Uno dei presupposti fondamentali affinché il Cinema funzioni è di raccontare la meraviglia attraverso le immagini. Non si parla semplicemente di spettacolo, ma di quell’insieme di sensazioni che legano il racconto al vissuto, suscitando emozioni. Qualsiasi creativo arriva a quel momento fatidico in cui si trova faccia a faccia con la sua rappresentazione dell’amore. Kogonada (pseudonimo di Park Joong Eun, che in Italia si conosce ancora troppo poco) non era certo un regista da cui aspettarsi un’opera come A big bold beautiful journey. Il suo After Yang aveva affascinato per la sua atmosfera rarefatta, sottile e incredibilmente elegante, senza mai lasciar presagire un’intenzione espressiva così accessibile. Eppure ci troviamo qui, con il cuore in subbuglio e la mente ancora immersa in un mare di solitudini imperfette, ancorate alle (remote) possibilità di incrociarsi.
Questo grande, folle viaggio (perché di tale si tratta, al di là del titolo), in sala con Eagle Pictures, è una di quelle produzioni che escono fuori dal nulla con l’ambizione di stupire chiunque: pubblicizzata sin dal primo giorno come una nuova commedia romantica, la fantasiosa e bizzarra creatura del regista è in realtà un progetto molto più profondo – di quelli che puntano a cogliere le sfumature intime dei drammi e che abbracciano l’introspezione come fonte infinita di riflessioni. Un’opera difficile da gestire, non a caso rimasta per anni nella lista nera di Hollywood: troppi percorsi da seguire, troppe strade da tracciare con il rischio di perdersi senza trovare una direzione chiara.
Anche nella sua fragilità, A big bold beautiful journey non ha paura di cadere: sa di avere alle spalle uno sguardo che sa ancora sognare e davanti a sé due anime sensibili che credono ancora nella forza più potente della settima arte. Anche a passo incerto, Kogonada ci ricorda che vale sempre la pena tentare.
Liberaci dall’amore

Guardare A big bold beautiful journey senza la minima preparazione è un’esperienza davvero curiosa: in alcuni momenti si sente il peso di un romanticismo esasperato, poi di un nichilismo esistenziale che penetra fin nelle ossa, poi ancora una fantasia sfrenata che strizza l’occhio al cinema on the road. La coppia al centro del racconto, formata da due giganti come Colin Farrell e Margot Robbie, si muove in bilico tra mondi distanti: cuore e memoria, padri dell’esperienza, si fanno custodi di un mondo alieno in cui affrontare se stessi può portare alla catarsi. Un dedalo di porte, isolate nel nulla, che permetta di trovare consapevolezza, sollievo, dolcezza.
Come un percorso a tappe in cui superarsi, capirsi con (e attraverso) l’altro, trovando nuove strade. Il film di Kogonada non potrebbe mai funzionare se seguisse percorsi prestabiliti: per un progetto basato sul sentimentalismo più puro, l’equilibrio diventa fondamentale. Forse manca proprio quella rarefazione che aveva affascinato nei lavori precedenti del regista, quel rigore formale che ne scandiva i toni, ma al netto di lacune e rischi, questo cinema resta un tentativo delicato di raccontare l’amore moderno. Se è vero che nel Cinema non contano soltanto le intenzioni, Kogonada può dirsi fiero di sperimentare davvero, scavando a fondo tra una porta e l’altra in cerca di ciò che resta del sentimento più puro.
Il viaggio assume quindi un peso molto più simbolico che reale: una ricerca del tempo perduto per cogliere i nessi tra emotività spezzate e sensibilità perdute.
La musica del cuore

L’approccio di A big bold beautiful journey è prima di tutto introspezione: se la vita è un viaggio e l’amore il momento in cui accogli un compagno lungo la strada, bisogna essere pronti a lasciarlo entrare – e, di conseguenza, a lasciarsi andare. Facendo propria l’idea di non poter amare a dovere se non si è a posto con se stessi, Kogonada attinge dalla psicologia per riflettere sulle difficoltà dei rapporti umani: nell’epoca degli individualismi, l’unico modo per andare avanti è tornare indietro, affrontare ciò che si è lasciato per strada. Non sarebbe esagerato parlare di esorcismo emotivo: pur mantenendo un intento romantico, il regista ha il coraggio di esplorare soprattutto le prospettive di quei sentimenti che si è preferito soffocare.
A big bold beautiful journey trova i suoi momenti più brillanti quando riesce a restare sospeso tra la mente e il cuore, portando in scena il peso dei vissuti e delle connessioni che si sono perse per strada. Forse è vero che non c’è più meraviglia di scoprirsi, nel mondo, ma quell’energia travolgente continua a funzionare dentro ciascuno di noi, come una calamita. La scelta di Kogonada si fa radicale – e per larghi tratti funziona perché riesce a portare in scena quell’attrazione (reciproca, universale) attraverso i suoi divi e il suo immaginario squisitamente fantastico: un omaggio alla settima arte che non poteva non guardare al musical – a quella meraviglia che entra in scena quando le emozioni si fanno più grandi delle parole.
Non ci sono canzoni, ma ci sono i colori e gli scenari che ricordano Singin’ in the rain o Les paraplouies de Cherbourg: lo spirito di Jacques Demy riecheggia nell’opera, ma non basta a proteggerla dalle sue incertezze. La voglia del regista viene smorzata da una scrittura a tratti fin troppo convenzionale, incapace di render giustizia a un bisogno espressivo chiaro ed evidente. Il film resta così appeso ai suoi grandi momenti, sprazzi che brillano sulla scena come pennellate decise su un dipinto. Spiazzanti nel cogliere il sentire con tanta audacia, ma capaci di rovinare tutto in assenza del contrasto tra mondi interiori e attrazioni profonde.
Proteggere la magia

Kogonada non brilla affatto quando si ostina a cercare la teatralità: quell’amore risulta comodo, forse troppo complesso da far sbocciare e in parte forzato nei toni. Ma poi si resta a guardare tutto il resto. Nella sua eccentricità, il fascino dell’opera cattura l’attenzione e può persino commuovere. Lontano da qualsiasi forma di ripetitività, A big bold beautiful journey brilla di luce propria quando è consapevole dell’importanza delle emozioni che può suscitare. Pur restando un’opera ben lontana dall’essere indimenticabile, il film non ha paura di osare – per questo sa come raccontare la paura di amare e il coraggio di essere felici.
Tra qualche deviazione improvvisa e smarrimenti lungo il percorso, A big bold beautiful journey riesce a dare senso a questo viaggio. Lo fa con una bontà genuina, che in qualche modo contagia anche chi osserva. La leggerezza del racconto permette di abbracciare la delicatezza, ma soprattutto una fragilità tangibile. Basterebbe guardarsi intorno per capire il reale valore di queste operazioni nell’industria di oggi. Avremo sempre bisogno di quegli sprazzi di luce che sappiano trasformare in colori un grigio giorno di pioggia. Per questo vogliamo continuare a sperare, a cercare quella scintilla nei film e nelle persone. E a credere anche nel buono che quest’opera riesce a dare. Negli intrecci forsennati delle nostre vite dannate, coltivare la magia non guasta mai.



