Si assottigliano sempre di più le barriere un tempo percepite tra fumetto e manga, tra occidente e oriente. La fascinazione del mondo occidentale per la cultura orientale, soprattutto nipponica, si è alimentate per anni di anime e serie tv come i tokusatsu, riadattati anche in chiave americana con operazioni come i Power Ranger. I sentai originali, tuttavia, sono riusciti ad arrivare anche nella loro forma autentica, al punto da generare una certa fascinazione senza cui oggi, probabilmente, non avremmo avuto modo di leggere Shin Zero, di Mathieu Bablet e Guillame Singelin.
Un duo autoriale che si è contraddistinto per un approccio intimo e graffiante con il mondo dei comics. Bablet con Shan-Gri La aveva mostrato di sapere coniugare al meglio il world building con l’istinto narrativo critico, puntando il suo sguardo indagatore nelle crepe di una società che disumanizza l’individuo per asservirlo alle logiche economiche. Non meno focalizzato il lavoro di Singelin, che sia in una collaborazione come The Grocery che in un lavoro da autore completo come Frontier si è rivelato un raffinato narratore, sia sul piano visivo che, soprattutto, su quello grafico.
Shin Zero, i sentai del nuovo millennio

L’unione di queste due visioni artistiche è confluita in Shin Zero. La fascinazione per il mondo nipponico, in particolare la figura dei sentai, è evidente, eco di un background culturale che ha lasciato un evidente segno nella pop culture contemporanea. La generazione Power Rangers, potremmo dire, in cui la riscrittura – per non dire appropriazione – di una dinamica narrativa nipponica si è inserita nell’immaginario collettivo. Se da un lato ha dato vita a comics iperdinamici come Ultramega, dall’altro si presta a essere utilizzato come uno strumento analitico di una società consumistica.
Tanto che la figura del sentai, l’eroe che lotta contro i mostri, ha trasceso la figura del salvatore per diventare l’ennesimo prodotto di una società votata al consumismo. Il ricordo dei Sentai come protettori dell’umanità è diventato leggenda, gli eroici combattenti sono ora dimenticati in case di cura dove vengono seguiti per tenere sotto controllo gli effetti deleteri dei trattamenti che li avevano resi dei Sentai, una contropartita gravosa per aver sconfitto i Kaiju che infestavano il mondo.
Da questa sopraggiunta sicurezza, è cambiato il modo di intendere il ruolo dei Sentai. Niente potenziamenti, ma persone comuni che, spinte dall’emulazione, scelgono di tenere vivo questa tradizione. Ma dietro la maschera dell’eroismo, si nasconde soprattutto lo sfruttamento di una professione vera e propria, capace di innalzare persone a vere e proprie star. Una tentazione per degli adolescenti in cerca di un posto nel mondo, che vedono in questa carriera un riscatto dalle loro condizioni misere.
Ma in una realtà in cui non ci sono mostri da combattere, in cui l’eroismo non è più una vocazione ma una professione, cosa rimane a dei giovani adolescenti che cercano un posto nel mondo? Scegliere di seguire questo percorso è un passo quasi obbligato, l’unico lavoro a cui tutti possono ambire, sperando di poter compiere missioni sufficientemente remunerative per vivere.
Con questa speranza, un gruppo di adolescenti sceglie di seguire la carriera di Sentai nella speranza di poter scalare le graduatorie per potere accedere alle missioni più redditizie. Animati da diverse motivazioni, dalla ricerca sulla verità sulla scomparsa dei Kaiju sino all’emulazione di eroi del passato, ma tutti sono accumunati da una grande verità: sono ingranaggi di un meccanismo sociale che rischia di schiacciarli.
Mondi a contatto

Come anticipato, Bablet e Singelin sono maestri nel worldbuilding, Shin Zero colpisce anzitutto per la cura con cui costruisce il proprio universo narrativo. Il worldbuilding è preciso, ma non si impone attraverso spiegazioni didascaliche: fin dalla prima pagina, il lettore viene accompagnato lungo la storia,offrendogli fin dalle prime pagine coordinate sufficienti per orientarsi. Ne nasce un’immersione immediata, mai forzata, in una finzione che appare coerente e già pienamente abitata.
Termini della tradizione manga e anime come sentai, mecha e kaiju sono centrali nel dare consistenza all’ambientazione, dando vita a una lessico quotidiano, utile per dare ulteriore spessore alla quotidianità dei personaggi, identificando fenomeni, figure e presenze che, pur spettacolari per il lettore, sono elementi ordinari della realtà in cui vivono i personaggi. Tramite questo senso di reale, viene normalizzato il fantastico rendendo credibile l’ambientazione e conferendole personalità.
La costruzione di Bablet è fulminea, ma anche profondamente organica: in poche sequenze il lettore comprende di trovarsi in un mondo in cui sentai, mecha e kaiju non costituiscono eccezioni straordinarie, bensì componenti strutturali della società e della sua immaginazione collettiva. Su queste solide fondamenta l’autore può spingersi oltre i codici del Super Sentai classico — inteso come genere nel suo complesso — per esplorarne le implicazioni più mature e profonde. L’ambientazione, quindi, non è un semplice sfondo spettacolare, ma il presupposto che permette alla storia di interrogare con maggiore ampiezza il proprio immaginario e di svilupparne le potenzialità narrative.
Visione futura

Pur riprendendo alcuni ingredienti classici del genere — drammi adolescenziali, amori segreti, ambizioni personali e qualche inevitabile incomprensione di gruppo — Bablet li affianca a questioni molto più concrete. Da una parte c’è la missione nobile dei Sentai, con il suo eroismo a volte quasi fuori dal tempo; dall’altra, la vita di tutti i giorni, che non aspetta certo che i mostri siano sconfitti.
Il comparto grafico di Guillaume Singelin dà ritmo al continuo alternarsi di introspezione adolescenziale e azione. Le tavole passano con naturalezza da griglie regolari a composizioni più libere e cinematografiche, valorizzando sia i primi piani sia le scene d’insieme. Durante gli scontri emergono anche richiami ai battle shōnen, tra pose esasperate e onomatopee in evidenza. Il tratto ruvido di Singelin si accorda bene con il tono imperfetto dell’opera e con personaggi costretti a fare i conti con ambizioni e compromessi.
Il primo capitolo di Shin Zero è un primo passo incoraggiante, contraddistinto da un’attenta scansione dei tempi narrativi che lascia la sana curiosità di scoprire come questi insoliti eroi arriveranno alla fine della loro avventura
