Nel 2021, riadattando l’omonimo racconto firmato da Joe Hill (figlio d’arte del maestro della narrativa horror contemporanea, Stephen King), il regista, sceneggiatore e produttore Scott Derrickson metteva a segno il miglior film della propria carriera. Fin dal suo debutto dietro la macchina da presa nel 2000 (Hellraiser – Inferno), Derrickson si è specializzato nell’horror nelle sue più varie declinazioni, dalle possessioni demoniache (The Exorcism of Emily Rose, Liberaci dal male) al thriller di fantascienza (il remake di Ultimatum alla Terra) – non sempre con esiti convincenti, a dire il vero, ma ottenendo i risultati più solidi laddove, come in Sinister, si allontanava da formule consuete per rielaborare i codici del genere in maniera più coraggiosa e intimamente disturbante.
Nel caso di Black Phone, thriller soprannaturale con temi e atmosfere prettamente kinghiani (un marchio di famiglia, evidentemente), Scott Derrickson non inventava nulla di nuovo, ma costruiva un’opera in grado di amalgamare mirabilmente suspense, violenza e coming of age. Un successo, anche di pubblico, sfociato quattro anni più tardi in Black Phone 2, scritto sempre dal regista in coppia con il fedelissimo co-sceneggiatore C. Robert Cargill: un sequel che persegue il non facile compito di ‘riesumare’ l’atroce maschera del Rapace, serial killer di minorenni dietro il cui ghigno mostruoso si annida lo sguardo di un irriconoscibile Ethan Hawke. Rispettare la natura del film-capostipite evitando al contempo i rischi dell’effetto-fotocopia: un proposito che, a conti fatti, si può considerare raggiunto.
Finney e Gwen Blake: ritorno all’orrore

Una prima scelta vincente, in tal senso, è stata quella di spostare la prospettiva sulla vicenda: se Black Phone assumeva come personaggio-focalizzatore Finney Blake (ruolo d’esordio per l’allora tredicenne Mason Thames), in Black Phone 2 l’attenzione degli spettatori è diretta maggiormente su sua sorella Gwen (affidata ancora una volta a Madeleine McGraw). Questo sequel approfondisce i poteri paranormali della ragazza (quelli che lei per prima considera una maledizione), introducendoci alle immagini misteriose e inquietanti che popolano i suoi incubi – incluso lo squillo del famigerato telefono nero del titolo.
Finney invece, in questo caso, è un deuteragonista intenzionato a soffocare il peso del suo trauma, fra atteggiamenti scostanti ed esplosioni di rabbia. Ha sconfitto il Rapace, ma la sua sopravvivenza non sembra essersi tradotta in un presente di serenità, mentre le visioni del defunto spauracchio continuano a stuzzicare la sua furia. In una scena semplice ma significativa lo vediamo solo sul divano del salotto, di sera, in uno stato semi-catatonico di fronte alla TV che trasmette un (fittizio) video di Subways of Your Mind dei Fex, perla nascosta della new wave europea (l’avventurosa vicenda di questa canzone costituirebbe una storia a sé). È un richiamo alla cultura giovanile dell’epoca, dal synth-pop alla diffusione dei canali musicali, ma pure un frammento emblematico della progressiva alienazione del giovane.
L’indagine dell’incubo, sulle tracce del Rapace

Se Finney vorrebbe rinchiudersi in un silenzioso tormento, stavolta è Gwen ad assumere la funzione dell’eroina più intraprendente, convincendo suo fratello e un loro compagno di scuola, Ernesto Arellano (Miguel Mora), a partire per Alpine Lake Camp, un campo giovanile sepolto fra le montagne del Colorado, come le suggeriscono gli indizi disseminati nei suoi sogni. Ed è appunto questo mondo onirico, messo in scena con una fotografia grezza e sgranata da ripresa in Super 8, a offrire l’elemento di maggior suggestione del film: un territorio liminare fra realtà, ricordo e allucinazione che ci fa reimmergere nelle tenebre della prigione del Rapace, ma in cui prendono forma anche altre figure spettrali, incatenate a un limbo da cui invocano giustizia.
Ancor più che nel primo Black Phone, il soprannaturale diventa così teatro dell’inconscio dei personaggi (Gwen in primis), ma pure un altro scenario narrativo in cui si consuma il canonico, logorante confronto fra il bene e il male. Uno scenario che dalla sua iniziale, angosciosa indefinitezza si tramuta via via in qualcos’altro, soprattutto da quando Gwen, Finney ed Ernesto si ritrovano nella gelida solitudine del campo-vacanze fra le Rocky Mountains: una dimensione parallela che, nelle sue dinamiche interne, rimanda direttamente al classico Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven.
Echi di Nightmare in un sequel fra atmosfera e azione

Questa manifestazione esplicita dell’orrore all’interno dei sogni di Gwen, con la relativa ricomparsa del Rapace come novello Freddy Krueger assetato di vendetta, segna l’inesorabile svolta nell’intreccio del film, ma paradossalmente anche il suo limite intrinseco: è il momento in cui Black Phone 2, da ulteriore incursione in un universo dai contorni alla Stephen King, vira in direzione di una sorta di slasher in stile Nightmare, per l’appunto, con Gwen impegnata a sottrarsi alle grinfie del villain di turno in un campo di battaglia onirico mentre, da sveglia, collabora insieme a Finney ed Ernesto per portare alla luce una verità in grado di liberarli dal male.
Da qui in poi Black Phone 2 privilegia dunque il dinamismo dell’azione, proseguendo lungo binari senz’altro più prevedibili, ma riuscendo comunque a farci parteggiare per questo terzetto di teenager – con annessi ‘aiutanti’ – di cui ci rappresenta con discreta efficacia le paure, i palpiti e il desiderio di conquistarsi un proprio equilibrio, a dispetto delle sofferenze che sono stati costretti a patire. Stavolta forse non basterà per farci gridare al miracolo, ma nell’ambito dell’horror mainstream, rispetto ai brividi preconfezionati dell’ennesimo The Conjuring, quella realizzata da Scott Derrickson e soci risulta una proposta assai più apprezzabile – capace di sprigionare, come nella scena di chiusura, perfino qualche scintilla di autentica emozione.



