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Partiamo con un quiz veloce. Sapete qual è il classico Disney animato in 2D con più incassi della storia? Questa era facile, sempre lui, l’imbattibile Il Re Leone che dal 1994 guarda tutti dall’alto in basso sulla vetta dei re forte di 979 milioni di dollari di incasso. Domanda leggermente più difficile: “Qual è il film Classico Disney che in generale ha messo più soldoni nelle casse di zio Walt?“. Qui molti potrebbero pensare a Frozen, ma in realtà la spunta Zootropolis 2 che l’anno scorso è arrivato a incassare 1,8 miliardi di dollari. Eppure il poliziesco con gli animali antropomorfi non è il film animato con più incassi nella storia del cinema. E qui arriva la sorpresa, perché sulla vetta della classifica troviamo Ne Zha – L’ascesa del guerriero di fuoco, film d’animazione cinese in computer grafica che ha spopolato in patria, facendo lievitare gli incassi dell’opera oltre i 2 miliardi di dollari.

Ecco, il caso Ne Zha ci sembra il caso perfetto per parlare del film protagonista di questo articolo, perché abbraccia lo spirito della nostra nuova rubrica Anim(n)ation, tutta dedicata al mondo animato e sempre alla ricerca di chicche lontane dalle solite produzioni mainstream. Stiamo parlando di Jumbo- La voce di Don, opera indonesiana che è diventato il film con il maggior incasso del sud-est asiatico di tutti i tempi, superando in patria anche colossi come Frozen 2 e Oceania 2. In occasione dell’arrivo in Italia di Jumbo, in sala dal 15 ottobre, cerchiamo di capire come un piccolo film indonesiano abbia colpito così tanto il pubblico

Di cosa parla

Una scena di Jumbo
Un poster di Jumbo – © Amaranta Frame

Prima partiamo dalla trama. Jumbo è un film per famiglie che racconta con disarmante semplicità la storia di Don, un bambino orfano che tutti chiamano “Jumbo” per la sua stazza. Un soprannome nato come presa in giro, che la storia ribalta piano piano in qualcosa di molto diverso, tanto da farlo diventare il titolo stesso del film. Un giorno Don trova un libro di fiabe magico, lasciato dai suoi genitori e sogna di dimostrare il proprio valore partecipando a un talent show con uno spettacolo ispirato proprio a quel libro così importante per lui. Almeno fino a quando Meri, una bambina fantasma proveniente dal mondo degli spiriti, non lo spingerà a vivere un altro tipo di avventura. Dalle premesse sembra la classica fiaba contemporanea per bambini, ma in realtà Jumbo è un film molto stratificato, che parla anche agli adulti. Infatti qui si parla di bullismo, di lutto, di trauma e di che cosa significhi crescere senza i propri genitori. A proposito dei vari livelli di lettura del film, il regista Ryan Adriandhy (che è anche illustratore, animatore e stand up comedian) ha paragonato Jumbo a un kue lapis, il dolce a strati indonesiano, che richiede pazienza e attenzione al dettaglio per essere cucinato. Proprio come si fa con un film animato.

Stile e spirito

Il protagonista di Jumbo
Il protagonista di Jumbo – © Amaranta Frame

La produzione di Jumbo è partita nel 2020, in piena pandemia, e il suo sviluppo è durato bene 5 anni coinvolgendo quasi 400 creativi indonesiani. Come vedete dai frame di questo articolo, Jumbo è stato realizzato con uno stile animato perfetto per i bambini: colori pastello, palette cromatica luminosa che dona al film un’atmosfera calda e avvolgente, quasi da fiaba della buonanotte. A livello di character design, invece, la scelta è chiara: realizzare un film dall’estetica familiare, che non sia troppo straniante per il grande pubblico. E così ecco forme morbide e volti tondeggianti che richiamano tantissimo lo stile Pixar. Una scelta per certi versi “furba”, che rende Jumbo molto appetibile per il mercato internazionale. E infatti, non a caso, il film è stato esportato tantissimo all’estero, arrivando anche in Italia grazie ad Amaranta Frame. E questa sua capacità di essere radicato nella cultura indonesiana e allo stesso tempo universale nei temi è uno degli aspetti più interessanti di Jumbo.

Infatti il regista Adriandhy ha raccontato quale fosse il suo intento e quale fosse lo spirito alla base del film: recuperare uno sguardo innocente e puro nei confronti del mondo. “Per me, l’infanzia è un’avventura che si può vivere una sola volta, e Jumbo nasce proprio dalla nostalgia per quell’avventura”, ha dichiarato. Il film vuole quindi richiamare un tempo di vita che tutti abbiamo vissuto e di cui spesso abbiamo ricordi sfocati. Qualcosa è illuminato, altre cose cadono nell’ombra, ma questo è il tipico film che in qualche modo risveglia il nostro fanciullino interiore facendo leva su una sorta di memoria emozionale in cui ognuno può ritrovare ricordi della propria infanzia. Un tempo di vita che spesso associamo alla spensieratezza, ma questo non è un privilegio che vale per tutti. E così Jumbo rievoca anche momenti agrodolci. Momenti che, senza dubbio, passano troppo in fretta. Il che rende il film un addio all’infanzia parecchio nostalgico.

Un tema sentito

Un frame di Jumbo
Un frame del film – © Amaranta Frame

E chiudiamo con i motivi che hanno reso Jumbo un caso in Indonesia, portando al cinema oltre 10 milioni di persone. Le cause di un successo del genere sono strettamente legati al tema principale del film: ovvero l’essere orfani. In un Paese a larga maggioranza musulmana come l’Indonesia , la cura degli orfani è un valore religioso fortissimo: è un dovere morale ripetuto nel Corano e nella predicazione. Per questo sono molto diffuse le donazioni e le “santunan anak yatim”, cioè eventi benefici per gli orfani, soprattutto durante il Ramadan e a Muharram. L’orfano è quindi una figura carica di significato simbolico, che stimola empatia collettiva, ed per questo che il cinema indonesiano la utilizza spesso nelle sue storie. Non è un caso che in indonesia ci siano migliaia di istituti legati a realtà come Save the Children e UNICEF, che ospitano centinaia di bambini. Il dato più sorprendente è che la grande maggioranza di loro, circa il 90% secondo gli studi più citati, ha almeno un genitore vivo. Spesso le famiglie povere li mandano negli istituti per garantire loro istruzione e vitto. A questo vanno aggiunti anche casi di neonati abbandonati, legati soprattutto allo stigma delle gravidanze fuori dal matrimonio e alla povertà, che ogni tanto finiscono sulle cronache. E allora ecco perché la storia di un orfano che cerca di trovare il suo posto nel mondo ha colpito cosi tanto la sua terra. Una storia che sa essere anche universale e soprattutto racconta un’animazione lontana dai soliti radar.

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Nato a Bari nel 1985, ha lavorato come ricercatore per l'Università Carlo Bo di Urbino e subito dopo come autore televisivo per Antenna Sud, Rete Economy e Pop Economy. Dal 2013 lavora come critico cinematografico, scrivendo prima per MyMovies.it e poi per Movieplayer.it. Nel 2021 approda a ScreenWorld, dove diventa responsabile dell'area video, gestendo i canali YouTube e Twitch. Nel 2022 ricopre lo stesso ruolo anche per il sito CinemaSerieTv.it. Nel corso della sua carriera ha pubblicato vari saggi sul cinema, scritto fumetti e lavorato come speaker e doppiatore.