, donata dal guerriero Li Mu Bai (Chow Yun-Fat) al signore di Pechino al termine della sua vita da guerriero, ma presto rubata da una misteriosa ladra, che si rivela essere la ribelle Jen Yu (Zhang Ziyi), addestrata segretamente dalla criminale Volpe di Giada (Cheng Pei-Pei); ad aiutare Li, ci sarà una sua vecchia amica, Shu Lien (Michelle Yeoh).
Il film fu costruito come grande omaggio all’epoca d’oro del genere, quella che parte nella seconda metà degli anni ’60 e percorre tutti gli anni ’70, ma soprattutto come veicolo per esportare un modo di concepire il cinema, prima che l’azione e lo spettacolo, anzi, un modo di raccontare e dare forma al mondo: lo dimostreranno tutti i film che da qual momento in poi arriveranno anche in Europa e USA, grandi produzioni contese anche da registi di sistema, come Zhang Yimou che approfittò del clamoroso successo del film per costruire un mirabile trittico, Hero, La foresta dei pugnali volanti e La città proibita, con cui adattare la poetica del genere, spesso ribelle o quanto meno refrattaria all’autoritarismo, alle logiche del regime cinese.
Arte in movimento

Restando però al film di Lee, il vero grande buco che aprì nel cuore e nelle teste degli spettatori era poter fondere un ricercato estetismo degno delle più pure esperienze autoriali (cose che erano, appunto, i magnifici film di King Hu), il sentimentalismo romanzesco della letteratura e del cinema popolari, con un’idea di spettacolo e azione fuori dal tempo, che rifiutava la computer grafica e le animazioni digitali proprio nel momento in cui avevano preso il potere e l’industria, come un ultimo gesto di riappropriazione dei corpi e della materia a cui contribuirono la fotografia di Peter Pau e, soprattutto, le coreografie di Yuen Woo-ping, uno dei massimi realizzatori di sequenze d’azione della storia del cinema, quello che ha reso Matrix la rivoluzione che è: Yuen, regista a sua volta, elaborò una serie di movimenti che sfruttavano le capacità acrobatiche degli attori e la tecnica preferita del coreografo, il wire-fu, con dei cavi che permettevano di vincere la sfida contro ogni possibile legge di gravità.
I leggiadrissimi voli sui tetti e le tegole delle case (il villaggio di Hongcun), gli scontri di spade che si giocano su dimensioni diverse, la regia che accelera, vola e plana in nettissimo contrasto con la ieraticità dei personaggi, specie quelli adulti, che meditano (letteralmente) il ritiro, o l’appassionata vita di quelli giovani. Il film ricapitola i punti salienti del genere e li reinventa per un pubblico globale e più “raffinato”, per renderli aperti al pubblico, valga la scena della taverna, classico di ogni wuxia che si rispetti.
Un ultimo baluardo

E poi, il capolavoro del film, che è un omaggio, ma anche una nuova pietra angolare per il futuro (appunto, Zhang ha preso più di una nota): il duello tra gli alberi di bambù, il punto di incontro tra lirismo e puro movimento cinetico, una delle vette dell’intera arte di Yuen, che proverà 16 anni dopo a dirigere un seguito, Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny, ma fallirà completamente, perché le sue coreografie sono spezzettate dal montaggio, a causa di attori non sempre adatti, e, cosa ancora più grave, perché è un film ancora più omologato alla nascente estetica delle piattaforme, alla globalizzazione linguistica e fonetica di un film tutto recitato in inglese.
E pensare che all’uscita, ma anche un po’ oggi, i fan del genere, i felici pochi custodi del culto, si lamentarono per la leziosità di La tigre e il dragone, per l’approccio estetico e, più di ogni altra cosa, per aver sdoganato il wuxia anche ai non adepti e averlo fatto scendendo a patti con il mondo. A ripensarci oggi, a rivederlo oggi, il film di Lee è un ultimo baluardo, la frontiera residua prima della rivoluzione CGI: un gesto romantico contro il mondo che avanza, in nome di un cinema che si rifiuta di morire.
